domenica, Maggio 10, 2026
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A cinquant’anni dal golpe in Argentina: intervista a Enrico Calamai

 

di Chiara Nencioni

24 marzo 1976. Buenos Aires si sveglia come se fosse una mattina come tante. Non sembra successo niente, il traffico è regolare, la gente va al lavoro. Ancora non sanno che quel giorno per l’Argentina rappresenta uno spartiacque, segnando la fine dell’ordine costituzionale e l’avvio di una delle più violente dittature militari dell’America Latina contemporanea.

Il colpo di Stato era nell’aria, ma in centro città pare che nulla di drammatico stia accadendo. Invece era stato rovesciato il governo della presidente Isabel Perón, succeduta al marito Juan Domingo Perón nel 1974. Lei, la prima donna presidente dell’Argentina, è stata deposta dal golpe attuato dalle forze armate, che instaurano una giunta guidata dal generale Jorge Rafael Videla.

L’intervento militare si inserisce in un contesto di profonda crisi economica, di instabilità istituzionale e di crescente conflittualità sociale. Negli anni precedenti al golpe, il paese era stato teatro di scontri tra organizzazioni guerrigliere di sinistra e gruppi paramilitari di destra, mentre l’inflazione e il deterioramento delle condizioni economiche contribuivano a erodere la legittimità del governo civile. In tale quadro, le forze armate giustificarono la presa del potere come necessaria per ristabilire l’ordine e garantire la sicurezza nazionale.

Non a caso, il nuovo regime liberticida si autodefinì Processo di Riorganizzazione Nazionale. Il dittatore Videla avviò un radicale processo di ristrutturazione politica e sociale. Le istituzioni democratiche furono sospese, il parlamento sciolto e le libertà civili annullate o drasticamente limitate. Parallelamente, il governo militare adottò un modello economico di orientamento neoliberista, volto alla liberalizzazione dei mercati e alla riduzione dell’intervento statale. Augusto Pinochet in Cile indicava la strada.

Uno degli aspetti più drammatici della dittatura fu la sistematica repressione del dissenso, nota come Guerra Sucia, ossia la guerra sporca. Attraverso una rete clandestina di centri di detenzione, il regime condusse operazioni di sequestro, tortura e eliminazione fisica di oppositori politici, reali o presunti. Il regime giustificò le sue azioni come parte della lotta contro il comunismo nel contesto della Guerra Fredda, sotto le grandi ali del Condor: così era stato chiamato il patto segreto stretto in quegli anni tra i servizi di intelligence di Cile, Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Bolivia, con la collaborazione degli Stati Uniti.

Le vittime includevano militanti di sinistra, sindacalisti, studenti, intellettuali e, in numerosi casi, anche cittadini privi di un coinvolgimento diretto in attività politiche. Tutti per lo più giovanissimi: lo sterminio di una generazione di ragazze e ragazzi.

Dal punto di vista operativo, le sparizioni forzate seguivano modalità ricorrenti: il sequestro avveniva spesso di notte per mano delle forze di sicurezza statali o di gruppi paramilitari ad esse collegati, che si muovevano in Ford Falcon nere prive di targa e agivano senza mandato. Le vittime, private di ogni tutela giuridica, venivano trasferite in centri di detenzione segreti, dove erano sottoposte a interrogatori coercitivi e torture. Poi, fatte sparire.

La loro sorte rimaneva deliberatamente ignota: le autorità negavano sistematicamente l’arresto, producendo una condizione di “sparizione forzata” che implicava l’assenza simultanea di corpo, processo e riconoscimento ufficiale della morte.

Ma come far sparire i prigionieri? Come occultare i loro corpi? L’agghiacciante soluzione del regime di Videla furono i cosiddetti vuelos de la muerte: operazioni clandestine attraverso le quali prigionieri detenuti illegalmente – i desaparecidos – venivano eliminati mediante il loro trasferimento su aeromobili militari e il successivo lancio nel vuoto, generalmente sopra l’Oceano Atlantico o il Río de la Plata.

Questa inedita modalità di esecuzione rispondeva a una precisa logica repressiva: garantire la scomparsa definitiva dei corpi, impedendo così ogni forma di prova materiale del crimine e rafforzando il meccanismo della sparizione forzata.

Le vittime venivano solitamente prelevate da centri di detenzione clandestini, sedate o rese incoscienti, e imbarcate su voli notturni organizzati dalle forze armate, in particolare dalla marina. Una volta in quota, venivano gettate vive in mare. Tale procedura, oltre alla sua funzione pratica di occultamento, aveva una dimensione di terrore sistemico, contribuendo a consolidare un clima di intimidazione diffusa nella società.

