martedì, Giugno 25, 2024
ConflittiDiritti

America Latina: dalla fase conservatrice a una nueva oleada de izquierda

di Andrea Vento e Federico Oliveri

La ripresa delle istanze progressiste dopo la breve fase conservatrice

Duramente colpita dalla pandemia e dalle sue conseguenze economico-sociali, l’America Latina ha registrato una ripresa delle istanze progressiste già alla fine del 2020, a partire dalla vittoria di Luis Arce alle presidenziali in Bolivia e dai due plebisciti che hanno aperto la strada, in Cile, alla riforma costituzionale a lungo attesa dopo la fine della dittatura. Questa tendenza è stata influenzata, oltre che dalle crisi causate dal Covid-19, anche dalle pesanti ricadute negative che le politiche neoliberiste, portate avanti dai governi conservatori negli ultimi decenni del Novecento, hanno avuto sulle classi subalterne e sui popoli originari. 

Dopo una fase progressista di inizio millennio (2003-2016), i governi di destra hanno recuperato terreno fino a divenire, nel 2019, schiacciante maggioranza: a parte il Venezuela e l’Argentina, i principali paesi sudamericani erano guidati da forze liberiste e conservatrici, in alcuni casi anche estremiste come nel Brasile di Jair Bolsonaro, nella Colombia di Ivan Duque (delfino dell’ex presidente Alvaro Uribe) e in Bolivia, dove Jeanine Áñez era subentrata ad interim alla presidenza dopo la destituzione forzata di Evo Morales subito dopo le elezioni di fine 2019. 

Il 2021 si è chiuso in un clima favorevole alle forze progressiste, vittoriose con Pedro Castillo in Perù, Xiomara Castro in Honduras e Gabriele Boric in Cile, e sconfitte solo in Ecuador da Guillermo Lasso. Questo cambiamento nello scenario politico si è inserito in un quadro di ripresa economica, con una crescita media macroregionale del 6,7% (Tabella 1), che ha compensato la flessione (- 6,8%) dell’anno precedente. 

Al tempo stesso si è riattivato il conflitto sociale le cui radici, al di là di circostanze gravi ma contingenti come la crisi pandemica, affondano in fattori storici strutturali ancora ben presenti nelle società latinoamericane, come le marcate diseguaglianze socioeconomiche interne e la povertà, che colpisce ancora circa un terzo della popolazione. 

Tabella 1: Variazioni percentuali del PIL (anni 201920212223) a prezzi costanti nelle sei principali economie latinoamericane. Fonte: Cepal

Segnali di controtendenza 

Dopo il 2020 non sono mancati segnali di controtendenza e tentativi di fermare il cambiamento avviato in senso progressista. Due esempi per tutti: il respingimento in Cile della proposta di una nuova costituzione, fortemente voluta dal governo Boric, nel plebiscito tenutosi il 4 settembre 2022; la destituzione di Castillo in Perù, seguita da forti proteste popolari e da una durissima repressione governativa tuttora in corso. 

Per quanto riguarda il Cile, il testo della nuova costituzione elaborato dall’Assemblea costituente eletta nel 2021 dichiarava il Cile “uno stato sociale e democratico di diritto, plurinazionale, interculturale, regionale ed ecologico”: l’obiettivo dichiarato dei promotori era quello di superare l’impianto liberista dell’economia, imposto negli anni Settanta dopo il colpo di stato di Pinochet e sancito dalla Carta del 1980, introducendo nuovi diritti sociali e promuovendo l’idea di una “democrazia paritaria e inclusiva”. Alcuni contenuti della nuova Costituzione – in particolare il diritto all’aborto, la parità di genere nel settore pubblico col 50% dei posti riservati alle donne e il pieno riconoscimento dei diritti dei popoli originari – sono stati oggetto di forti contestazioni e strumentalizzazioni da parte di un’aggressiva campagna mediatica delle destre: il 62% della popolazione, alla fine, da bocciato il nuovo testo. 

Per quanto riguarda il Perù, il paese si trova in una nuova grave crisi politica scoppiata il 7 dicembre 2022, quando Castillo è stato destituito per aver tentato di sciogliere il Congresso prima che i parlamentari (in maggioranza a lui avversi) potessero discutere una terza richiesta di impeachment avanzata contro di lui dal momento del suo insediamento. La destituzione è stata seguita dall’arresto e dalla condanna dell’ex presidente a 18 mesi di carcere, con l’accusa di “ribellione e tentato di colpo di Stato”. Al suo posto si è insediata la vicepresidente Dina Boluarte, che ha dato vita a un governo di coalizione con la destra. A seguito di queste vicende, il paese è stato scosso da forti proteste popolari, soprattutto tra le popolazioni indigene, che hanno chiesto oltre al rilascio di Castillo nuove elezioni e una profonda riforma della costituzione. 

