Transizione via dai combustibili fossili: cosa ci lascia la Conferenza di Santa Marta

di Gianluca Brunori
In un contesto caratterizzato dal negazionismo verso il cambiamento climatico, dal boicottaggio degli Stati Uniti o dall’ostruzionismo dei paesi petroliferi nelle sedi internazionali in relazione agli accordi sul clima, la conferenza di Santa Marta sulla “transizione via dai combustibili fossili” tenutasi dal 24 al 29 aprile scorso segnala un importante tentativo di uscire dall’impasse.
All’incontro hanno partecipato circa sessanta paesi, formando quella che molti hanno definito una “coalizione dei volenterosi”. I padroni di casa, Colombia e Paesi Bassi, hanno voluto creare uno spazio meno formale, più orientato alla collaborazione pratica che alla negoziazione diplomatica. Erano presenti governi europei come la Spagna, la Francia, la Norvegia e il Regno Unito, Paesi latinoamericani alle prese con il dilemma tra sviluppo e decarbonizzazione, e Stati africani e insulari che chiedono giustizia climatica e soluzioni concrete per la propria sopravvivenza.
La conferenza ha affrontato la transizione dai combustibili fossili a fonti rinnovabili di energia non come un obiettivo astratto, ma come un problema operativo: non si è discusso più se farla, ma come organizzarla. Da questo cambio di prospettiva nasce l’impegno di sviluppare roadmap nazionali. Sono piani chiamati a sciogliere nodi importanti come la riconversione industriale, il futuro dei lavoratori e delle lavoratrici, la sicurezza energetica, la diversificazione economica.
A Santa Marta è emersa con forza l’idea che non si tratti semplicemente di sostituire una fonte energetica con un’altra, ma di trasformare sistemi più ampi: finanza, commercio, sviluppo. Le discussioni hanno messo in evidenza la necessità di allineare gli investimenti, riformare i meccanismi del debito e coordinare le politiche commerciali per evitare che il mercato globale continui a favorire i combustibili fossili. La transizione non è più vista come una politica settoriale, ma come un processo che attraversa l’intera economia.
La conferenza ha inoltre concentrato l’attenzione sul ruolo della giustizia climatica. I paesi del Sud globale hanno posto con forza il tema delle disuguaglianze, sottolineando che la transizione non può reggere senza un riequilibrio finanziario. Ne consegue un riconoscimento sempre più condiviso: strumenti come la riduzione del debito, l’accesso ai finanziamenti e il sostegno internazionale non sono elementi accessori, ma condizioni necessarie per rendere possibile la transizione.
Il vertice ha dato forma a una coalizione internazionale intenzionata a lavorare anche oltre l’appuntamento di Santa Marta. La prospettiva di incontri futuri (il prossimo sarà a Tuvalu, l’isola del Pacifico che rischia di scomparire per l’innalzamento del livello del mare) e di un coordinamento continuo suggerisce che l’obiettivo fosse costruire nuove forme di coordinamento internazionale in un contesto in cui il consenso globale è sempre più difficile da raggiungere.
Per capire davvero il significato del vertice di Santa Marta, infatti, bisogna collocarlo dentro la crisi del multilateralismo globale. Già nelle dichiarazioni iniziali del vertice, la ministra colombiana Irene Vélez Torres ha parlato apertamente di una “profonda crisi del multilateralismo” che rende necessario sperimentare nuove forme di cooperazione internazionale. Se il consenso globale non è possibile, allora bisogna costruire coalizioni più ristrette, ma operative.
Alcuni osservatori descrivono questo approccio come una forma di “multilateralismo a due livelli”. Da un lato resta il sistema globale delle Nazioni Unite; dall’altro emergono iniziative parallele, più snelle e meno vincolate al consenso unanime. La conferenza di Santa Marta si inserisce in questa seconda categoria. In questa prospettiva, le coalizioni ristrette non devono sostituire il sistema globale, ma possono sollecitarlo e spingerlo in avanti. In ogni caso, il vertice segna un passaggio importante non solo per il contenuto—la fine dei combustibili fossili—ma anche per il metodo. Suggerisce che il futuro della cooperazione climatica potrebbe non passare esclusivamente dai grandi accordi universali, bensì da una combinazione di livelli: globale, regionale e coalizioni tematiche. In altre parole, la domanda non è più solo se il multilateralismo sopravviverà, ma in quale forma. E Santa Marta potrebbe essere una delle prime risposte concrete.
Letture per approfondire
Transition Away Conference. (s.d.). Sito ufficiale. https://transitionawayconference.com/
The Guardian. (2026, 1 May). Hope is contagious and science is king: 10 big lessons on ending the fossil fuel era. https://www.theguardian.com/environment/2026/may/01/santa-marta-colombia-climate-conference-ending-fossil-fuel-era
Wired Italia. (2026). Santa Marta, com’è andata la prima conferenza sulla transizione energetica che ci costringe a uscire dal vecchio condominio delle Cop. https://www.wired.it/article/santa-marta-colombia-transizione-energetica-summit/
International Institute for Sustainable Development (IISD). (2026). “Coalition of Doers” Urges Transition Away from Fossil Fuels https://sdg.iisd.org/news/coalition-of-doers-urges-transition-away-from-fossil-fuels/
El Pays. (2026). Las contradicciones fossiles y climaticas de Colombia hacen eco en la conferencia de Santa Marta. https://elpais.com/america-futura/2026-04-25/la-transicion-energetica-ya-tiene-su-panel-internacional-de-ciencia-para-guiar-el-abandono-de-los-combustibles-fosiles.html
Gianluca Brunori è professore ordinario di Politica Alimentare presso l’Università di Pisa. Dal 2024 è Direttore del Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace dell’ateneo e Presidente della Società Italiana di Economia Agraria.