Molte donne incinte furono sequestrate nel contesto della Guerra Sucia. Dopo il parto, i neonati venivano sottratti alle madri, affidati illegalmente a famiglie vicine al regime o a militari, e registrati con identità false. Le madri venivano uccise. Scomparse anche loro. 30.000 persone, per lo più giovanissime, sono così state inghiottite dalle acque, sparite nel nulla. Il fenomeno dei desaparecidos divenne il simbolo della violenza di Stato e della negazione dei diritti fondamentali.

In questo contesto di morte nascosta, c’era però chi agiva, altrettanto di nascosto, per salvare le vite. In particolare, un vice console italiano: Enrico Calamai che, mettendo a repentaglio la propria carriera e in più occasioni la propria vita, riuscì a mettere in salvo e far espatriare più di 300 persone a rischio di arresto, tortura o sparizione forzata. Nonostante la politica ufficiale dell’ambasciata italiana fosse contraria a interventi di questo tipo e non si mostrasse affatto ostile al regime di Videla, Calamai scelse di disobbedire a ordini e pressioni per rispettare i principi umanitari in cui credeva.

Ho avuto in questi giorni l’onore e il piacere di intervistarlo. Il piacere, sì: perché è raro conoscere persone così modeste e determinate, così sprezzanti del pericolo in nome dei propri ideali, così solidali con una popolazione oppressa.

 

Partiamo dal Cile. Si può dire che la tua missione all’ambasciata d’Italia a Santiago sia stata una sorta di apprendistato per ciò che hai poi fatto a Buenos Aires?

Sono stato costretto ad andare in Cile, dove i militari golpisti avevano dichiarato Roberto Toscano, il numero due dell’ambasciata, persona non gradita, che se ne sarebbe dovuta andare entro cinque giorni. Roma non poteva accreditare un nuovo funzionario, perché i rapporti diplomatici erano ridotti al minimo livello: non c’era ambasciatore in Cile ma solo un incaricato d’affari e l’opinione pubblica italiana, che si era mobilitata con passione contro la brutalità del golpe di Pinochet, non avrebbe permesso di accreditare nessun altro funzionario. Quindi si è scelto di mandarmi in missione presso l’ambasciata del Cile: mi hanno messo sull’aereo, fra l’altro senza neanche il visto, e sono sbarcato a Santiago.

In ambasciata ho trovato 450 rifugiati politici: sindacalisti, autisti di politici, mogli, suocere, madri, figli di politici e 40 bambini, tutti legati ai partiti che erano stati al governo durante il periodo di Allende. C’era una grande preoccupazione: i golpisti avevano fatto capire che in due minuti avrebbero potuto scavalcare il muro dell’ambasciata e farci fuori tutti. Quindi mi hanno chiesto di restare a vivere in ambasciata con loro.

È stato molto interessante: c’era un’ottima organizzazione; i rifugiati si autogestivano perfettamente. C’era una commissione composta da un membro di ogni partito presente in ambasciata per ogni aspetto, una per la cucina, una per la scuola per i bambini, una per l’intrattenimento, un’altra per la sicurezza e la sorveglianza. A capo di tutte queste commissioni c’era un comitato centrale la cui composizione rifletteva il numero degli aderenti ai vari partiti presenti in ambasciata. Il comitato centrale eleggeva il presidente e tutto funzionava perfettamente.

 

Puoi raccontare la tua esperienza nell’ambasciata di Buenos Aires, quando c’è stato il golpe di Videla tre anni dopo? Quella esperienza che ti è valsa l’appellativo di Schindler italiano che, credo, ti faccia un po’ sorridere…

No, non mi fa sorridere, mi fa adirare, mi rende molto nervoso, perché Schindler era un uomo d’affari, io ero un funzionario dello Stato deontologicamente tenuto ad agire nel rispetto della nostra Costituzione: due persone completamente diverse.

Dunque, tre anni dopo io ero vice console a Buenos Aires. Il golpe a Buenos Aires è stato totalmente diverso che a Santiago: mentre a Santiago c’erano stati i bombardamenti, tra l’altro anche del palazzo presidenziale – come se qui l’aeronautica bombardasse il Quirinale, cosa decisamente estrema – il suicidio del Presidente Allende, i carri armati nelle strade, sacche di resistenza subito spazzate via, lo stadio pieno di detenuti torturati e fucilati e le ambasciate piene di rifugiati: insomma, una messa in scena di guerra totale che veniva ripresa dalla televisione per terrorizzare la popolazione e trasmessa in tutto il mondo e quindi mobilitava l’opinione pubblica occidentale contro i militari cileni.

