Il Brasile al voto e le prospettive del futuro governo

di Felipe Ziotti Narita

 

Nonostante il vantaggio al primo turno della sinistra di Luiz Inácio Lula da Silva (leader del Partito dei lavoratori) sulla destra di Jair Bolsonaro (leader del Partito liberale) che ha vinto le elezioni del 2018, le elezioni brasiliane sono ancora molto aperte. I candidati alla carica di presidente erano numerosi, ma Lula e Bolsonaro hanno concentrato la loro partita soprattutto sul piano ideologico e sui diversi progetti di società che ciascuno rappresenta. La situazione esprime perfettamente contraddizioni e criticità del Brasile contemporaneo.

In primo luogo, abbiamo il problema istituzionale della democrazia. Dalla fine del regime militare nel 1985, la democrazia liberale è stata istituzionalizzata tramite alcune importanti novità: l’estensione della partecipazione dei cittadini alle elezioni competitive, la creazione di strutture di accountability per migliorare la gestione pubblica alla luce delle richieste di una società civile sempre più forte, l’autonomia tra le sfere del sistema statale (il potere esecutivo, legislativo e giudiziario) e la difesa di un’agenda multiculturale in linea con l’eterogeneità delle società globalizzate. Questo progetto, elaborato tra il 1990 e il 2000, è stato messo in discussione dalle continue intimidazioni autoritarie del presidente Bolsonaro contro la magistratura e dall’agenda progressista sui problemi razziali e di genere.  Inoltre, la sistematica sfiducia nei confronti della trasparenza del sistema elettorale, alimentata da campagne di disinformazione, fake news, teorie cospirazioniste spesso condotte dallo stesso presidente Bolsonaro, contribuisce a indebolire le procedure democratiche.

Negli ultimi anni il Brasile ha dovuto affrontare diverse crisi socioeconomiche. Tra il 2014 e il 2016, con la fine del ciclo di espansione legato allo sfruttamento e al commercio delle materie prime, gli effetti della crisi globale del 2008, l’incapacità di gestione della politica economica interna, la forte recessione (che ha vanificato le promesse di ascesa sociale dei governi del Partito dei Lavoratori) e le difficoltà di guidare il governo con un Congresso ostile, hanno contribuito fortemente all’impopolarità e all’impeachment di Dilma Rousseff nel 2016. La precarietà del lavoro e il deterioramento dei livelli salariali durante il governo del vice di Rousseff, Michel Temer (2016-2018), hanno ampliato le disuguaglianze sociali; le costanti denunce verso la classe politica hanno fatto sì che si creasse una forte distanza tra il sistema politico e la società civile. Dopo l’impeachment al presidente Temer, i governi del Partito dei Lavoratori e quelli successivi sono stati accolti negativamente dall’opinione publica indignata per i vari casi di corruzione.

I processi hanno aperto la strada a una nuova destra populista che ha saputo raccogliere il risentimento popolare dalle strade e dai social media. La vittoria del presidente Bolsonaro nel 2018 ha consolidato l’ascesa della destra fondata su una piattaforma ideologica eterogenea. Il governo di Bolsonaro ha gestito molto bene le indignazioni dei cittadini contro la corruzione ed ha sostenuto i suoi discorsi sul substrato morale del conservatorismo e della religione cristiana (componente socioculturale molto significativa nella formazione delle società latinoamericane). La posizione conservatrice ha promesso “ordine” in un mondo di rapidi cambiamenti ed è riuscita a frenare l’avanzamento delle tematiche progressiste.  La difesa delle riforme economiche liberali, nonostante abbia comportato vari problemi, risponde alle esigenze del settore privato e dialoga con i lavoratori precarizzati dalla gig economy, frustrati per la disoccupazione cresciuta alla fine dei governi del Partito dei Lavoratori, promuovendo l’ideologia del merito individuale e il primato dell’individuo rispetto a uno Stato inefficiente. Incorporando la logica populista della nuova destra, il bolsonarismo ha anche attivato settori radicali della società che non avevano ancora voce nel sistema politico brasiliano. Con la sua notoria capacità di mobilitazione nelle reti social e nelle strade, la forza di Bolsonaro e della destra può essere osservata nelle elezioni del 2022 per il Senato e nei governi statali (anche nel più ricco stato di San Paolo) e nella sorprendente quantità di voti ricevuti nelle ultime elezioni (mentre i sondaggi indicavano, erroneamente, la vittoria di Lula già dopo primo turno).

