Plebiscito costituzionale in Cile: le ragioni della bocciatura

di Boris Hau

 

Per comprendere il contesto nel quale, lo scorso 4 settembre, è stata respinta per plebiscito la nuova Costituzione cilena, un primo caso che possiamo considerare è quello di una donna che da anni lavora come impiegata salariata, con uno stipendio che a stento le consente di arrivare a fine mese e che, con molte difficoltà, è riuscita a estinguere il proprio mutuo in banca. Il suo appartamento rappresenta il suo bene più prezioso, il risultato di anni di sacrifici. Bene, questa donna riceve attraverso i social network la notizia che, in caso di approvazione della nuova costituzione, lo Stato potrà requisire la sua casa e appropriarsi dei suoi risparmi in vista della pensione. Qual è la sua reazione di fronte al processo costituente? Quella di opporsi al cambiamento, naturalmente. Secondo il rapporto di un sondaggio condotto all’interno di Santiago del Cile, nei comuni a basso reddito il motivo principale del “rechazo” consiste nella convinzione che “le case saranno espropriate dallo Stato, la casa non sarà oggetto di eredità, le case non apparterranno alle singole persone”.

Un’altra “informazione” particolarmente diffusa sulle reti sociali ha riguardato alcune compagnie assicurative che in Cile gestiscono le Administradoras Fondos de Pensiones (AFP): tali compagnie, attraverso una campagna chiamata “Con mi dinero no”, hanno messo in guardia i cittadini e le cittadine di fronte al rischio che lo Stato intervenisse nel sistema di gestione dei fondi di pensione privati.

Per fare un altro esempio, c’è stato un video che ha avuto un’ampia circolazione sui social, nel quale si dava per scontato che, trasformandosi (con l’approvazione del referendum) il Cile in uno “Stato plurinazionale”, sarebbe stato necessario cambiarne i simboli più significativi come l’inno nazionale, tradizionalmente considerato un simbolo di unione, libertà e indipendenza del Paese.

Ora, attraverso questa campagna di delegittimazione sistematica della nuova Costituzione, con tutte le falsità diffuse sui social network prive naturalmente di qualsiasi conferma da parte della stampa ufficiale, l’insistenza sull’opportunità di bocciare il progetto costituzionale è riuscita a convincere la maggioranza della popolazione cilena nel plebiscito del 4 settembre ad esprimere la propria preferenza (nel 61,86% dei casi per la precisione) per il “rechazo”, il rigetto. Fatto abbastanza clamoroso, almeno in apparenza, se si considera che secondo il Servizio elettorale cileno, nel plebiscito che il 5 ottobre 2020 aveva avviato il processo costituente, il 78,27% dei voti era stato a favore dell’opzione “apruebo”.

Questa opzione è prevalsa non soltanto in tutte le regioni, ma anche nella maggior parte dei comuni, persino in quelli, generalmente considerati “di sinistra”, dove nelle ultime elezioni presidenziali era emersa una preferenza netta per la coalizione “Apruebo Dignidad”. È da notare, inoltre, che nelle manifestazioni di trionfo per la bocciatura spiccava quasi sempre la bandiera cilena. Il segnale sembra abbastanza chiaro: il tentativo di trasformare il Cile in uno Stato pluriculturale e inclusivo è stato respinto. E anche in quelle regioni dove la maggioranza della popolazione è indigena, ha comunque prevalso l’opzione “rechazo”. Peraltro in Cile, a differenza di altri paesi latinoamericani come l’Ecuador o la Bolivia, la percentuale di discendenti dei popoli originari non è costituita da ampi settori della popolazione, ma piuttosto da una minoranza.