Più di 60 persone sono state uccise negli scontri tra polizia e manifestanti da dicembre 2022 ad aprile 2023, la stragrande maggioranza dei quali manifestanti civili. In un rapporto pubblicato in spagnolo lo scorso 26 aprile, la Commissione interamericana per i diritti umani (IACHR) ha affermato che la risposta del governo Boluarte alle proteste potrebbe essere classificata come un “massacro”. “Ci sono state gravi violazioni dei diritti umani che devono essere indagate con la dovuta diligenza e un approccio etnico-razziale”, ha affermato il presidente della IACHR Margarette May Macaulay. “Le morti potrebbero costituire esecuzioni extragiudiziali”. La IACHR ha affermato che un gran numero di persone uccise e ferite durante le proteste sono state colpite da armi da fuoco. Ha anche scoperto che le reazioni più dure della polizia si sono verificate nelle regioni andine rurali, abitate in grande prevalenza da comunità indigene. 
 

Gustavo Petro guida il primo governo progressista della Colombia 

La prima importante tornata elettorale del 2022 si è tenuta in Colombia, con le attese elezioni presidenziali seguite alle parlamentari del 13 marzo. In queste prime consultazioni, segnate da una marcata frammentazione partitica, il raggruppamento delle forze di centro-sinistra nato dalle lotte sociali dell’anno precedente, Pacto Historico, ha conquistato la maggioranza relativa dei voti pur ottenendo soltanto il 17%. 

Già al primo turno delle presidenziali, il 29 maggio, aveva prevalso il candidato della nuova formazione progressista, Gustavo Petro. L’economista, ex guerrigliero del gruppo M-19 ed ex sindaco di Bogotà, ha raccolto il 40% dei voti: ha così preceduto l’outsider Rodolfo Hernandez col 28% e l’ex sindaco di Medellin, Federico Gutiérrez, esponente della destra fermatosi al 24%, il quale ha subito dichiarato di appoggiare il candidato indipendente per impedire la vittoria delle sinistre. 

Nel 2018 Gustavo Petro era stato sconfitto da Ivan Duque al ballottaggio. Grazie al nuovo clima sociale e a una efficace campagna elettorale, è riuscito a far salire l’affluenza alle urne dal 55% del primo turno al 58% del secondo. Ha potuto così prevalere al ballottaggio dell’11 giugno col 50,42% dei voti, grazie anche al fondamentale contributo della candidata vicepresidente, l’afro-discendente Francia Marquez, avvocata, attivista sociale, ambientalista e femminista. 

Primo presidente progressista della storia colombiana, Petro si è insediato il 7 agosto 2022 in un’atmosfera di grandi speranze di cambiamento, con una fitta e complessa agenda politica da portare avanti. Il suo è stato e sarà un percorso irto di ostacoli, a causa delle gravi problematiche interne al paese (povertà, disuguaglianze, narcotraffico, presenza della guerriglia in alcune aree del paese, rispetto e conclusione del processo di pace, opposizione dell’oligarchia), ma anche a causa della tradizionale posizione geopolitica della Colombia quale fedele alleato di Washington in Sud America. 

È ancora presto per fare un bilancio del governo Petro, ma alcuni fatti meritano di essere ricordati. Già a inizio agosto 2022, il nuovo Presidente ha riallacciato come promesso i rapporti diplomatici con il Venezuela: Bogotà e Caracas si sono scambiate i rispettivi ambasciatori e le relazioni diplomatiche sono riprese dopo sette anni di interruzione, durante i quali era cresciuto il mercato nero, così come erano proliferate le rotte irregolari per attraversare il confine, spesso controllate e gestite da gruppi criminali. A fine settembre è stata riaperta la frontiera e l’ultimo collegamento terrestre è stato inaugurato a inizio gennaio 2023. 

