lunedì, Aprile 15, 2024
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“Donna Vita Libertà!” Intervista alla sociologa Rassa Ghaffari

Nel primo anniversario della morte di Jina Mahsa Amini, avvenuta il 16 settembre 2022 dopo che la donna era stata arrestata dalla “polizia morale” di Teheran, Astarte Edizioni ha pubblicato il volume di Rassa Ghaffari, Strade di donne in Iran. Generi, generazioni, proteste. Le proteste seguite alla morte di Amini hanno prodotto il movimento “Donna Vita Libertà” che, per diversi mesi, è stato seguito dalle maggiori testate internazionali e ha suscitato eventi di solidarietà in molti paesi, compresa l’Italia. La repressione delle autorità iraniane è stata molto dura: Amnesty International ha raccolto le prove di centinaia di uccisioni illegali, decine di migliaia di arresti arbitrari, torture, stupri delle detenute, intimidazioni nei confronti delle famiglie delle vittime della repressione, mentre sette manifestanti sono stati impiccati al termine di processi irregolari. Ora che l’attenzione intorno alle proteste in Iran è diminuita, è importante riflettere sul significato profondo di questo movimento, al di là delle semplificazioni che lo hanno presentato come una “rivoluzione anti-velo e anti-islam” o come una “protesta filo-occidentale”. Attraverso un accurato lavoro di analisi storica, sociologica ed etnografica, Rassa Ghaffari ha ricostruito la genealogia più remota e il contesto più recente del movimento “Donna Vita Libertà”. Lo ha fatto assumendo come prospettiva l’attivismo di genere e la differenza generazionale, riflettendo criticamente sul proprio posizionamento rispetto all’oggetto di studio, essendo lei “nata e cresciuta in Italia da genitori che nel 1979 hanno deciso di lasciare l’Iran, ma che, a differenza di molti nella diaspora iraniana, hanno avuto la fortuna e la volontà di mantenere legami saldi e costanti con il loro paese d’origine”. Per queste ragioni l’abbiamo invitata a discutere con noi le radici storiche, il contesto nazionale e internazionale, le dinamiche e (nella misura del possibile) le prospettive del movimento.

Molte pagine esteri dei giornali online hanno aperto l’edizione del 18 settembre 2022 raccontando le prime proteste (violentemente represse) che hanno accompagnato il funerale di Jina Amini, morta in ospedale tre giorni dopo il suo arresto da parte della “polizia morale” di Teheran. La notizia della morte della ventiduenne, due giorni prima, aveva ricevuto minore attenzione internazionale. Da quel momento, invece, siamo diventati sempre più familiari con il volto e la vicenda di questa giovane donna. Potresti ricostruire brevemente i fatti relativi all’arresto, alla morte e al funerale di Amini?

Sulla morte di Jina Mahsa Amini circolano versioni alternative. Quella con cui il pubblico occidentale è più familiare ne riconduce la morte – avvenuta a soli ventidue anni – alla violenza delle forze di polizia. Proviamo a ricostruire brevemente la vicenda.

Il 13 settembre 2022 Amini si trovava a Teheran, in visita con la famiglia. In prossimità di una fermata della metro è stata avvicinata da una pattuglia della cosiddetta “polizia morale” che, accusatala di indossare in “maniera scorretta” il velo ossia mostrando in parte i capelli, ha proceduto al suo arresto alla presenza del fratello. Successivamente, la stessa pattuglia ha comunicato alla famiglia che la giovane sarebbe stata condotta in centrale dove avrebbe ricevuto un “corso di rieducazione morale”, come previsto dalla legge. Tuttavia, poche ore dopo, i parenti sono stati informati che la ragazza aveva avuto un infarto ed era stata trasportata in ospedale, dove è deceduta tre giorni dopo. I funerali, tenuti nella città natale Saqqez, sono diventati la “miccia” per il dilagare di vaste proteste che, dalle aree più periferiche, si sono rapidamente estese in tutto il paese.

Potresti dirci cosa hai pensato quando hai letto le notizie, prima della sua morte e poi delle prime proteste?