In Argentina nulla di tutto questo: città tranquilla, traffico di tutti i giorni, cinema, teatri, ristoranti pieni, la gente per strada anche la notte. Sembrava non fosse successo niente. Però io ero amico del corrispondente del Corriere della Sera, Giangiacomo Foà, che, il pomeriggio stesso del golpe, mi disse: “Guarda che qui è tutto tranquillo, ma nella periferia succedono delle cose che dimostrano il contrario, e cioè intrusioni nelle case durante la notte, posti di blocco, autobus fermati e passeggeri portati via; l’impressione è che le cose non stiano come appaiono”.

La mia esperienza a Santiago mi confermava che non era possibile un colpo di Stato senza spargimento di sangue, senza repressione. Ma l’impressione era proprio questa: che non succedesse nulla. Dopo un po’ di giorni, però, cominciarono ad arrivare in consolato parenti di ragazzi portati via dalla periferia di Buenos Aires. Non si conoscevano tra loro, ma tutti raccontavano la stessa storia, e cioè incursioni durante la notte da parte di persone in borghese ma chiaramente militari, arrivati con macchine e camion senza targa, che buttavano giù la porta, malmenavano la famiglia, prendevano un ragazzo e se lo portavano via. Dopodiché dicevano ai familiari: “Non preoccupatevi, domani andate al commissariato di zona e vi diranno dove sta”.

L’indomani i parenti andavano al commissariato, però il ragazzo non risultava arrestato. Se ne tornavano quindi a casa sempre più preoccupati, il ragazzo non riappariva, pensavano allora di presentare un ricorso di habeas corpus, cioè una richiesta alla magistratura che doveva rispondere entro quarantott’ore specificando il motivo dell’arresto e dove si trovava il ragazzo; ma non si riusciva a presentare questo ricorso, perché non c’erano avvocati disposti a farlo. In effetti gli avvocati che si occupavano di diritti umani erano stati minacciati, torturati, ammazzati e quindi a quel punto nessuno voleva più farlo.

Noi del consolato siamo riusciti a trovare un avvocato che in nome nostro presentasse il ricorso, ma non sono mai arrivate risposte. D’altra parte, iniziarono ad arrivare in consolato dei ragazzi che dicevano che erano perseguitati e che, se li avessimo messi fuori dal consolato, sarebbero stati subito, nel giro di poche ore, fermati, torturati e uccisi. Quindi si pose il problema di come aiutarti, di come tutelarli, visto che il consolato ha come funzione essenziale la tutela dei connazionali. Io ero il responsabile per i passaporti e per il cosiddetto rimpatrio: il consolato aiuta a tornare in Italia e paga il biglietto, se hai bisogno. Questa è una cosa che esiste ancora. E quindi riuscivo, agendo rapidamente, a farli partire. Ma non era facile, visto che si sapeva che l’aeroporto intercontinentale, da cui partivano i voli per l’Italia, era molto controllato dai militari. Però c’era l’aeroporto in centro, quello piccolo, l’Aeroparque. Da qui si partiva per i paesi circostanti, in cui si andava con la carta d’identità, come facciamo oggi noi nei paesi dell’Unione europea. E quindi non c’era controllo.

Ho detto quindi, ma è meglio chiarire il motivo. Il motivo era che la dittatura voleva far vedere che tutto era tranquillo. I golpisti non avevano motivo di evidenziare un controllo speciale all’Aeroparque, perché avevano militari argentini che lavoravano all’estero, cioè davano la caccia ai cosiddetti sovversivi argentini negli altri paesi del Centro e Sud America: era il cosiddetto Piano Condor.

Però usare questo aeroporto a noi dava una possibilità: il nostro connazionale partiva senza particolari controlli con la carta d’identità argentina, sbarcava in un altro aeroporto sudamericano col passaporto italiano. Era un cittadino italiano e come tale passava i controlli senza problemi, andava in ambasciata, gli davano un biglietto aereo per il ritorno in Italia, perché avevamo già allertato i colleghi dell’altra ambasciata, e partiva stesso il giorno.

 

Quante persone sono riuscite a partire in questo modo grazie al tuo aiuto?

Io non posso saperlo. Ricordo che alcuni giorni non arrivava nessuno, altri giorni arrivavano due copie di cui una con un bambino, oppure un giovane scapolo o una ragazza, però non c’era tempo per la contabilità.