Dopo la crisi e sull’onda del forte risentimento popolare contro le élite politiche, con effetti istituzionali pericolosi per la fiducia nel sistema democratico, si è assistito al ritorno delle “grandi questioni sociali” nel dibattito pubblico. Le promesse economiche liberiste della campagna del presidente Bolsonaro nel 2018, fondate sull’estensione della privatizzazione e delle relazioni di mercato, sono state ostacolate dalle difficoltà incontrate dal Presidente con il Congresso e dalla mancanza di coordinamento dei programmi di investimento estero (come gli attriti con la Cina, accaduti proprio in una congiuntura che sposta l’asse dell’economia globale verso l’Asia). Il governo è stato costretto ad accettare l’espansione degli impegni fiscali dello Stato con programmi di sostegno al reddito, soprattutto per contrastare gli effetti della pandemia e per rispondere alla pressione del Congresso. Nonostante i limiti della sua agenda liberista, il presidente Bolsonaro ha controllato l’aumento dei prezzi del carburante, rispondendo alle richieste dei cittadini e dei camionisti così da evitare la grave crisi che aveva colpito il governo del suo predecessore, Michel Temer (questo perché il sistema di trasporto brasiliano dipende soprattutto da strade e camion). Anche se la situazione economica è sensibilmente migliorata, dopo la ripresa post-pandemia dell’occupazione e nonostante gli effetti globali della guerra in Ucraina,  l’inflazione colpisce ancora le classi medie e i tassi di povertà sono aumentati nelle grandi città.

Nel 2018, con un sistema politico demoralizzato e una situazione economica grave, il bolsonarismo era in grado di legittimarsi con una politica di egemonia sulla destra, ma dal 2020 non ha saputo gestire l’esasperazione causata dalla crisi pandemica. Il governo di Bolsonaro è stato oggetto di dure critiche per l’incapacità mostrata nella gestione e nelle politiche di cura durante la pandemia. L’inefficienza delle infrastrutture federali per la vaccinazione, la sfiducia nei confronti della scienza e il disprezzo per le vittime hanno pesato negativamente sul presidente. Inoltre, l’attuale governo non ha presentato un solido progetto di sviluppo delle politiche pubbliche per la ripresa socioeconomica post-pandemica.

Paradossalmente il presidente Bolsonaro ha perso il primo turno delle elezioni nonostante il sensibile miglioramento dell’economia nazionale. I cittadini non vogliono soltanto la distribuzione di risorse materiali, ma aspirano al benessere sociale e guardano alla qualità dei legami tra Stato e società civile: rivendicano cioè il buon governo. In Brasile, le manifestazioni di piazza nel 2013 annunciavano già questa necessità di fronte a una crisi di rappresentanza alimentata dalla corruzione, dall’inefficienza dei servizi pubblici, dalla distanza tra la piazza e i palazzi del potere. Ma più che un problema di rappresentanza, il buon governo è anche una politica di cura e di attenzione alle carenze sociali. La ricostruzione di un’agenda socialdemocratica da parte della sinistra è una sfida importante per affrontare le preoccupazioni relative al buon governo. In questo senso, il primato della coesione sociale, basata su politiche e pratiche di inclusione della cittadinanza nella comunità, può essere rafforzata dal riconoscimento delle differenze di genere e di “razza” e dall’equa distribuzione delle risorse materiali e dei servizi pubblici di sanità, istruzione, infrastrutture e pubblica sicurezza.

Per garantire il buon governo, le democrazie devono affrontare anche un problema etico. In Brasile, l’operazione Lava Jato (ispirata all’operazione italiana “Mani Pulite”) sviluppatasi in una serie di indagini e procedimenti giudiziari tra il 2014 e il 2019, ha denunciato la corruzione strutturale colpendo diversi partiti e gruppi sociali, sviluppando una crisi politica e istituzionale. In questo contesto, le amministrazioni del Partito dei Lavoratori guidate da Lula (2003-2011) e da Dilma Rousseff (2011-2016), sono state colpite da gravi denunce di corruzione. Nel 2016, durante il governo del presidente Michel Temer, c’è stata una forte reazione del sistema politico contro l’operazione Lava Jato. Nel 2019, quando l’ex giudice Sérgio Moro (promotore dell’inchiesta Lava Jato e della “crociata morale” contro la corruzione) è entrato nel governo di Bolsonaro, l’operazione ha perso credibilità e popolarità – anche la Corte Suprema del Brasile ha approvato misure contro l’operazione, consentendo la scarcerazione dello stesso Lula, condannato in primo grado a otto anni e dieci mesi di reclusione per presunta corruzione. Lo stesso governo di Bolsonaro è stato criticato per episodi di corruzione e interferenze nei settori pubblici di indagine, come per esempio la polizia federale. La corruzione rimane dunque una sfida irrisolta nelle democrazie latinoamericane e il buon governo deve prevalere per effetto di un’etica pubblica della responsabilità e non per un attivismo giudiziario che rischia di offuscare i confini tra giustizia e politica. È fondamentale recuperare il primato delle istituzioni pubbliche e degli organismi della società civile impegnati nella trasparenza, approfondendo le posizioni strategiche con le istituzioni internazionali e le agende multilaterali per combattere tutti i fenomeni corruttivi.