Il testo costituzionale elaborato, va sottolineato, recepiva molteplici princìpi e ideali morali, diverse esigenze di cambiamento e progresso che, probabilmente, hanno comportato alcune difficoltà sul piano della concretizzazione giuridica. Trattava in modo innovativo la questione ambientale relativa alla protezione e alla conservazione della natura, il riconoscimento della plurinazionalità e i diritti associati a questo principio. Insisteva su valori, princìpi e interessi quali: la parità e l’uguaglianza sostanziale; nuovi statuti per le miniere, l’acqua e i beni comuni; un catalogo ampio e dettagliato di diritti che includeva, tra gli altri, i diritti della natura, il diritto alla verità, l’uguaglianza di genere, i diritti dei bambini e degli adolescenti, i diritti delle persone con disabilità, i diritti di detenuti e anziani, i diritti collettivi delle popolazioni indigene, il diritto alla salute e al benessere globale, i diritti alla sicurezza sociale, all’istruzione e al lavoro; il diritto a vivere in contesti sicuri, privi di violenza, con cibo adeguato, sano, sufficiente; i diritti sessuali e riproduttivi (includendo l’interruzione volontaria della gravidanza, il parto e la maternità volontari e protetti); il diritto al riposo e al tempo libero. Prevedeva altresì la partecipazione delle popolazioni indigene al quadro istituzionale e una nuova forma regionale di organizzazione dello Stato; la creazione di istituti quali la “Defensoría del Pueblo”, la “Defensoría de la Naturaleza”, l’autonomia territoriale indigena e una sezione relativa al mondo rurale. D’altra parte, proponeva di abolire il Senato, creando parallelamente una Camera delle Regioni; comportava rilevanti modifiche anche nel settore della giustizia, con la creazione di un “Consejo de la Justicia” e di una “Agencia Nacional de Protección de Datos”. Queste le proposte principali, qui riassunte in maniera estremamente sintetica.

Come sempre, la campagna elettorale prima delle elezioni in Cile è stata trasmessa in prima serata sui canali nazionali. La parte a favore dell’opzione “apruebo” si è concentrata su alcuni dei principali temi per i quali si era battuta la coalizione di sinistra (“Frente Amplio” prima e “Convergencia Social” poi): in particolare, le questioni legate ai diritti economico-sociali e dell’ambiente, ai diritti delle donne e dei popoli indigeni. 

D’altra parte, si è cercato di mostrare come questo cambiamento avrebbe rappresentato un progresso significativo rispetto alla costituzione precedente, notoriamente approvata durante la dittatura di Pinochet. Ad esempio, il diritto all’acqua sarebbe stato espressamente sancito con lo scopo di sottrarre alle aziende il monopolio dei diritti sull’acqua dei fiumi. Paradossalmente, la scelta di bocciare il progetto è risultata prevalente proprio in un comune, quello di Petorca, tristemente conosciuto per la mancata garanzia di accesso alle risorse idriche e, pertanto, spesso utilizzato come esempio di come i piccoli coltivatori non abbiano acqua nelle loro case perché i diritti sono monopolizzati dalle grandi aziende agricole. Ciò nonostante si tratti di un’esigenza collettiva ormai rivendicata da molti anni. Ancora una volta, occorre considerare che la campagna a favore del “rechazo” ha fatto appello al nazionalismo, ai simboli nazionali come la bandiera della patria e alle tradizioni della campagna cilena.

Il testo della nuova Costituzione ha ricevuto un sostegno silenzioso da parte del governo di Gabriel Boric. Non essendo possibile manifestare pubblicamente il proprio consenso, i suoi rappresentanti hanno dovuto trovare meccanismi alternativi per sostenere questo processo, facendo attenzione a non violare la legge che prevede la presenza di una presidenza del governo di turno nei processi elettorali. Per questo motivo, il governo ha trasmesso un tipo di messaggio in cui il testo costituzionale è stato presentato pubblicamente senza indicare l’opzione scelta nel plebiscito. Una delle ministre, un’ex leader studentesca vicina al presidente Boric, ha iniziato a distribuire copie del nuovo testo all’entrata della sede del governo di Santiago. In questo contesto, da una parte consistente della cittadinanza questo fatto è stato interpretato come la certificazione che il governo volesse imporre la propria costituzione, ideologicamente orientata, al paese. 

Riflettendo sulle cause dell’esito del processo costituente, un primo fattore, oltre alla massiccia diffusione di fake news a cui si è già fatto cenno sopra, è certamente possibile che sia progressivamente venuto meno quell’impulso politico-elettorale coerente e maggioritario necessario per realizzare un cambiamento di questa portata. Il lavoro della Convenzione è stato inoltre caratterizzato da alcuni dissidi e tensioni. Si è parlato anche della scarsa conoscenza e diffusione, da parte dei rappresentanti del governo, dei contenuti e dei risvolti positivi della proposta costituente. Tutto questo all’interno di un paese, il Cile, che vive un persistente malcontento manifestatosi in diverse proteste di piazza, note col nome di “Estallido social“, soprattutto a partire dall’ottobre del 2019.

Più in generale, sembra essersi diffusa all’interno di ampi settori della società cilena l’idea che la nuova costituzione non rappresentasse una magna carta potenzialmente in grado di unire i cittadini e le cittadine. Questo unitamente alla consapevolezza che persino alcuni rappresentanti dei precedenti governi della Concertación de Partidos por la Democracia (non eletti, invero, tra i membri dell’Assemblea Costituente) abbiano votato dichiaratamente a sfavore.