“Pace totale” era stato uno degli slogan principali di Petro in campagna elettorale: esprimeva la sua ferma intenzione di arrivare ad accordi pace duraturi ed effettivi con tutti i gruppi armati presenti nel paese. Coerentemente con quanto promesso, il Presidente ha subito riaperto il dialogo, stabilendo un cessate il fuoco durante i negoziati. Per meglio sostenere il processo di pace Petro ha aperto trattative distinte con i vari gruppi armati e ampliato il numero di “paesi garanti” del processo. A giugno il governo e l’Esercito di Librazione Nazionale (ELN) hanno raggiunto un accordo per il cessate il fuoco della durata di sei mesi, attivo a partire da agosto, con l’impegno a continuare i negoziati di pace e a rendere permanente la fine delle ostilità. 

A settembre 2022, Petro è stato negli Stati Uniti e ha tenuto un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, denunciando l’inefficacia dell’attuale metodo di “guerra alla droga” (ma anche l’insufficienza delle misure fin qui adottate per contrastare il cambiamento climatico). Secondo i calcoli più recenti, le coltivazioni di coca in Colombia hanno raggiunto 200 mila ettari, nel 2018 erano 171 mila. La produzione del 2021 è stata di 1,400 tonnellate. Durante il governo Duque i risultati in questo campo erano stati molto scarsi: la polizia sequestrava e presidiava svariati ettari di terreno, ma appena lasciava il territorio la coltivazione della coca riprendeva. Su questo terreno assai delicato Petro ha iniziato ad attuare la sua strategia sociale centrata sull’assistenza ai piccoli contadini e alle loro famiglie, garantendo beni e servizi pubblici e l’integrazione economica dei territori, in modo da offrire una valida alternativa alla produzione di coca.  

Il contrasto alla coca (e alla povertà) passa secondo Petro anche dalla “riforma agraria” ossia dalla redistribuzione ai piccoli contadini degli storici latifondi ereditati dal colonialismo spagnolo. Secondo i dati ufficiali, in Colombia il 52% della terra coltivabile è proprietà dell’1,5% della popolazione (solo il Brasile registra a livello mondiale una maggiore concentrazione della proprietà terriera). Il 6 ottobre scorso il governo ha firmato un accordo con la principale associazione nazionale di latifondisti per comprare terre da redistribuire: l’ambizioso piano governativo prevede l’acquisto e la redistribuzione di 3,2 milioni di ettari, il 10% di quelli coltivabili. 

Non sono mancati gli ostacoli. Da ultimo, lo scorso 22 giugno il governo è stato battuto in una Commissione della Camera sul progetto di riforma del mercato del lavoro finalizzato a garantire più diritti ai lavoratori e alle lavoratrici. Su Twitter Petro ha definito come “molto grave” l’accaduto, attribuendolo alla volontà di resistenza ai cambiamenti da parte dei “poteri economici”, accusati di non nutrire “un autentico desiderio di pace e di patto sociale”. Coloro che “controllano il capitale e i media – ha concluso – sono riusciti a orientare il Parlamento contro la dignità dei lavoratori”. 
 

Il sofferto ritorno di “Lula” alla guida del Brasile 

La presidenza Bolsonaro è stata segnata da una gestione negazionista della pandemia, con quasi 700.000 morti ufficiali, e da un sensibile aumento della povertà, da una forte ripresa del disboscamento amazzonico e dall’espansione dell’agrobusiness, dall’inasprimento della violenza poliziesca e della repressione delle lotte sociali, dalla proliferazione della corruzione e dall’isolamento internazionale del Brasile.  

Il mal governo della destra ha alimentato le speranze nel ritorno al governo di “Lula”, dopo la definitiva riabilitazione giudiziaria. Il primo turno delle elezioni presidenziali, il 3 ottobre 2022, si è svolto in un clima di forte tensione e rischi di disordini violenti: da una parte la visione di Bolsonaro, liberista in campo economico e fortemente conservatrice nella visione della società e della religione; dall’altra parte la visione di Lula, orientata alle fasce sociali deboli e decisamente più sensibile alle questioni ambientali e climatiche, promotrice di un ruolo centrale dello Stato in economia. Le consultazioni presidenziali si sono svolte in parallelo all’elezione di 27 degli 81 membri del Senato, di 27 governatori degli Stati federati e della totalità dei 513 membri della Camera dei deputati.  