 

Le stime dicono che così tu abbia salvato circa 300 persone. Quanto tempo è andata avanti questa operazione di salvataggio? All’interno dell’ambasciata hai trovato qualcuno che ti ostacolava? Una sorta di controdiplomazia parallela che non sosteneva il tuo operato…

Questo sì. Allora, il salvataggio è durato finché non sono dovuto partire, nel senso che il golpe è stato il 24 marzo 1976 e a ottobre mi è arrivata la sostituzione. Se il governo manda una sostituzione, vuol dire che non vuole più che tu stia lì. E il Ministero degli Esteri non voleva che io stessi più in Argentina a fare quello che facevo. Io sono riuscito a procrastinare la partenza, a fare ricorso, a tirare tutto per le lunghe, ma a maggio del ‘77 ormai ero bruciato. L’ambasciata remava contro, il Ministero remava contro, il Console generale remava contro, perché si dava la priorità al mantenimento dei rapporti economici e finanziari con i militari. Se si fosse evidenziata l’esistenza della caccia all’uomo, si sarebbe implicitamente denunciato che stava succedendo qualcosa di simile o di peggiore rispetto a ciò che era successo in Cile, e questo il governo italiano non lo voleva.

Per quanto riguardava i casi di cui ho parlato prima, cioè chi si presentava con la carta d’identità, riuscivo senza problemi a farlo andar via. Più difficile era far partire chi non aveva neppure la carta d’identità argentina, perché a quel punto non si poteva uscire. I miei superiori, ovviamente, non volevano che si facesse nulla per aiutarli.

L’unica via per me era far arrivare la notizia in Italia. In Italia, se qualcuno si muoveva, scattava il meccanismo della paura dello scandalo, cioè che si venisse a sapere che in Argentina era in corso la caccia all’uomo e che il Ministero addirittura impediva di fare il possibile per aiutare queste persone. Io però al consolato ero da solo, non potevo fare nulla, perché ovviamente i telefoni erano controllati, ma avevo l’aiuto di Filippo di Benedetto che era il rappresentante della CGIL a Buenos Aires.

 

La sua famiglia ha pagato duramente l’aiuto dato: la nipote rapita e violentata, il suo giovane marito ucciso…

Erano una coppia giovane e nell’Argentina del golpe, se eri giovane, eri già in pericolo. E poi erano di un ambiente sicuramente progressista, di sinistra. Non credo siano stati presi per il fatto che Filippo mi desse una mano, ma perché erano una delle tantissime coppie di giovani impegnati, e lì bastava per essere uccisi. Se poi andavi nelle bidonvilles a insegnare ai bambini a leggere, eri davvero in pericolo, perché era considerata un’azione sovversiva. Ma anche se eri amico di una persona che andava nelle bidonville a insegnare a leggere, magari anche con dei preti, eri considerato sovversivo. Persino se il tuo nome era nella loro agenda, eri in pericolo.

È importante capire perché succedeva tutto questo. Mentre la città diurna sembrava tranquilla e come sempre, c’era una Buenos Aires notturna e infernale in cui i giovani venivano sequestrati e portati in centri detenzione clandestini, immediatamente sottoposti a tortura, gli venivano strappati quanti più nomi possibili e poi si poneva il problema logistico di cosa fare di questi giovani, perché ormai non servivano più, ma non potevano venire rilasciati altrimenti si sarebbe saputo quello che accadeva. Allora i militari argentini hanno avuto l’idea geniale di drogarli e buttarli vivi dall’aereo nel Rio della Plata prima; poi, quando i cadaveri sono cominciati ad affiorare in Uruguay, nell’Oceano.

 

I voli della morte, che hanno funzionato per circa 30.000 giovani, se non erro.

Sì, 30.000 giovani uccisi, desaparecidos.

 

Qui in Italia è noto il caso di Franca Jarach, grazie all’attivismo che sua madre ha condotto fino all’ultimo.

Vera Vigevani Jarach, sì.

 

A proposito di sparizioni, il 23 dicembre 2010 è entrata in vigore una convenzione internazionale per la protezione delle persone dalle sparizioni forzate. Cosa ne pensi?