Uno dei mutamenti costituzionali che ha colpito maggiormente l’attenzione collettiva risiede nell’abolizione del Senato. I membri della Convenzione hanno visto perlopiù in questo passo la fine di un’istituzione “aristocratica”, trascurando tuttavia alcuni fatti rilevanti. Il Senato è presente fin dalla nascita della Repubblica; per diversi anni Salvador Allende, insieme ad altri militanti socialisti e comunisti, ne hanno fatto parte. Attualmente, l’unica senatrice dell’area di sinistra nella regione di Santiago appartiene al Partido Comunista de Chile.

Un’altra delle novità proposte riguardava l’uso di una nuova denominazione per il potere giudiziario: il “Sistema de Justicia”. La denominazione precedente, va segnalato, è stata sempre presente senza subire modifiche nella storia della Repubblica. D’altra parte, il progetto prevedeva anche la creazione di un nuovo istituto di amministrazione della giustizia, quale i tribunali indigeni. Anche in questo caso una parte dell’opinione pubblica ha ravvisato in questa proposta la possibilità di un indebito ampliamento dei poteri costituzionalmente riconosciuti alla magistratura.

Questi due esempi di cambiamenti relativi all’assetto politico-istituzionale cileno possono forse contribuire a spiegare per quale motivo a molti sia sembra che la Costituente, più che attuare delle riforme istituzionali in senso stretto, stesse in realtà cercando una “rifondazione” o un sovvertimento dei tradizionali poteri assegnati al Senato e alla magistratura.

L’aspetto più propriamente istituzionale non è l’unico affrontato dalla nuova Costituzione. Nella proposta respinta possono essere individuate, infatti, due grandi aree tematiche: da un lato, il progetto di ridefinire globalmente le autorità politiche e istituzionali, la forma di governo e i princìpi fondamentali; dall’altro, un ampio catalogo di diritti fondamentali espressione di interessi, esigenze e rivendicazioni provenienti da varie organizzazioni della società civile. Si tratta, ad esempio, di gruppi storicamente impegnati nella promozione dei diritti umani che provengono dagli anni della dittatura, chiedendo “verità e giustizia” per i loro parenti uccisi per ragioni politiche o inclusi tra i detenuti “scomparsi”. Altri gruppi e organizzazioni hanno proposto all’Assemblea Costituente che fosse incluso un principio essenziale del diritto internazionale dei diritti umani, riconosciuto anche dalla giurisprudenza della Corte interamericana dei diritti umani, ossia il diritto alla verità, alla giustizia, al risarcimento completo per le vittime e i parenti di persone i cui diritti siano stati gravemente violati dallo Stato.

L’inclusione di un diritto alla verità rappresenta il risultato di una lotta decennale per i membri della famiglia a cui è stato negato dallo Stato il riconoscimento del luogo in cui si trovano i loro parenti. Il diritto alla giustizia di fronte alle violazioni dei diritti umani, d’altra parte, è emerso come esigenza particolarmente diffusa di fronte all’inerzia dei tribunali nel giudicare casi di gravi violazioni dei diritti umani nel periodo della dittatura. Queste battaglie per la verità e la giustizia hanno trovato espressione nella proposta, più precisamente all’articolo 24, comma 1, del testo, dove si indicava che “le vittime e la comunità hanno il diritto di chiarire e conoscere la verità in merito a gravi violazioni dei diritti umani, soprattutto quando queste costituiscono crimini contro l’umanità”.

Questi cambiamenti nelle istituzioni politiche del paese, da parte della Convenzione Costituente, riflettevano un certo disagio nei confronti della classe politica nazionale, dal momento che proprio la Convenzione Costituente nasceva da un accordo politico di ampi settori della società circa l’importanza di lasciarsi alle spalle la Costituzione del 1980. La maggioranza dei cileni aveva espresso, nel plebiscito del 25 ottobre 2020, la volontà di avviare e proseguire questo cammino. Pertanto, il risultato del 4 settembre 2022 non rappresenta un rifiuto integrale del progetto di cambiamento. È emerso semmai il desiderio prevalente di respingere questo modello di testo costituzionale in particolare. Ci si aspetta dunque, dal governo e dal Parlamento, un nuovo accordo con la convocazione di una nuova Convenzione costituente.

[traduzione dallo spagnolo di Michele Zezza]

 

Boris Hau è docente a contratto dell’Universidad Alberto Hurtado e ricercatore dell’Observatorio de Justicia Transicional presso l’Universidad Diego Portales.