La Costituzione brasiliana, elaborata dopo la dittatura (1964-85) ed entrata in vigore nel 1988, riserva al Presidente della Repubblica eletto a suffragio diretto anche l’incarico di capo del governo. Per garantire l’effettivo esercizio del potere esecutivo, le elezioni presidenziali vengono effettuate insieme alle legislative per il rinnovo di circa 3/4 dei seggi dei due rami del parlamento: in teoria il Presidente dovrebbe poter indirizzare l’azione legislativa tramite il proprio partito o la coalizione che lo ha sostenuto al primo turno. Possibilità che non sempre si verifica, provocando forti tensioni e richiedendo difficili mediazioni politiche, fino a produrre pretestuose procedure di impeachment, come accaduto a Dilma Rousseff nel 2016

Dato in svantaggio anche di 10 punti nei sondaggi, per recuperare terreno Bolsonaro ha cercato di alzare il livello dello scontro ricorrendo massicciamente a fake news e facendo leva sul potente apparato mediatico privato conservatore. Il presidente uscente, dopo aver abbassato le tasse ai ricchi, riformato le pensioni in senso regressivo, tagliato la spesa per la tutela dell’Amazzonia, in vista delle elezioni ha aumentato a 600 real (circa 110 euro) il sussidio mensile denominato “Auxilio Brasil” erogato a circa 30 milioni di brasiliani in condizioni di estrema difficoltà socioeconomica, allo scopo di far breccia nell’elettorato tradizionale di Lula.  

Il candidato di estrema destra ha, inoltre, ripetutamente espresso dubbi di regolarità del sistema elettorale con voto elettronico, sostenendo la proposta di ritorno al voto cartaceo. La continua denuncia di brogli, sommata alle gravi accuse personali lanciate contro Lula, è stata interpretata come una tattica finalizzata a delegittimare il voto in caso di sconfitta. 

Lula si è presentato al voto come promotore di una pacificazione sociale dopo le lacerazioni provocate da Bolsonaro. A questo scopo ha costruito un ampio “fronte democratico” da contrapporre alle posizioni estremiste del suo avversario. La scelta come vicepresidente del fervente cattolico Geraldo Alckmin, per 12 anni governatore dello Stato di San Paolo e suo sfidante alle presidenziali del 2006, va inquadrata in questa tattica politica: ampliare la base elettorale di Lula anche a settori centristi e moderatamente conservatori che non si riconoscono nelle pulsioni autoritarie di Bolsonaro, apertamente nostalgico della dittatura militare.  

Rispetto agli ultimi sondaggi, il primo turno elettorale porta con sé varie sorprese. Lula sfiora la vittoria ma si ferma al 48,43%, mentre Bolsonaro recupera terreno arrivando al 43,20%, ottenendo la maggioranza relativa alla Camera con la sua formazione politica, il Partito Liberale, che conquista 99 seggi contro i 79 della coalizione “Speranza Brasile” composta dal Partito dei lavoratori (Pt) di Lula, dal Partito comunista del Brasile (PCdoB), dal Partito Socialismo e Libertà (Psol) e dal Partito verde (Pv). In un quadro di grande frammentazione partitica, dalle urne non esce nessuna maggioranza parlamentare coesa: è così chiaro che il vincitore del ballottaggio sarà costretto a continue mediazioni con altri partiti per portare avanti la propria agenda. 

Nelle quattro settimane che separano il primo dal secondo turno il confronto politico si è ulteriormente inasprito. Bolsonaro può contare sul sostegno delle Chiese evangeliche (in primis neo-Pentecostali), su gran parte delle forze armate, sull’oligarchia bianca e sui poteri forti, a partire dagli agrari. Lula continua a mobilitare le classi sociali subalterne, ma il ceto medio deluso dal presidente in carica, si rivolge in particolare alle regioni meno sviluppate del paese come il Nord-est e l’Amazzonia, ai lavoratori e agli afrodiscendenti.  

Nonostante l’ultimo sondaggio desse Lula in vantaggio col 53%, l’ex sindacalista si aggiudica la vittoria di misura, col 50,90% dei suffragi, staccando Bolsonaro di 2.100.000 voti, grazie anche al lieve aumento dell’affluenza ai seggi salita dal 79,05% al 79,41%. Una vittoria sofferta che conferma, da un lato, il consolidamento dell’estrema destra brasiliana e, dall’altro, la marcata polarizzazione che divide il paese. Nel suo primo discorso dopo la vittoria Lula ha usato toni rassicuranti, dichiarando la sua volontà di voler governare “per tutti i 215 milioni di brasiliani”. “Non ci sono due Brasili – ha affermato – ma c’è un unico paese, un unico popolo, un’unica nazione”. Non si tratta – ha concluso – di una vittoria mia, né del Partito dei Lavoratori, né dei partiti che mi hanno appoggiato: è la vittoria di un grande movimento democratico che è al di sopra dei partiti e degli interessi nazionali”. 
 

