Caro carburanti e proteste in Irlanda: la necessità di una transizione ecologica giusta

di Alessia Lartini
Il blocco dello Stretto di Hormuz, con cui l’Iran ha reagito all’attacco lanciato da Israele e Stati Uniti a fine febbraio scorso, non è solo una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale, ma rischia di produrre un vero e proprio shock energetico dalla durata e dalle conseguenze ancora difficili da prevedere. Se, nella maggior parte dei paesi occidentali, la crisi è stata finora avvertita esclusivamente attraverso l’aumento del costo dei carburanti, la situazione in alcuni contesti è molto più grave.
Le immagini dei trattori incolonnati sulle autostrade, dei camion che bloccano porti e depositi di carburante e delle proteste scoppiate intorno alla metà di aprile in tutta la Repubblica d’Irlanda hanno messo in luce una questione spesso rimossa: la dipendenza strutturale dai combustibili fossili non è soltanto un grave problema ambientale e climatico, ma anche un rischio sistemico di natura economica, sociale e politica.
Quella che è iniziata come una mobilitazione di agricoltori, autotrasportatori e lavoratori della logistica contro l’aumento del prezzo di diesel e benzina si è rapidamente trasformata in una crisi nazionale. Il governo di Dublino ha dovuto affrontare blocchi stradali, proteste davanti ai terminal energetici, carenze di carburante e perfino l’intervento dell’esercito per liberare alcune infrastrutture strategiche.
Dietro questa esplosione sociale non c’è soltanto il rincaro del carburante, ma l’emergere di una fragilità sistemica: un’economia profondamente dipendente dal petrolio, una fiscalità percepita come ingiusta e una transizione ecologica che, se non accompagnata da giustizia sociale, rischia di essere vista come una minaccia invece che come una soluzione necessaria .
L’aumento dei prezzi dei carburanti come detonatore delle proteste
L’aumento dei prezzi del diesel e della benzina è stato innescato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz: largo appena 33 chilometri nel punto più stretto, tra le coste di Iran e Oman, questo braccio di mare è il principale collo di bottiglia energetico del pianeta. Nel 2025 vi transitavano in media 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti petroliferi, pari a circa il 25% dell’intero commercio marittimo mondiale di petrolio. A questo si aggiunge circa il 20% del commercio globale di GNL, in gran parte proveniente dal Qatar, che non dispone di alcuna rotta alternativa a quella via mare. La regione retrostante lo stretto ospita oltre il 30% della produzione mondiale di greggio, più del 90% delle riserve di capacità produttiva di emergenza a livello globale e circa l’11% della capacità di raffinazione mondiale.
Le economie asiatiche assorbono circa l’89% dei flussi petroliferi che attraversano lo Stretto: Cina, India, Corea del Sud e Giappone ne sono i principali destinatari. Vie alternative esistono ma sono al momentom del tutto insufficienti: l’oleodotto saudita Petroline, che aggira lo stretto, ha una capacità utilizzata stimata intorno ai 2 milioni di barili al giorno, coprendo al massimo il 25% dei flussi normali.
La fragilità di questo sistema è emersa in tutta la sua portata quando i Guardiani della Rivoluzione hanno dichiarato chiuso lo stretto, e il traffico commerciale è crollato nel giro di poche ore di oltre il 90%, con il prezzo del Brent salito da 71 dollari al barile del 27 febbraio a 94 dollari già il 9 marzo. Questo aumento ha colpito in modo diretto i settori più dipendenti dal trasporto su gomma.
In Irlanda, dove il carburante è fortemente tassato anche per promuovere la transizione energetica e dove agricoltura e logistica rappresentano comparti essenziali dell’economia nazionale, l’impatto è stato più pesante che altrove. Per molti agricoltori e autotrasportatori i rincari hanno rappresentato un punto di rottura.
