lunedì, Aprile 15, 2024
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La perdurante instabilità politica del Perù

di Andrea Vento

In meno di cinque anni si sono alternati in Perù ben sei presidenti. L’ultimo, Pedro Castillo, esponente della sinistra, è stato deposto il 7 dicembre 2022 e arrestato con l’accusa di “ribellione e tentato colpo di Stato”, scatenando una massiccia sollevazione dei popoli originari, duramente repressa dal governo guidato dall’ex vicepresidente Dina Boluarte.

Per comprendere le cause profonde della perdurante instabilità del paese, è necessario ricostruire sia pur brevemente le travagliate vicende politiche peruviane, dalla dittatura di Fujimori alle proteste contro la repressione, a favore di nuove elezioni presidenziali e di un nuovo processo costituente: sullo sfondo, emergono le lotte contro il modello economico estrattivista e liberista, che ha prodotto disuguaglianze, marginalità sociale e devastazioni ambientali.

L’instabilità del Perù dopo l’era Fujimori

Fra i principali “mali endemici” latinoamericani, l’instabilità politica ha raggiunto negli ultimi anni in Perù un livello che, probabilmente, ha pochi precedenti storici. Dopo il decennio dittatoriale di Alberto Fujimori che ha attraversato tutti gli anni ’90 del secolo scorso, con la fuga in Giappone di Fujimori per sottrarsi alla giustizia peruviana, nel novembre 2000 la presidenza viene assunta ad interim dal Presidente del Congresso, Valentin Paniagua. Uscito vincitore dalle successive elezioni politiche, nel luglio 2001 si insedia alla presidenza l’economista liberista Alejandro Toledo, rimanendo in carica fino al termine del mandato nel 2006. Nello stesso anno viene eletto il candidato centrista Alan Garcia, già presidente prima dell’era Fujimori, dal 1985 al 1990, a cui nel 2011 succede Ollanta Humala, ufficialmente esponente del centro-sinistra ma ben presto protagonista di una decisa virata a destra, che lo porta ad allontanarsi dalla sua base elettorale. Come affermato dal politologo peruviano Wilfredo Ardito “Humala paga l’isolamento in cui si è venuto a trovare al termine del suo mandato. Eletto con l’obiettivo di portare un messaggio di sinistra e di innovazione, durante la sua presidenza si è invece avvicinato ai grandi gruppi estrattivi, cosi che da molti è stato visto come un traditore”.

Dopo aver affrontato il decennio di dittatura fujimorista e il cambio di linea politica di Humala, quando nel 2016 viene eletto presidente un altro economista liberista, Pedro Pablo Kuczynsky, inizia per il paese la fase di maggiore instabilità politica, con la rapida alternanza di vari presidenti. Dopo aver concesso a fine 2017 la grazia a Fujimori, condannato e imprigionato per corruzione dal 2007, nel marzo dell’anno successivo Kuczynsky si dimette a seguito di un’incriminazione per voto di scambio, proprio per la liberazione dell’ex dittatore. Gli subentra il suo vicepresidente, Martin Vizcarra. Quest’ultimo, dopo un lungo braccio di ferro istituzionale con il parlamento controllato dall’opposizione, dopo l’apertura del procedimento di impeachment l’11 settembre 2020, viene sfiduciato dal Parlamento il 9 novembre successivo “per incapacità morale”, a causa di un presunto coinvolgimento in un caso di corruzione risalente al 2014.

La rimozione di Vizcarra, accusato senza prove e senza un’inchiesta ufficiale, è stata giudicata da diversi analisti e da molti peruviani un “golpe istituzionale” compiuto da un parlamento delegittimato contro un politico che aveva nel suo programma di governo la moralizzazione delle istituzioni e la lotta alla corruzione, pur essendo egli stesso parte dell’oligarchia nazionale.

A Viczarra, secondo le disposizioni della Costituzione peruviana, il 10 novembre 2020 subentra il Presidente del Congresso Manuel Merino, del partito di centro-destra Azione Popolare, che dà vita a un governo di estrema destra con il sostegno degli ammiragli della Marina Militare peruviana. Nel paese iniziano a diffondersi le proteste popolari contro la destituzione di Viczarra: la brutale repressione sfocia, il 15 novembre, nell’uccisione di 3 manifestanti e provoca in pochi giorni centinaia di feriti. La condanna della condotta particolarmente violenta della polizia da parte della Corte Costituzionale peruviana provoca l’abbandono dell’incarico da parte di 13 dei 18 ministri del governo e la richiesta di dimissioni dell’appena insediato Merino che, quello stesso pomeriggio, lascia la presidenza dopo soli cinque giorni.