Seguendo le notizie sull’Iran dall’estero, ho notato come in particolare molte fonti legate alla diaspora iraniana sembrino interpretare ogni minimo incidente interno come un chiaro segno del crollo imminente della Repubblica Islamica, un indicatore della prossima rivoluzione. È stato così, ovviamente, nel 2009 [quando si è sviluppato un movimento di protesta contro la rielezione del presidente Mahmud Ahmadinejad, ndr] ma anche nell’ultimo biennio di proteste, dal 2017 al 2019. Eppure la Repubblica Islamica resiste, salda, da oltre quarant’anni. Per questo, ho sviluppato personalmente una sorta di scetticismo nei confronti di queste notizie sensazionalistiche, concedendomi sempre del tempo per capirne veramente la portata senza farmi travolgere dalle emozioni del momento: per chi fa parte della comunità iraniana è, ovviamente, più difficile. Per questo, appena lette le notizie su Jina Amini e sulle proteste seguite alla sua morte, ho deciso di non esprimermi immediatamente ma di attendere. Ci è voluto poco perché la natura straordinaria degli eventi apparisse in modo palese e, devo dire, che per le prime settimane ho rifiutato diverse interviste e articoli perché quel che stava succedendo mi coinvolgeva innanzitutto a livello personale, e solo dopo professionale. Già alla fine di settembre, per chi conosce bene l’Iran, era chiaro che ci si trovava di fronte a un punto di non ritorno, anche se l’esito finale di queste mobilitazioni era ancora – come lo è ancora adesso, in parte – imprevedibile.

Una prima sorpresa per le lettrici e i lettori del tuo libro, ma anche di questa intervista, risiede nel nome con cui ti riferisci alla giovane Amini: Jina, non Masha. Puoi spiegare il senso di questa scelta? E perché alla maggior parte del pubblico italiano (e non solo) la Amini è conosciuta e ricordata come Masha e non come Jina?

Un contributo essenziale del nuovo movimento di protesta è stato quello di riportare alla ribalta la questione della minoranza curda in Iran, le discriminazioni e la marginalizzazione di cui è vittima. Questa negazione dell’autonomia curda ha origini ben più antiche della Repubblica Islamica e affonda le sue radici nei progetti nazionalisti degli anni Venti e Trenta di Reza Shah Pahlavi, che includevano una omogeneizzazione dell’identità “persiana” che andava ad attaccare tutte le minoranze etniche e linguistiche. Lo Stato iraniano oggi, tra le altre cose, proibisce alla popolazione curda di dare nomi curdi ai propri bambini; per questo motivo, molte famiglie utilizzano due nomi, uno da utilizzare nella sfera domestica e privata e uno per i contesti istituzionali. Jina era appunto il nome curdo scelto dalla famiglia Amini, insieme a quello accettato dalla Repubblica Islamica, Mahsa.

Il fatto che la maggior parte dei media non riportino il nome completo per me è problematico a diversi livelli: trascurare l’identità curda della ragazza equivale a non riconoscere le oppressioni sistematiche e strutturali delle minoranze etniche, religiose e linguistiche del paese, che pure hanno dato un contributo importante alle proteste nel corso dei mesi. Le repressioni più brutali sono avvenute proprio nelle province curde. Significa anche dare per scontato che la condizione femminile è omogenea per tutte e quaranta le milioni di iraniane, senza tenere conto delle differenze di classe, etnia, età, orientamento sessuale e identità di genere, e così via, mentre sappiamo bene come i diversi tipi di capitale – simbolico, culturale ed economico – abbiano ripercussioni importanti su come le donne iraniane si muovono negli spazi pubblici e privati. Si tratta, insomma, di una lettura miope degli eventi che non tiene conto della relazione tra le origini della giovane donna e la brutalità a cui è stata soggetta, perpetuando logiche coloniali, classiste e razziste.

Come ricordi nel tuo libro, la famiglia Amini ha voluto incidere sulla tomba della figlia la scritta “Cara Jina! Non morirai. Il tuo nome diventerà un simbolo”. Come è stato possibile che questo auspicio si sia tradotto in realtà, facendo di Jina Mahsa il simbolo di quello che definisci il “movimento di protesta popolare dal basso più democratico, radicale, longevo e mediatico della storia della Repubblica Islamica”? Quanto ha pesato, insieme al contesto nazionale, anche quello internazionale?