Le proteste sono state presentate dai manifestanti come un’estrema richiesta di aiuto al governo per garantire la sopravvivenza economica del settore agricolo, strettamente connesso a quello dei trasporti su gomma, anche se nel corso delle mobilitazioni hanno assunto un certo peso alcuni movimenti dell’estrema destra irlandese.
Le risposte del governo
Le proteste sono state definite da alcuni osservatori come la più grave insurrezione dalla nascita della Repubblica d’Irlanda negli anni ’20 del Novecento, che le hanno accostate a quelle dei Gilet Gialli francesi: il movimento che tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 si è duramente opposto all’introduzione di una “tassa ecologica” sul diesel. Un sondaggio del Sunday Independent indicava che il 56% degli irlandesi simpatizzava inizialmente con i manifestanti, ma che il consenso verso le proteste è poi calato a causa dei disagi crescenti per la popolazione, inclusa la cancellazione di interventi chirurgici programmati.
Il governo ha inizialmente risposto con una dura linea securitaria: sgomberi forzati, arresti, impiego delle forze armate. I blocchi ai depositi di carburante nelle contee di Cork, Limerick e Galway sono stati smantellati nel weekend del 12-13 aprile, permettendo la ripresa delle forniture di benzina, gasolio e olio combustibile. Negli stessi giorni i manifestanti sono stati sgomberati da O’Connell Street, asse centrale e simbolico della città di Dublino, ed è stato rimosso il blocco a Rosslare Europort, il principale porto traghetti dell’Irlanda per i collegamenti con la Gran Bretagna e il continente europeo.
Solo successivamente sono arrivate risposte di carattere economico. Il governo ha approvato a fine aprile un pacchetto di sostegno da 505 milioni di euro attingendo alle riserve dell’erario, ottenendo una riduzione di 2,4 centesimi al litro sul gasolio agricolo. Il Primo Ministro Micheál Martin, leader del Fianna Fáil (letteralmente: Guerrieri del Fato) storico partito di centro-destra nazionalista, ha calcolato che le misure d’emergenza hanno superato complessivamente i 750 milioni di euro. Ha inoltre deciso di rinviare l’aumento della carbon tax — che doveva scattare già a maggio — al prossimo bilancio.
La carbon tax irlandese è un’imposta sul consumo di combustibili fossili (benzina, gasolio, olio da riscaldamento, gas naturale) proporzionale alle emissioni di CO₂. Introdotta nel 2010 a 15 euro per tonnellata di CO₂, è stata aumentata progressivamente ogni anno, fino a 71 € per tonnellata nel 2026. Il governo ha già approvato aumenti annui di 7,50 € fino ai 100 € per tonnellata entro il 2030. Il gettito aggiuntivo dell’ultimo aumento è stato stimato in 157 milioni di euro annui, destinati per legge a progetti climatici: decarbonizzazione dei trasporti rurali, retrofitting energetico delle abitazioni, tutela della biodiversità.
Il rischio di una falsa contrapposizione tra ecologia e giustizia sociale
La crisi irlandese mostra con chiarezza un nodo cruciale per tutta l’Europa: quando le politiche climatiche vengono percepite come un costo scaricato sulle classi popolari, il rischio è che la transizione ecologica venga rifiutata proprio da chi dovrebbe esserne protetto.
La carbon tax, in teoria, è uno strumento utile per disincentivare l’uso dei combustibili fossili. Ma se viene applicata in un sistema che non offre alternative reali — né trasporti pubblici efficienti, né sostegno economico alla riconversione produttiva — essa finisce per colpire soprattutto i lavoratori e i produttori più vulnerabili.
Non si tratta quindi di scegliere tra giustizia sociale ed ecologia, ma di comprendere che senza giustizia sociale non esiste alcuna vera transizione ecologica. Il problema non è la necessità di abbandonare il petrolio, ma il fatto che lo si stia facendo senza trasformare le strutture economiche che rendono interi settori ostaggio del fossile. Come nel caso dell’Irlanda: una società profondamente divisa tra aree urbane tecnologiche e aree rurali legate alla terra e a un’identità storica, che si sente abbandonata e minacciata dalle politiche green.
