domenica, Maggio 10, 2026
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I biocarburanti per l’aviazione sono davvero sostenibili? Ombre sul “Green jet fuel” di Eni

a cura della redazione

Negli ultimi anni, il settore dell’aviazione è diventato uno dei principali osservati nel dibattito sulla transizione ecologica. Ridurre le emissioni dei voli è una sfida complessa, e tra le soluzioni più promosse ci sono i cosiddetti SAF (Sustainable Aviation Fuels), ovvero carburanti sostenibili per l’aviazione.

Tra le aziende più attive in questo campo c’è Eni, che ha lanciato progetti ambiziosi per produrre biocarburanti su larga scala. Tuttavia, un’inchiesta pubblicata recentemente da Politico mette in discussione questa narrativa, evidenziando criticità ambientali e sociali tutt’altro che trascurabili.

Uno dei pilastri della strategia di Eni è lo sviluppo di filiere agricole in Africa, in particolare in Kenya, per coltivare piante non alimentari come il ricino da trasformare in biocarburanti. Secondo l’azienda, questo modello avrebbe un duplice beneficio: contribuire alla decarbonizzazione del trasporto aereo e creare nuove opportunità economiche per migliaia di piccoli agricoltori locali. Sulla carta, si tratta di un esempio virtuoso di economia sostenibile e inclusiva. Ma la realtà, secondo l’inchiesta, è più complessa.

Uno degli aspetti più critici riguarda proprio gli agricoltori coinvolti nei progetti. Molti contadini sono stati incoraggiati a sostituire colture alimentari tradizionali, come il mais, con piante destinate ai biocarburanti. In diversi casi il supporto promesso non si è concretizzato e alcuni agricoltori si sono ritrovati senza acquirenti per i loro raccolti. Questo ha portato a una riduzione del reddito e a una situazione di maggiore vulnerabilità economica.

Inoltre, il passaggio da colture alimentari a colture energetiche ha avuto conseguenze più ampie, contribuendo a ridurre la disponibilità di cibo e aumentando il rischio di insicurezza alimentare nelle comunità locali.

Un altro punto sollevato riguarda la reale natura della filiera produttiva. Nonostante Eni presenti il progetto come basato su risorse locali, emergono elementi che raccontano una storia diversa. Parte delle materie prime, come la colza, viene importata da altri paesi africani, mentre l’olio prodotto viene successivamente trasportato in Europa per la raffinazione.

Questo modello solleva dubbi sulla sostenibilità complessiva, soprattutto considerando le emissioni legate al trasporto e il limitato valore economico che rimane nei territori locali. L’azienda afferma che le coltivazioni avvengono su terreni degradati e seguono criteri di sostenibilità. Tuttavia, secondo l’inchiesta, queste informazioni sono difficili da verificare in modo indipendente e manca una piena trasparenza sulla provenienza delle materie prime.

In un settore così delicato, l’assenza di dati chiari e accessibili rende difficile valutare la reale sostenibilità dei progetti. Al di là del caso specifico, l’articolo si inserisce non solo in un dibattito più ampio sui biocarburanti. Questi possono entrare in competizione con la produzione alimentare, influenzare l’uso del suolo e generare emissioni indirette che spesso non vengono adeguatamente considerate.

Per questo motivo, non tutti i biocarburanti possono essere considerati automaticamente una soluzione ecologica. Il carburante sostenibile per l’aviazione è una componente centrale delle politiche climatiche europee. Tuttavia, l’inchiesta suggerisce che la corsa verso soluzioni rapide rischia di generare nuove criticità. La sfida non è soltanto individuare alternative ai combustibili fossili, ma garantire che queste siano realmente sostenibili, socialmente eque e supportate da meccanismi di controllo efficaci.

Il caso di Eni evidenzia una contraddizione sempre più evidente nella transizione energetica. Soluzioni presentate come “green” possono nascondere costi ambientali e sociali rilevanti, soprattutto quando vengono implementate su larga scala senza adeguate verifiche.

Il caso solleva anche più di un dubbio sul ruolo dell’attuale nel sostegno allo sviluppo dell’Africa, il cui perno è rappresentato dal “Piano Mattei”: quanti dei progetti attivati nell’ambito del Piano corrispondono realmente alle esigenze di sviluppo sostenibile dei paesi oggetto di intervento? In assenza di maggiore trasparenza su questi interventi, il rischio di un approccio estrattivo, che rischia di aumentare invece che diminuire le disuguaglianze e gli squilibri, è forte.