Il Brasile attuale non ha progetti politici che possano dare un senso alla modernizzazione. La crescita economica, invece, deve essere combinata con lo sviluppo sociale e deve essere integrata alle nuove esigenze di sviluppo sostenibile e alla necessità di transizione per nuove matrici energetiche. Con la digitalizzazione della società, sono state colpite anche le strutture produttive e il lavoro. La riforma del mercato del lavoro, avviata nel 2017, non ha prodotto gli effetti promessi e ha contribuito al contrario ad estendere la precarietà e a indebolire i lavoratori nei confronti del sistema capitalistico. Il reddito medio della popolazione, secondo i dati recenti dell’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica, è il più basso degli ultimi dieci anni. In tale contesto è importante accompagnare le politiche economiche con i programmi di reddito minimo e con i progetti di ridistribuzione del reddito e di rilancio della sicurezza sociale dei settori più vulnerabili della società.

Se Lula vince, governerà un paese molto diverso dal Brasile che è stato governato da lui tra il 2003 e il 2010. Se invece Bolsonaro riuscisse a invertire lo scarto di voti e avere la meglio, il nuovo governo comincerà il suo lavoro con non pochi problemi. L’orizzonte non è affatto chiaro: la situazione finanziaria è incerta a causa delle forti spese sociali affrontate durante la pandemia, mentre il periodo post-pandemico vede un’economia globale a rischio di recessione, anche a causa degli aumenti simultanei dei tassi di interesse delle banche centrali in risposta all’inflazione. Anche sul fronte fiscale i problemi sono notevoli: una volta che lo Stato ha ampliato i sostegni economico-sociali, e si è incaricato di garantire maggiore equità e benessere, deve anche ampliare le sue basi di raccolta e migliorare la gestione delle risorse pubbliche. È importante riequilibrare il ruolo dello Stato per coordinare progetti di sviluppo sociale. Se il mercato può essere fonte di innovazione per affrontare le perturbazioni tecnologiche del capitalismo globalizzato, spetta alle politiche pubbliche il compito di promuovere in modo strutturale il benessere sociale, ponendo rimedio alle distorsioni di un’economia di mercato.

Il bilancio del primo turno delle elezioni è particolarmente duro per la sinistra. Siamo nel mezzo di una sfida incompiuta per il cambiamento generazionale. La vittoria di Bolsonaro nel 2018 ha segnato la fine della “marea rosa” (i governi di sinistra e centro-sinistra che governavano l’America Latina fino al 2016) e ha rivelato la necessità di un rinnovamento della sinistra – progetto ancora senza un cammino certo.  Lula è ancora il leader politico più popolare in America Latina, ma è un leadership che affonda le sue radici nel XX secolo: il suo potenziale ritorno al governo rivela la difficoltà di rinnovamento politico. L’esperienza del governo di sinistra in Cile, guidato da Gabriel Boric, con le sue difficoltà emerse chiaramente con la bocciatura al referendum della nuova costituzione, dimostrano che per un rinnovamento è importante la gradualità, soprattutto per legittimare cambiamenti più ampi. Nel rinnovare le proprie élite, promuovendo nuove leadership nei partiti e nei movimenti sociali, il Brasile ha bisogno di prudenza politica per ristrutturare il suo contratto sociale e tornare allo spirito della democratizzazione incarnato dalla Costituzione del 1988, con uno sguardo riformista aperto ai profondi cambiamenti e alle sfide della nostra epoca.

 

Felipe Ziotti Narita è professore di Politiche pubbliche e ricercatore dell’Università statale di São Paulo. Decorato con l’Ordine al Merito del Libro della Biblioteca Nazionale del Brasile, è autore di The society of the selfie: social media and the crisis of liberal democracy (University of Westminster Press, 2021) e di Latency of the crisis (Praktyka Teoretyczna, 2021). Email: felipe.narita@unesp.br