L’avvio di una nueva oleada de izquierda 

Dopo la sconfitta Bolsonaro ha lasciato il paese per raggiungere la Florida e non assistere all’insediamento di Lula, il primo gennaio 2023. A distanza di una settimana si è verificato un maldestro assalto sovversivo ai palazzi del potere di Brasilia da parte dei sostenitori di Bolsonaro, in stile Capitol Hill. Lo scorso 30 giugno l’ex presidente è stato escluso dalla candidatura fino al 2030 dopo che la Corte Suprema Elettorale ha riscontrato nel suo operato un “abuso di potere politico”, soprattutto per aver sollevato dubbi infondati sul sistema di voto elettronico del paese. 

La vittoria di Lula, al netto delle incertezze per la mancanza di una stabile maggioranza parlamentare, sembra consacrare in America Latina una nueva oleada de izquierda – una nuova ondata di sinistra – dopo quella di inizio millennio. Con l’eccezione del Perù, nei sei principali paesi del continente (Brasile, Argentina, Colombia, Venezuela, Cile e Bolivia) governarno le sinistre, mentre le destre governano soltanto in Paraguay e Uruguay. In Ecuador si andrà al voto il prossimo 20 agosto per tentare di chiudere una fase di forte instabilità, che ha visto il presidente Guillermo Lasso sciogliere l’Assemblea nazionale controllata dall’opposizione e accorciare il proprio mandato per non affrontare procedimenti di impeachment  (Tabelle 2 e 3).

Tabella 2: Situazione politica nei principali Stati del Centro America e in Messico

Tabella 3: Situazione politica nei principali Stati del Sud America

La prima riunione della Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (Celac) dopo la vittoria di Lula, tenutasi lo scorso 24 gennaio a Buenos Aires, ha registrato la ripresa del processo di integrazione interrotto dal ritorno delle destre al governo dei vari paesi membri. Tale processo mira a creare nel continente un soggetto politico forte e unitario, per tutelare la piena sovranità democratica degli stati a sud del Rio Bravo dalle interferenze di Washington nel suo storico “cortile di casa”.  

Sulla prosecuzione di questo percorso pesano le incognite delle vicine elezioni presidenziali in Argentina, previste per il 23 ottobre prossimo: non si ricandideranno né il presidente e la vicepresidente in carica, i “peronisti di sinistra” Alberto Fernandez e Cristina Kirchner, né il liberista Mauricio Macri, leader della destra e già presidente dal 2016 al 2019. Su queste rinunce pesa la grave situazione economica e sociale del paese, con l’inflazione che a maggio scorso ha raggiunto il 114,2% su base annua, i tassi di interesse al 97%, un debito pubblico all’85% del PIL, un forte squilibrio della bilancia commerciale con l’estero, la svalutazione del peso di circa il 35% sul dollaro dall’inizio anno, la povertà salita al 40% della popolazione arrivando ad interessare quasi 20 milioni di argentini. 

Lo scontro fra le oligarchie nazionali, da un lato, e il variegato fronte di “los de abajo“, dall’altro lato, che ha caratterizzato il percorso storico del subcontinente fin dalla sua indipendenza, non avrà soluzione pacifica fino a quando i movimenti e i partiti progressisti, impegnati a dar voce alle istanze popolari, non riusciranno a istituire forme democratiche realmente compiute e non riformeranno in modo strutturale il modello di sviluppo. In assenza di queste trasformazioni, la nuova ondata di sinistra potrebbe rivelarsi di breve durata.

Andrea Vento è tra i fondatori del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati (GIGA) e insegna geografia nell’Istituto “A. Pacinotti” di Pisa.

Federico Oliveri è Senior Fellow del Centro Interdisciplinare “Scienze per la Pace” dell’Università di Pisa e co-fondatore di “Scienza&Pace Magazine”. Insegna “Filosofia della pace” nel corso di laurea in Scienze per la pace dell’Università di Pisa e “Informatica giuridica” nel corso di laurea in Scienze giuridiche per l’innovazione organizzativa e la coesione sociale dell’Università di Camerino.