Il movimento di protesta sorto dopo la morte di Amini ha saputo espandersi e acquisire le caratteristiche che conosciamo per una congiuntura di diversi fattori. Per chi conosce bene l’Iran, queste proteste non emergono inaspettate e improvvise, ma affondano le loro radici in precisi processi sociali, politici ed economici che spaziano dalle deteriorate condizioni economiche allo sviluppo di una consapevolezza politica critica tra le generazioni più giovani. Insomma, un fuoco che covava sotto le ceneri da anni, e non una vampa improvvisa. La stessa figura di Jina Mahsa Amini ha, suo malgrado, operato da catalizzatore di malcontenti sopiti a lungo: parliamo di una donna molto giovane, proveniente da una famiglia umile di una minoranza etnica, originaria di una provincia soggetta a lunghe lotte contro lo Stato centrale. Una figura intersezionale a tutto tondo, la cui morte ha saputo quindi coinvolgere anche tutte quelle categorie che, per un motivo o per un altro, non avevano preso parte agli eventi del 2009 o 2019.

Jina Amini non è stata certamente la prima donna vittima delle forze di polizia dalla nascita della Repubblica Islamica. La sua vicenda ha potuto acquisire tanta risonanza in un tempo così breve, catalizzando il malcontento latente all’interno della società iraniana, per vari fattori.

Un primo fattore è costituito dal lavoro di attivismo e coscientizzazione svolto dalle nuove generazioni femminili, non limitato alla questione del velo ma relativo, più in generale, alla posizione subalterna e discriminata della donna nel paese.

Un secondo fattore è rappresentato dalla crisi di fiducia verso le istituzioni, esplosa nuovamente dopo la vicenda del volo Ukraine International Airlines 752, abbattuto l’8 gennaio 2020 pochi minuti dopo il decollo dall’aeroporto di Teheran, uccidendo le 176 persone a bordo. Avvenuto nel corso di una crisi diplomatica tra Iran e Stati Uniti, culminata nell’uccisione a Baghdad del generale Qasem Soleimani da parte di un drone statunitense, l’incidente è stato riconosciuto solo dopo alcuni giorni come frutto di un errore da parte delle forze aeree iraniane. In risposta all’ammissione del governo, migliaia di manifestanti si sono riversati nelle strade di Teheran e di altre città iraniane.

Un terzo fattore, collegato al precedente, è costituito dal forte astensionismo nelle elezioni presidenziali del giugno 2021. Il conservatore Ebrahim Raisi è stato eletto con il 62% dei consensi ma, con un’affluenza al 48,8% in cui bisogna considerare anche 3,7 milioni di schede nulle, il nuovo presidente è stato eletto da meno di 18 milioni di iraniani su un totale di 59 milioni di aventi diritto al voto. Il volto mostrato da Raisi durante la campagna elettorale è stato quello di una figura fedele alla Repubblica Islamica, ma da molti è ritenuto essere tra i responsabile delle repressioni che hanno colpito diverse ondate di protesta nel paese, tra cui anche quelle portate avanti nel 2009 dal movimento noto come “Onda Verde”.

Quanto alla dimensione internazionale, la diaspora iraniana si è mobilitata strenuamente: dalle manifestazioni di solidarietà nelle principali capitali europee (alcune, come quella a Berlino di qualche mese fa, con centinaia di migliaia di partecipanti) a delle vere e proprie iniziative politiche. D’altronde all’estero abbiamo alcune delle figure dell’opposizione alla Repubblica Islamica più in vista; sul loro ruolo e sulla percezione che ne hanno gli iraniani in patria ho scritto nel mio libro. La solidarietà all’estero è comunque stata fondamentale come cassa di risonanza, laddove lo stato iraniano ha attivato immediatamente i suoi strumenti di censura interna. La maggior parte delle persone che conosco ritengono indispensabile mantenere alta l’attenzione internazionale, anche se le opinioni su un effettivo coinvolgimento politico dall’estero cambiano molto.

A un anno di distanza, come valuti l’impatto che il movimento ha avuto sul paese, sulla tenuta del governo e delle istituzioni della Repubblica islamica?

Questa è una domanda molto complessa, la risposta può avere molteplici sfaccettature a seconda del significato che attribuiamo a concetti come ‘rivoluzione’, ‘legittimità’ e ‘cambiamento’. Il movimento di protesta ha rovesciato la Repubblica Islamica, ha provocato un mutamento legale della condizione femminile o ha dato vita a un’organizzazione politica di opposizione in grado di sfidare il governo in carica in modo efficace? Certamente no. Se dovessimo valutarne gli esiti basandoci su questi parametri, dovremmo dire che è stato un grande fallimento.

Negli ultimi sei mesi, le manifestazioni sono mutate gradualmente, spostandosi dal punto di vista geografico, cambiando attori e obiettivi. In maniera fisiologica, e a causa di alcune condizioni strutturali (come l’introduzione di nuove forme di controllo sociale, come il riconoscimento facciale, o come gli effetti delle sanzioni e della crisi economica), le proteste hanno perso l’intensità iniziale, entrando con la primavera in un momento di “ripensamento” delle proprie dinamiche e modalità di azione, e adottando un terreno di scontro in continuo mutamento.