Il 17 novembre 2020 il nuovo Presidente del Congresso, il centrista Francisco Sagasti, sostituisce Merino alla guida del paese divenendo il terzo presidente nel giro di una settimana. Sagasti riesce nell’impresa di portare a termine il mandato fino al luglio successivo quando, dopo aver sconfitto la candidata dell’estrema destra Keiko Fujimori, si insedia alla presidenza il maestro di strada Pedro Castillo, esponente di Perù Libero: è l’espressione di “los de abajo”, dei ceti subalterni e delle popolazioni indigene. La sua vittoria, conseguita col distacco di soli 44.000 voti al ballottaggio del 6 giugno, per 50,13% contro 49,87%, alimenta speranze di cambiamento sociale dopo anni di politiche neoliberiste.

La destituzione di Castillo innesca la sollevazione popolare

Insegnante prestato alla politica, Pedro Castillo viene eletto con il sostegno compatto dei popoli amerindi della zona dell’altopiano, mentre la costa a maggioranza bianca, motore dello sviluppo capitalistico del paese, vota in prevalenza per il candidato di Forza Popolare, Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore.

I poteri forti, le oligarchie nazionali e le forze reazionarie, sin dai primi giorni dopo l’insediamento del nuovo presidente, iniziano a operare per bloccare l’attività politica di Castillo e per causarne la caduta o la destituzione. In particolare, cercano di produrre una situazione di impasse politica facendo leva sulla mancanza di una maggioranza parlamentare di supporto al governo, essendo l’organo legislativo controllato dall’opposizione di centro-destra.

Uno dei principali elementi di criticità del sistema istituzionale adottato in quasi tutti gli stati latinoamericani risulta proprio dalla possibilità di avere presidenti eletti al secondo turno, ma privi di maggioranze parlamentari: essi si trovano costretti, nel migliore dei casi, a continue mediazioni con l’opposizione, rimandando o rendendo ardua l’attuazione dei propri programmi di governo o, nel peggiore dei casi, vengono destituiti da veri e propri “golpe istituzionali”, tramite il voto parlamentare di impeachment o analoghe procedure di destituzione.

Dopo aver trascorso un periodo estremamente difficile alla guida del paese, durante il quale gli è stata resa quasi impossibile l’azione di governo, e dopo aver commesso anche vari errori di inesperienza, Pedro Castillo viene messo in stato di accusa e, successivamente, deposto il 7 dicembre 2022. Il Parlamento vota la sua destituzione con 101 favorevoli e 6 contrari su 130 voti, per aver tentato, il giorno prima, di sciogliere lo stesso Parlamento e prevenire un suo ennesimo voto di destituzione architettato dalle opposizioni, con l’obiettivo di instaurare un “governo di emergenza nazionale”.

La vicepresidente Dina Boularte, benché in origine esponente anche lei del partito di sinistra Perù Libero, subentra a Castillo nel ruolo di presidente, dando vita a un governo di fatto orientato a destra, mentre nel paese esplodono le proteste popolari, soprattutto da parte delle comunità indigene dell’altopiano. Le manifestazioni di piazza violentemente represse dalla polizia provocando oltre 60 morti e centinaia di feriti, sfociano nella condanna dell’operato delle forze dell’ordine e del nuovo Presidente da parte di molti governi, soprattutto latinoamericani, ma non occidentali, i cui media mainstream non danno visibilità alla grave situazione interna al Perù.

Le imponenti manifestazioni dei popoli indigeni, sostenute dall’89% della popolazione, hanno tra le principali richieste le dimissioni di Dina Boularte (il cui governo è considerato illegittimo anche dai governi di Messico, Argentina, Bolivia, Cile e Colombia), l’indizione di elezioni politiche per il prossimo ottobre e la formazione di un’assemblea costituente per la stesura di un nuovo testo costituzionale che archivi quello ereditato dalla dittatura di Alberto Fujimori.