È opera della diplomazia argentina e di quella francese. Per la parte argentina, l’ha messa in moto l’unica resistenza che si è verificata contro la dittatura, quella delle madri, tranquille donne di casa a cui improvvisamente veniva strappato un figlio, che non sapevano cosa succedeva, che impazzivano dal dolore viscerale che la situazione provocava e hanno capito di essere molte, per cui si sono riunite, organizzate e hanno preso a manifestare ogni giovedì a Plaza de Mayo, di fronte al palazzo presidenziale. E in questo modo sono riuscite a dare visibilità a ciò che non si vedeva, e cioè una violenza tremenda, incomprensibile, perché nella nostra mente la morte si accetta e si capisce se accompagnata dalla presenza del cadavere, dalla visibilità del cadavere, dai riti funebri che permettono di elaborare un lutto. Ma dei desaparecidos non c’erano cadaveri, e quindi i militari fingevano che non fosse successo niente. Ma le viscere delle madri non le potevi prendere in giro, e loro, le madri, con la loro presenza in piazza, hanno dato visibilità a quello che accadeva.

Nel ‘78 ci sono stati i Mondiali di calcio in Argentina e sono arrivati i giornalisti da tutto il mondo, la maggior parte dei quali era totalmente indifferente al fatto che a 2 chilometri dallo stadio ci fosse un centro di detenzione clandestino, un campo di concentramento in cui la gente veniva torturata e uccisa. Ma c’erano anche giornalisti che sapevano e che non volevano chiudere gli occhi, e questo ha dato una proiezione internazionale alla situazione.

Sono state loro, le madri di Plaza da Mayo, che sono diventate una forza politica importante nel dopo golpe e che hanno portato avanti la diplomazia necessaria a livello delle Nazioni Unite per arrivare a questa convenzione internazionale.

 

Un’ultima domanda sull’attualità e sul tuo impegno, perché si difendono i diritti e la dignità umana per sempre e, anche a ottant’anni, tu non stai smettendo di lottare. Ispirandoti ai ritrovi del giovedì delle madri di Plaza de Mayo, tu hai promosso un movimento per i desaparecidos di oggi, per i morti in mare, per quelli a cui viene negato il diritto di asilo e la libertà di movimento. Il motto del movimento è “migrare per vivere e non per morire”. Vorrei che parlassi di questo movimento, del tuo impegno con il giubbotto arancione e delle tue mani rosse antirazziste.

Vedi, la caduta dei militari argentini ha reso possibile che si ricostruissero le atrocità commesse e si è capito che al centro della loro strategia repressiva c’era la scomparsa, proprio perché quando una persona scompare, un cadavere scompare, è come se non fosse un omicidio. Per cui la stessa desaparicion, che dovrebbe essere stata vietata per legge dalla Convenzione di cui parlavamo ora, purtroppo continua e i migranti sono i nuovi desaparecidos dell’Europa opulenta del nuovo millennio, cioè dell’Europa neoliberista, che sfrutta, fino ad adesso grazie alla globalizzazione, ora con le guerre, gli altri popoli. Spreme, sfrutta, estrae quanto più profitto possibile dal resto del mondo, in quello che è un neocolonialismo globale.

Ecco, questa Europa non vuole farsi carico dei dannati e delle dannate della terra che, per sopravvivere alle crisi che noi provochiamo, cercano di arrivare da noi a lavorare, a ricostruirsi una vita. Non li vogliamo per il semplice fatto che potrebbero comportare spese di bilancio, e viviamo in un sistema neoliberista che tende a comprimere al massimo la spesa sociale salvo poi utilizzare risorse pubbliche crescenti per la militarizzazione, per le spese militari. E quindi, come i militari argentini, noi europei, italiani, membri della NATO, eliminiamo i migranti, e lo facciamo nello stesso modo dei militari argentini, cioè in modo che non si sappia, che i corpi scompaiono nel nulla mediatico del viaggio nel deserto, nei campi di concentramento in Libia e in Tunisia e, ultimo anello, nel viaggio in mare. E se qualcuno vivo arriva, se arriva un cadavere, lo banalizziamo, diciamo che non ci riguarda, diciamo “Perché non se ne stanno a casa loro?”. E quindi i migranti sono i nuovi desaparecidos.

Per evidenziare questo, io e un gruppo di “vecchietti” folli, pochi ma insomma…, da otto anni, ogni giovedì come le madri di Plaza de Mayo, ci dipingiamo le mani col sangue dei nostri fratelli e andiamo davanti al Ministero dell’Interno dove è proibito manifestare. Andiamo lì per evidenziare le responsabilità del governo italiano.

 

Chiara Nencioni, già dottore di ricerca in filologia greca, è attualmente dottoranda in Storia presso l’Università di Pisa. Collabora con l’Università di Firenze e con la rete degli Istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea. Ha pubblicato numerosi saggi sulla Shoah, sul confine europeo orientale e sul genocidio di Srebrenica.