Ovviamente prevedere il futuro del movimento di protesta è difficile, quasi impossibile, perché esso dipende da numerose domande alle quali non è possibile oggi trovare risposta. Qual è il grado di violenza a cui il governo è disposto a ricorrere ancora? Le prime, fragili crepe all’interno delle élite tradizionali e religiose riusciranno a espandersi e dare vita a un’opposizione di qualche tipo?

L’ipotesi più concreta, almeno nel medio periodo, pare quella di una prolungata condizione di crisi più o meno sopita, durante la quale i diversi schieramenti continueranno a mobilitarsi per guadagnare il potere sociale necessario a realizzare le proprie aspirazioni rivoluzionarie. A oltre quarant’anni dalla sua nascita, comunque, la Repubblica Islamica fatica a mantenere salda quella legittimazione popolare su cui ha fondato e cementato la propria esistenza. Il suo successo o fallimento, a questo punto, sembrano dipendere non tanto dalla religione islamica, quanto dalla sua capacità di divenire pluralistica e aperta alle istanze di cambiamento che soffiano sempre più forti. Per ora di questo non sembra esservi traccia.

Tuttavia, a prescindere da ciò che accadrà nei mesi futuri e dal destino delle proteste, Jîn, Jiyan, Azadi [Donna Vita Libertà in persiano, ndr] ha già raggiunto risultati significativi nella e per la storia del paese. Per la sociologia Fatemeh Sadeghi, una prima, fondamentale conquista consiste nell’aver contribuito a sdoganare il termine ‘rivoluzione’, tenuto a lungo ostaggio del mondo simbolico ereditato dal 1979, liberandolo del suo passato e contribuendo a una riappropriazione dal basso del suo significato. La rivoluzione non è più solamente “quell’accidente che abbiamo fatto 40 anni fa”, come mi ha detto una volta a Tehran l’autista di autobus, ma una possibilità, un’aspirazione concreta a un futuro alternativo. Un cruciale cambiamento di paradigma delle soggettività è in atto e vede protagonisti le cittadine più giovani a lungo escluse e indifferenti alla politica. Il numero di donne che scelgono di non indossare il velo obbligatorio e adottare uno stile di abbigliamento più libero come atti di disobbedienza civile sembra essersi esponenzialmente moltiplicato soprattutto nelle grandi aree urbane, accompagnato da una graduale trasformazione delle relazioni sociali. In molti mi hanno detto di aver notato come anche gli atteggiamenti di molti uomini nei confronti della questione femminile stiano mutando.

Nel libro affermi che il movimento “Donna Vita Libertà” va compreso nella lunga storia delle lotte delle donne in Iran. In questo senso, ricordi anche la vicenda di una donna di trentacinque anni, Tahirih Ghoratolein, giustiziata a Teheran nel 1852 anche per essersi tolta volontariamente il velo in pubblico e che, prima dell’esecuzione, avrebbe detto: «Potete uccidermi quando volete, ma non potete fermare l’emancipazione delle donne». Potresti ricordare le tappe fondamentali dei movimenti di emancipazione femminile nati in Iran, spiegando come hanno incrociato altri movimenti sociali e politici nel corso della storia del paese?

La maggior parte delle analisi riconducono la nascita dei movimenti femminili e femministi iraniani al XIX secolo con la formazione delle prime associazioni (anjoman) dedicate al miglioramento della condizione delle donne. Bisogna ricordare comunque che tentativi di mobilitazione ed emancipazione erano presenti già da prima. Non è azzardato sostenere, infatti, che tutti i principali eventi della storia iraniana fino alle rivolte del 2022 sono stati di fatto possibili grazie alla rimarchevole presenza e mobilità di generazioni di donne. Le iraniane hanno partecipato alla rivoluzione costituzionale del 1905-1911, alle proteste contro la monarchia negli anni Settanta e alla sua caduta, sono state il gruppo più attivo nel denunciare le diseguaglianze della Repubblica Islamica nel corso dei decenni.