L’attuale costituzione peruviana, infatti, è entrata in vigore nel 1993, durante la dittatura. Oltre a una chiara matrice neoliberista, che ha favorito importanti privatizzazioni, non contempla i diritti dei popoli amerindi, al contrario di quelle dello Stato Plurinazionale della Bolivia e dell’Ecuador, gli altri due vicini paesi sudamericani con una consistente percentuale di popolazione indigena.

Il modello di sviluppo peruviano

La strategia di sviluppo peruviana degli ultimi decenni, basata su principi neoliberisti e su un’economia aperta ai mercati globalizzati, ha portato nel 2021 il paese ad aver ratificato ben 32 trattati commerciali bilaterali1 preferendo questa tipologia di relazioni, spesso asimmetriche, all’adesione paritetica a organizzazioni d’integrazione economica macro-regionale latinoamericana a trazione progressista, come il Mercosur e l’Alba, ai quali infatti non ha aderito.

Tuttavia, il Perù è membro fondatore del Patto Andino, costituito insieme a Bolivia, Cile, Colombia ed Ecuador col Patto di Cartagena del 1969: un organismo che ha, successivamente, registrato l’adesione del Venezuela nel 1973 e l’abbandono del Cile nel 1976. Inizialmente caratterizzato da politiche commerciali protezionistiche e da un ruolo centrale dello Stato, a seguito della crisi debitoria degli stati latinoamericani, dal 1989 le politiche economiche e commerciali del Patto registrano il passaggio a un modello di sviluppo di mercato, incentrato sull’espansione dei commerci. Il nuovo corso porta alla creazione, nel 1993, di un’area di libero scambio con abolizione delle barriere doganali per le merci e parte dei servizi fra gli stati membri, alla quale il Perù aderisce nel 1997. In quello stesso anno il blocco commerciale formato da Bolivia, Colombia, Ecuador e Colombia assume la nuova denominazione di Comunità Andina (Can).

La matrice sviluppista ed estrattivista del modello neoliberale, ad elevato grado di apertura e dipendenza verso l’esterno, se da un lato tende ad alimentare l’espansione dei commerci e la crescita economica di alcuni settori, a causa delle sue caratteristiche intrinseche finisce per alimentare povertà e disuguaglianze, lasciando in secondo piano questioni fondamentali come l’inclusione e la mobilità sociale. Per reagire a questa situazione, foriera di gravi squilibri interni, i paesi del Can hanno introdotto nel 2003 il Piano Integrale per lo sviluppo sociale, la cui importanza nell’agenda politica dell’organismo avrà, tuttavia, durata breve ed effimera.

Percependo come una minaccia al processo di integrazione regionale fra pari la sottoscrizione di Trattati di Libero Commercio con gli Stati Uniti da parte di Perù e Colombia, il Venezuela guidato allora da Chavez decide di uscire dal Can nell’aprile del 2006, mentre al Cile viene riconosciuto la condizione di Paese Associato, tenendo aperta la porta a un futuro nuovo ingresso. L’anno precedente, il medesimo status di Paese Associato era stato conseguito anche dai membri del Mercosur, Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, a seguito di un accordo di cooperazione fra i due blocchi commerciali con la prospettiva, una volta superate le divergenze di natura geopolitica, di della fusione finale in un unico organismo sudamericano. Nel 2005, infine, viene introdotta sul modello dell’Unione Europea, la libera circolazione delle persone fra gli Stati membri.

I Trattati di Libero Commercio costituiscono, da oltre mezzo secolo, un fondamentale pilastro della politica commerciale del Perù, come testimoniato anche dalla partecipazione all’Alleanza del Pacifico (AP), fondata nel 2011 insieme a Messico, Colombia e Cile, con i quali in quegli anni ha condiviso l’impostazione liberista, conservatrice e filo statunitense. L’organismo in questione, nato sotto l’egida di Washington dopo il fallito tentativo di creazione dell’Alca2, costituisce un blocco commerciale liberoscambista imperniato su singoli trattati fra gli stati membri e i rispettivi partner, principalmente dell’area Asia-Pacifico, nel quale predominano gli scambi verso l’esterno a discapito di quelli fra gli stati aderenti.

