Deforestazione amazzonica: di chi sono le responsabilità?

a cura di Marika De Marco

 

Nel biennio 2019-20, quasi il 98% delle segnalazioni relative a pratiche di deforestazione illegale nell’Amazzonia brasiliana si è tradotto in un nulla di fatto. Lo sostiene uno studio pubblicato recentemente sulla rivista Environmental Research Letters. L’indagine, a cura di un gruppo di ricerca guidato da Marcondes G. Coelho Junior, ricercatore presso l’Instituto de Florestas della Universida de Federal Rural do Rio de Janeiro, fornisce un quadro preoccupante della situazione in Amazzonia, che imputa pesanti responsabilità al presidente uscente Jair Bolsonaro.

Il governo riceve segnalazioni ma queste non si trasformano in interventi”, ha spiegato Coelho-Junior, interpellato dalla ONG statunitense Mongabay. “Non è che il governo ignori l’esistenza della deforestazione. Sono le carenze della politica governativa in materia ambientale a bloccare i provvedimenti di fronte a questi allarmi”.

Si critica, dunque, il fatto che nel 98% dei casi le segnalazioni non siano state approfondite e verificate. Le denunce passano in primo luogo dall’Istituto per l’Ambiente emanazione del governo: per questo l’obiettivo critico dei ricercatori è la scarsa reattività di quest’ultimo. Le ragioni addotte per questa mancanza di interventi governativi contro la deforestazione amazzonica includono la riduzione del numero degli ispettori e le carenze nel processo di nomina delle posizioni strategiche nel team esecutivo.

I numeri sono estremamente preoccupanti. Tra l’agosto 2020 e il luglio 2021 si segnala che la deforestazione abbia proceduto a un ritmo più alto rispetto agli ultimi 15 anni. “La presidenza di Jair Bolsonaro è stata caratterizzata da un allentamento delle normative e da tagli al budget delle agenzie ambientali, decisioni che hanno portato a un’impennata dei tassi di distruzione dell’Amazzonia dal suo insediamento nel 2019″, si legge ancora nella ricerca.

Eppure, l’esperienza del passato dimostra che investimenti, accordi privati e monitoraggio possono portare a risultati significativi. Come quello conseguito nel 2012 quando il Brasile era riuscito a ridurre la deforestazione dell’84% su base annua.

È certamente vero che sotto il presidente uscente, dall’inizio dell’anno ad oggi, circa 3700 km² di foresta Amazzonica sono andati perduti: un aumento superiore al 100% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Ma una ricostruzione storica del fenomeno mostra che Bolsonaro è solo l’ultimo esecutore del disastro ambientale in Amazzonia, disastro che va avanti da decenni, con responsabilità diverse, anche negli altri paesi che ospitano le foreste.

Il Brasile ha perso l’11% della sua area forestale tra il 1985 e il 2017. Più del 60% delle aree disboscate, secondo la ricerca di Mapbiomas, sono perdite forestali in Amazzonia e uno dei record nei tassi di deforestazione è stato raggiunto nel secondo anno del primo governo Lula, per effetto di decisioni prese negli anni precedenti e non tempestivamente revocate. Come mostra l’infografica sottostante, il disboscamento è poi diminuito sotto Lula per arrivare al minimo nei primi anni di governo di Dilma Rousseff, per poi riprendere a crescere fino ai nuovi record attuali. Il problema è che, i governi di tutti gli schieramenti, hanno posto al centro della loro azione la crescita economica del paese, anche a costo di minare l’equilibrio ambientale.

Tra il 1985 e il 2017 sono stati 800.000 i chilometri quadrati di foresta amazzonica scomparsi per fare spazio ad agricoltura e allevamento intensivi, a loro volta destinati a sostenere il consumo di carne nel resto del mondo. Vasti tratti di foresta vengono disboscati per poi essere seminati nuovamente con dell’erba tipica della savana africana per nutrire i bovini, o in alternativa vengono architettati stretti filari per la coltivazione della soia, di cui il Brasile, dietro solo agli Stati Uniti, è tra i principali esportatori al mondo. Le invasioni territoriali a discapito degli indigeni sono cresciute del 150% e molte sono le specie in via di estinzione, a causa della distruzione degli habitat naturali.

Molte grandi aziende non comunicano in modo trasparente l’impatto delle loro attività sulla deforestazione globale, oltre a non adottare misure adeguate a favore della salvaguardia delle foreste. Nel triennio 2016-2018 più di 350 aziende hanno rifiutato di rispondere a domande in merito – tra cui marchi come Dominos, Next, Ferrero Spa e Sports Direct – mentre il 70% di esse non ha fornito informazioni o dettagli sui principali elementi contestati, responsabili (direttamente o indirettamente) della deforestazione amazzonica: ovvero la produzione di legno e olio di palma, la diffusione di allevamenti di bestiame e soia.

La deforestazione illegale, inoltre, si traduce successivamente in cluster di allevamento abusivo: sono molte le aree in cui pascolano decine di migliaia di animali che, prima di essere condotti al macello, verrebbero trasportati dagli allevatori in pascoli legali alterandone così l’origine e rendendo la loro carne commercializzabile.

In conclusione: l’effetto negativo della presidenza Bolsonaro è indiscutibile ed ha una ricaduta globale. Basti pensare che lo scorso anno, secondo l’Osservatorio sul Clima, il Brasile ha immesso nell’atmosfera 1,93 miliardi di tonnellate di CO2 dovute ad allevamenti intensivi, facendo registrare un incremento delle emissioni del 3,5% rispetto al 2014. Cui si sommano gli effetti degli incendi, metodo cui ricorrono molto spesso gli autori della deforestazione abusiva. Tuttavia, con le dovute proporzioni, nessuno dei governi precedenti può dire di non avere nessuna responsabilità sullo stato delle cose presenti.