Quello che tento di spiegare nel mio libro è che, molto spesso, questa partecipazione è stata marginalizzata e sminuita. Le donne sono state sempre invitate a scendere in strada e contribuire alle manifestazioni, poi una volta “fatta la rivoluzione” sono state nuovamente invitate a tornare al posto loro più consono: il focolare domestico. Anche le famosissime proteste del 2009 non sono esenti da criticità in questo senso, ed è proprio per questo che quello che è successo lungo quest’ultimo anno è così interessante e importante, perché assistiamo a un movimento con delle caratteristiche realmente intersezionali, in grado di intercettare anche altre istanze della società.

Cosa ti ha colpito di più di questa tua immersione “nelle strade di donne in Iran”? Ci sono idee e rappresentazioni che hai dovuto rivedere o modificare rispetto a quando hai iniziato la ricerca?

La società iraniana è una realtà così complessa e sfaccettata che, ogni volta che vi torno, ho la sensazione che sia mutata radicalmente, costringendomi quindi a una continua rivisitazione delle mie analisi e osservazioni. Ad esempio, molte delle cose che ho scritto nella mia tesi di dottorato, conclusa nel 2020, oggi non sono più così attuali. Durante la stesura del libro non sono potuta tornare in Iran, ho basato molte mie considerazioni su interviste condotte online e soprattutto su un vasto uso dei social media. Se dovessi ricominciare da capo la mia ricerca, mi concentrerei di nuovo sul rapporto tra le diverse generazioni, che grazie a questo movimento di protesta ha vissuto una riconfigurazione interessantissima. Se nel 2019 la frase più comune che mi sentivo rivolgere era “voi giovani non fate nulla di utile per la società”, la maggior parte delle persone intervistate in questi mesi era impressionata dal coraggio e coinvolgimento delle nuove generazioni.

Consapevoli che le generalizzazioni su questo terreno sono difficili se non impossibili, quali sono a tuo avviso gli elementi che più distinguono le nuove generazioni iraniane da quelle precedenti? E come hanno influito sulla nascita e sugli sviluppi del movimento?

Sembrerà paradossale, ma io opero una distinzione anche tra le generazioni più giovani: le ragazze e i ragazzi nati negli anni Duemila hanno davvero visioni, abitudini e modelli di riferimento radicalmente diversi da quelli nati anche solo dieci anni prima. Possiamo notare cambiamenti per quanto riguarda la propensione al matrimonio e alla genitorialità, le aspirazioni per il futuro, il valore attribuito alla carriera e ai soldi. Alcuni fenomeni sono in linea con alcuni trend a livello globale, altri trovano spiegazione nelle trasformazioni interne al paese.

Un anno fa parlavo del distacco dei più giovani dalla politica e dal loro scetticismo nei confronti dell’attivismo e delle manifestazioni pubbliche. Oggi la situazione è mutata drasticamente. Etichettati lungamente come inerti, passivi ed egoisti, i giovani che io chiamo della ‘Terza Generazione’ coinvolti nel movimento di protesta vengono ora narrati da numerose testimonianze come portatori di una nuova consapevolezza profondamente differente da quella esercitata dai propri genitori e nonni. Pragmatici, interconnessi e democratici, sono protagonisti di una riscrittura collettiva delle identità e dei rapporti generazionali che li investe oggi di nuove specificità e che sembra scavare sempre più profonda la scissione con le coorti precedenti.

Per concludere, sono molto interessanti le pagine che hai dedicato alle molteplici forme di protesta che si sono sviluppate in questo anno, anche per evitare la repressione e la censura. Come viene usato ad esempio lo spazio digitale per fare attivismo e per esprimere se stessi? Che ruolo svolgono le arti e, in generale, le forme di creatività e sovversione nonviolenta?

La sfera digitale ha un ruolo assolutamente cruciale sia nella quotidianità della maggior parte degli iraniane e iraniane, come strumento di comunicazione ed espressione di sé, ma anche come strumento politico. Ci sono ottimi lavori di colleghe che hanno analizzato come Instagram, ad esempio, viene utilizzato per costruire narrazioni di genere alternative. Io ho svolto moltissima ricerca sull’impiego dei social network sia nella sfera privata sia in quella pubblica; mi interessano particolarmente gli usi che i giovani ne fanno nella quotidianità. Discorso analogo per le diverse espressioni artistiche che ho deciso di analizzare nel libro: sebbene apparentemente meno politicizzati, la scrittura, la street art e anche la musica hanno un enorme potenziale politico e lo dimostrano gli arresti di giovani cantanti negli ultimi mesi.

Intervista a cura di Federico Oliveri, chiusa in redazione il 2 ottobre 2023.