Gli ambasciatori in Italia dei quattro Stati membri, in un comunicato congiunto dell’aprile 2022, evidenziando l’elevato grado di internazionalizzazione delle loro econome, affermano che l’Alleanza del Pacifico, nel suo complesso, occupa l’ottava posizione sia come potenza economica mondiale sia come valore dell’export, rappresentando il 58,8% del commercio totale latinoamericano e attirando il 51,1% degli investimenti esteri in entrata nel subcontinente. Infatti, continuano i diplomatici “per i suoi obiettivi, e conseguentemente, per i suoi risultati in qualità di forza economica, l’AP ha attirato l’interesse internazionale: 61 Stati dei 5 continenti sono ufficialmente Paesi Osservatori dell’Alleanza, fra cui l’Italia dal novembre 2013, con Irlanda e Pakistan gli ultimi due Stati da essere stati ammessi il 26 gennaio 2022. Va inoltre sottolineato che lo scorso gennaio è stato firmato un accordo di libero scambio con Singapore, il primo Stato associato del blocco una volta che l’accordo sarà ratificato dalle parti”.

Il testo fondativo dell’accordo, sottoscritto il 28 aprile 2011, riporta che “tra le prerogative dell’Alleanza del Pacifico vi sono l’aumento della crescita, dello sviluppo e della competitività“: una rotta geo-economica che ha condotto gli Stati membri nel circuito della globalizzazione neoliberista, riservando loro il ruolo di fornitori di materie prime minerarie e agricole (Cile, Perù e Colombia) e di prestatori di manodopera nelle filiali delocalizzate dalle multinazionali statunitensi (Messico).

In linea con tale impostazione, le relazioni commerciali estere del Perù, pur godendo di un saldo della bilancia commerciale strutturalmente positivo (Tabella 1), evidenziano il ruolo subordinato del paese nel contesto internazionale, sia per quanto riguarda la composizione merceologica dell’export a netta prevalenza di materie prime grezze, sia per ciò che concerne i principali partner, che infatti risultano essere nell’ordine Cina, Stati Uniti e Canada.

L’AP ha strutturato anche forti legami con l’Unione Europea a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Libero Commercio UE-AP nel marzo 2013, che ha consentito alla grande maggioranza delle esportazioni non agricole peruviane e al 57% di quelle agricole di avere accesso al mercato comunitario in esenzione tariffaria (con lo stesso trattamento, peraltro, riservato nel mercato peruviano ai prodotti tessili ed alimentari di eccellenza europei). L’accordo ha anche introdotto facilitazioni all’ingresso nel mercato interno peruviano per le multinazionali europee, che operano nel settore delle materie prime agricole e in quello minerario.

Tale modello economico, teso a creare le condizioni favorevoli per gli investimenti da parte del capitale nazionale e transnazionale, se da un lato si concretizza in un quadro macroeconomico sostanzialmente accettabile per i parametri capitalistici, dall’altro produce disparità sociali e alimenta una povertà strutturale.

Non è un caso che nel 2021, secondo l’Annuario statistico America Latina e Caraibi, Colombia e Cile risultino rispettivamente il primo e il terzo paese con l’indice Gini sulla diseguaglianza nella distribuzione del reddito più elevato del Sud America e che in Messico e Colombia la povertà sia ancora molto diffusa, anche in presenza di un livello medio di sviluppo economico: in Messico, nel 2021, la povertà si attestava al 37,4% della popolazione nonostante un reddito pro capite di 9.300 $ annui, mentre in Colombia con un reddito pro capite di 6.200 $ annui la povertà colpisce il 35,4% della popolazione. Per avere un parametro di raffronto con paesi dall’analoga struttura economica post-coloniale e oligarchica ma con politiche commerciali diverse, il Paraguay membro del Mercosur e la Repubblica Dominicana appartenente alla Comunità Caraibica (Caricom), hanno rispettivamente un reddito pro capite di 6.200 $ e di 8.500 $con un tasso di povertà del 20,9% e del 22,5%.

Le basi materiali dell’economia peruviana

L’impianto estrattivista dell’economia peruviana fa leva su un’abbondante e variegata dotazione di risorse minerarie, sfruttate in prevalenza da multinazionali straniere come la svizzera Glencore o la canadese Cerro di Pasco Resources Inc. Il Perù risulta il secondo produttore mondiale di rame (3° per riserve), di argento (1° per riserve) e di zinco (3° per riserve), il terzo di piombo, il quarto di stagno e molibdeno e il sesto di oro, oltre a detenere considerevoli giacimenti di minerali di ferro, fosfati, manganese e litio.