Investire nelle energie rinnovabili e ripensare i trasporti
La crisi irlandese dovrebbe essere letta come un avvertimento: continuare a basare l’economia sulla dipendenza energetica da petrolio e gas significa esporsi costantemente a shock e ricatti geopolitici, speculazioni di mercato e instabilità economico-sociale.
La risposta non può essere il semplice abbassamento delle accise o il rinvio delle tasse ambientali. Serve invece un grande investimento pubblico nelle energie rinnovabili: eolico, solare, comunità energetiche locali, infrastrutture per l’accumulo e reti intelligenti.
L’Irlanda, in particolare, possiede un enorme potenziale per l’energia eolica, soprattutto offshore. Sfruttarlo significherebbe non solo ridurre la dipendenza dal petrolio importato, ma anche costruire maggiore sovranità energetica e maggiore stabilità economica.
Una transizione energetica ben pianificata potrebbe trasformare una crisi, come quella in corso, in un’opportunità storica: nuovi posti di lavoro, minore esposizione alle crisi internazionali e una riduzione concreta delle emissioni.
Un altro nodo strutturale da sciogliere è il modello di trasporto. L’Irlanda, come molti altri paesi europei, ha costruito negli ultimi decenni una forte dipendenza dal trasporto su gomma. Merci, distribuzione alimentare e mobilità quotidiana dipendono in larga misura da camion e carburanti fossili.
Questo sistema è fragile, costoso e altamente inquinante. Investire nel trasporto ferroviario — sia per le merci che per i passeggeri — rappresenta una delle alternative più efficaci e sostenibili. La rotaia riduce il consumo energetico, abbassa le emissioni e rende meno vulnerabile il sistema logistico alle crisi del petrolio.
Spostare parte significativa del trasporto merci dalla strada alla ferrovia significherebbe alleggerire anche la pressione sugli autotrasportatori, oggi spesso intrappolati in un sistema precario e dipendente da margini sempre più ridotti.
Tuttavia, la mobilità sostenibile non può essere pensata solo come auto elettrica individuale: deve includere una pianificazione pubblica del territorio e delle reti di comunicazione, incentivi all’uso dei mezzi pubblici fino alla loro gratuità per i redditi medio-bassi, investimenti ferroviari e una diversa organizzazione della produzione e della distribuzione.
Un segnale per tutta l’Europa
Le proteste irlandesi non sono un’eccezione, ma il sintomo di una crisi più ampia che attraversa tutto il continente. Il caro energia, l’aumento del costo della vita, la sfiducia verso le istituzioni percepite come lontane e la percezione di un’ingiustizia sociale crescente possono facilmente trasformarsi in conflitto aperto e diventare il terreno di coltura per l’estrema destra nazionalista e xenofoba: i sondaggi politici di molti paesi, dalla Francia al Regno Unito, dalla Spagna alla Germania, mostrano lo stato di avanzamento di questa tendenza.
Se l’Europa vuole davvero affrontare la crisi climatica e del modello di sviluppo fondato sul fossile, deve evitare che la transizione venga vissuta come un privilegio per pochi e un sacrificio imposto ai molti. La sfida non è semplicemente “diventare più verdi”, ma costruire un modello economico più giusto, più resiliente e meno dipendente da un sistema energetico che produce contemporaneamente disuguaglianza, guerre e devastazione ambientale.
L’Irlanda oggi ci mostra cosa accade quando questa trasformazione viene rimandata troppo a lungo. La domanda non è se il resto d’Europa seguirà, ma quanto tempo abbiamo ancora per scegliere una strada diversa.
Alessia Lartini è laureanda in Scienze della Comunicazione all’Università di Pisa. Attualmente è tirocinante presso il Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace e “Scienza&Pace Magazine”.