Fulcro dell’economia peruviana, l’export minerario copre circa i 2/3 del totale nazionale, con il rame nettamente predominante, che contribuisce a circa metà delle esportazioni di minerali e il cui principale acquirente risulta di gran lunga la Cina (63%), seguita a distanza da Brasile (10%) e Giappone (9%). L’oro peruviano, invece, viene acquistato soprattutto da India (30%), Svizzera (29%) e Stati Uniti (25%).

Particolarmente attraente per i global players di settore, il comparto estrattivo a partire dal rame è stato interessato dalla fine del 2018 da un incremento degli investimenti nazionali e, soprattutto, internazionali. Ad esempio, nel settore degli idrocarburi (petrolio e gas) nel corso del 2019 i capitali impiegati sono saliti a 620 milioni di dollari, con un incremento del 4% rispetto al 2018. Tuttavia, se da un lato il Perù risulta in grado di soddisfare la domanda interna di gas e dal 2010 di esportare il surplus prodotto, dall’altro lato per quanto riguarda il petrolio i 200.000 barili estratti al giorno (secondo i dati ufficiali del dicembre 2021) non risultavano sufficienti a coprire il fabbisogno nazionale di circa 250.000 a causa della totale privatizzazione del comparto iniziata durante l’era Fujimori. Il controllo delle multinazionali petrolifere sulle risorse peruviane, con una gestione esclusivamente orientata al profitto, ha comportato gravi conseguenze in termini di perdita di controllo statale, mancata pianificazione dell’estrazione in funzione dei consumi interni e dipendenza dall’estero per parte dell’approvvigionamento.

Per ovviare a tale strutturale situazione di fragilità e dipendenza estera, a dicembre 2021 il presidente Castillo, in linea con la priorità della lotta alla “dittatura del mercato” annunciata sin dal suo insediamento, ha presentato un piano economico per riportare, dopo 25 anni, sotto il controllo diretto dello Stato le risorse del sottosuolo. Già alla fine del 2021, la compagnia statale Petroperù ha così ripreso le attività di estrazione del petrolio e del gas, assumendo il controllo del Blocco I dell’importante bacino petrolifero di Talara, composto da 190 pozzi attivi. Durante la sua inaugurazione il presidente Castillo, rimarcando il cambio di paradigma economico operato, ha dichiarato: “Oggi abbiamo cambiato la storia facendo il grande passo per tornare a Petroperù con questa operazione, nei prossimi mesi con il lotto 192, il più grande del paese, e con il lotto 64. L’attività di questi lotti assicura parte del greggio che la Nuova Raffineria di Talara richiederà per la produzione di carburanti di qualità a beneficio di milioni di famiglie peruviane”.

Le nuove linee di politica economica adottate dal governo Castillo, finalizzate al raggiungimento dell’autosufficienza energetica del paese, oltre al ritorno dell’azienda statale alle sue funzioni originarie, prevedevano anche la revisione al rialzo del livello delle royalties per le multinazionali che estraggono in concessione idrocarburi dal sottosuolo peruviano: un aumento dei corrispettivi finalizzato ad incrementare gli scarni introiti fiscali destinati alla spesa sociale e alla tutela delle comunità colpite dalle devastazioni ambientali causate dall’attività estrattiva, nonché alla promozione delle energie rinnovabili.

Altro settore di primaria importanza per l’export peruviano è rappresentato dal settore dell’agrobusiness, favorito dal processo di trasformazione di parte dell’agricoltura tradizionale in agroindustria, che nella logica capitalista applicati all’agricoltura si traduce in un aumento di produttività per le produzioni monocolturali da esportazione, gestite dalle grandi società multinazionali. Grazie alla sua eccezionale biodiversità, il paese risulta fra i primissimi produttori mondiali di ortofrutta come asparagi, carciofi, peperoncino, cipolle, banane biologiche, avocado, uva da tavola, mirtilli e mango, oltre a materie prime agroindustriali come caffè e cacao. Per quanto riguarda l’attività di pesca, il Perù si trova in vetta alla graduatoria mondiale di produzione di farina di pesce, con 890.000 tonnellate nel 2019.

Conclusioni

Nonostante l’economia del Perù goda di accettabili fondamenta macroeconomiche, determinate da una bilancia commerciale strutturalmente attiva, un tasso d’inflazione basso (2,6% nel 2022), un debito estero nel 2021 pari al 45,7% del Pil e un’immediata ripresa economica dopo la crisi pandemica del 2020, con la ricchezza prodotta nel 2022 tornata a superare il livello del 2019, nel 2021 la società peruviana risultava ancora caratterizzata da sensibili squilibri di reddito, con l’indice Gini intorno a 0,45, e da una povertà diffusa che interessava ancora 1/5 della popolazione, in base all’ultimo report dell’Annuario statistico America Latina e Caraibi 2022.

Il malessere sociale, ormai endemico in Perù a causa delle difficili condizioni in cui versa storicamente una parte consistente di popolazione, sfocia regolarmente in proteste contro l’industria estrattiva protagonista di uno sfruttamento capitalistico delle risorse del sottosuolo senza redistribuzione sociale dei proventi e con un forte impatto ambientale.

La strenua resistenza delle comunità indigene all’attività estrattiva, causa di gravi ripercussioni sulla coesione sociale e sulle risorse idriche e naturali, ha prodotto sino a oggi anche alcuni significativi risultati come il blocco dei progetti minerari di Conga, Tia Maria e del Lotto 192.

Il progetto di riappropriazione delle risorse nazionali predisposto, ma solo in minima parte attuato, da Castillo ha inevitabilmente portato fin dall’inizio il suo governo in rotta di collisione con gli interessi dell’oligarchia nazionale e del capitale transnazionale, le cui strategie destabilizzatrici sono iniziate sin dal suo insediamento, con un primo pretestuoso voto parlamentare di impeachment nei primi mesi del suo insediamento. Una strategia mai venuta meno nemmeno nel periodo successivo che, sommata ad altre, ha reso estremamente problematica l’attuazione dell’agenda programmatica del governo, inducendo Castillo, anche a causa della sua inesperienza, a una linea politica talvolta ondivaga e ad alcuni errori strategici: la destituzione del 7 dicembre 2022, seguite dalle ricordate proteste popolari, ne costituisce l’esito finale.

L’approvazione di una nuova costituzione, che superi l’impianto neoliberista e riconosca i diritti della natura e dei popoli amerindi può costituire il primo passo verso una nuova stagione politica, che affronti l’annosa questione delle disuguaglianze interne non solo sociali (fra l’oligarchia e i ceti subalterni), ma anche territoriali (fra la costa dove si trova Lima e l’altopiano, più la parte amazzonica), nonché etnica (fra bianchi, in maggioranza benestanti o ricchi, e i popoli amerindi, poveri ed emarginati anche politicamente).

I peruviani in lotta sono consapevoli della necessità di superare le politiche economiche neoliberiste che, a partire dall’era Fujimori, hanno aperto alla privatizzazione dei servizi pubblici, al taglio della spesa sociale, sanitaria e per la pubblica istruzione, oltre al rilascio di numerose concessioni di sfruttamento delle risorse minerarie ed energetiche a vantaggio di multinazionali straniere, che hanno causato danni ambientali nelle terre andine e amazzoniche abitate dalle comunità indigene. Soprattutto queste ultime sono determinate a chiudere definitivamente la lunga stagione post-coloniale, neoliberista e repressiva, che li ha relegati al ruolo strutturale di “vittime sacrificali” del profitto e della rendita estrattivista.

È proprio nello scontro fra questi blocchi sociali ed economici contrapposti che affondano le radici dell’instabilità politica perdurante nel paese. Andrea Vento è tra i fondatori del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati (GIGA) e insegna geografia nell’Istituto “A. Pacinotti” di Pisa. E-mail: andreavento2013@gmail.com

Note

1 Il Perù fino al 2021 aveva sottoscritto Accordi di Libero Scambio con Argentina, Australia, Bolivia, Canada, Cile, Cina, Colombia, Cuba, Repubblica Ceca, Danimarca, Ecuador, El Salvador, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Giappone, Malesia, Paesi Bassi, Norvegia, Paraguay, Portogallo, Romania, Singapore, Repubblica di Corea, Spagna, Svezia, Svizzera, Thailandia, Unione economica Belgio – Lussemburgo, Regno Unito e Venezuela.

2 L’Area di Libero Scambio delle Americhe, progetto di estensione del Nafta a tutto il continente, sostenuto da Bush Jr. ma fallito nel 2005 per opposizione dei paesi sudamericani impegnati in un processo di integrazione Sud-Sud.