domenica, Aprile 14, 2024
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Chi sono i/le palestinesi rilasciati/e in cambio degli ostaggi?

Dopo quasi due mesi dall’inizio dei combattimenti, Israele e Hamas hanno stabilito, la mattina del 24 novembre, un cessate il fuoco di quattro giorni, poi prorogato fino al 1. dicembre. L’accordo ha previsto lo scambio tra 50 israeliani (e non solo) prigionieri di Hamas e altri gruppi armati palestinesi dal 7 ottobre e 150 palestinesi prigionieri delle autorità israeliane, in stato di arresto o detenzione. Mentre la situazione e le storie personali degli ostaggi a Gaza erano ben note, molto meno nota era la condizione dei/delle palestinesi presenti nel sistema detentivo israeliano. Secondo i dati dell’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite, prima del 7 ottobre circa 5.000 palestinesi si trovavano in una qualche forma di detenzione: persone con condanne, detenuti con “accuse di sicurezza” e in attesa di processo, trattenuti in detenzione amministrativa senza accuse né processo. Dal 7 ottobre più di 3.000 palestinesi sono stati arrestati, in molti casi senza alcuna prova diretta della commissione di un reato: il numero di palestinesi in detenzione amministrativa ha così raggiunto il livello record di 2.070 persone alla fine di ottobre. La lista di prigionieri palestinesi oggetti dello scambio – costituita da donne e minori – solleva numerosi interrogativi sul ricorso sistematico alla detenzione di massa nell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. Questo articolo, pubblicato su +972 Magazine, fa luce su questa realtà finora nascosta al grande pubblico, rivelando un ulteriore aspetto del sistema di oppressione che Amnesty International e la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori occupati da Israele dopo il 1967 non hanno esitato a definire apartheid. Mentre i palestinesi possono essere arrestati per la mera intenzione di commettere atti violenti, vi sono vari casi in cui gli israeliani che commettono violenze contro i palestinesi sfuggono alla giustizia. Tra i prigionieri di Israele, vi sono anche molti minori fermati o condannati per lancio di pietre o altri atti ostili contro le forze di occupazione, sottoposti a un sistema giuridico militare e a forme molto dure di detenzione: un universo nascosto di sofferenza.

di Orly Noy

Israele e Hamas hanno finalizzato i dettagli di un accordo per sospendere le ostilità nella Striscia di Gaza, quasi sette settimane dopo l’inizio della guerra. L’accordo prevede un cessate il fuoco di quattro giorni e uno scambio di 50 ostaggi israeliani con 150 palestinesi “prigionieri di sicurezza” [security prisoners], con la possibilità di ulteriori scambi in seguito. Questi sono i termini che Hamas avrebbe proposto a Israele già settimane fa, nelle prime fasi della guerra, ma il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha preferito lanciare un assalto totale sulla Striscia assediata da tempo, uccidendo più di 14.000 palestinesi, prima di considerare un accordo – anche a detrimento della sicurezza e del benessere degli ostaggi israeliani.

Israele ha pubblicato i nomi di 300 “prigionieri” palestinesi che sta prendendo in considerazione di rilasciare come parte dell’accordo o alla liberazione di ulteriori ostaggi israeliani, per consentire ricorsi legali nei tribunali israeliani contro il rilascio di singole specifiche persone. Tutti gli ostaggi e i prigionieri da scambiare in questa fase sono donne e minori. Tuttavia, molti tra la destra israeliana e, forse, una parte dell’opinione pubblica, credono che il governo stia facendo una significativa concessione rilasciando pericolosi “terroristi” per il bene di pochi ostaggi.

Leggendo l’elenco dei prigionieri palestinesi previsti per il rilascio, la prima cosa che colpisce sono le loro età. La stragrande maggioranza di essi – 287 – ha 18 anni o meno, inclusi cinque di soli 14 anni, il che solleva la domanda: come fa un ragazzo di 14 anni a diventare un “prigioniero di sicurezza”?

I nomi nell’elenco includono presunti membri di fazioni politiche palestinesi come Hamas, Fatah, Jihad Islamica e Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), così come molti che non sono affiliati a nessun gruppo. Nessuno è stato condannato per omicidio. Alcuni sono stati condannati per tentato omicidio, mentre la maggioranza di loro è stata accusata di reati meno gravi, inclusi molti arrestati per aver lanciato pietre. Uno di loro, un diciassettenne, è stato in prigione per due anni per aver lanciato pietre contro un veicolo della polizia israeliana a Gerusalemme – la stessa città dove i coloni ebrei possono scatenare assalti contro i palestinesi che raramente finiscono in indagini, meno che mi in arresti.

Soprattutto, l’elenco dei “prigionieri” è una testimonianza vertiginosa di quanto la detenzione e l’imprigionamento siano centrali nell’occupazione e nel controllo israeliani sui palestinesi. Secondo i dati del gruppo israeliano per i diritti umani HaMoked, attualmente Israele detiene 6.809 “prigionieri di sicurezza”. Di questi, 2.313 stanno scontando una pena detentiva; 2.321 non sono ancora stati condannati in tribunale; 2.070 sono detenuti in regime di detenzione amministrativa (ossia imprigionati a tempo indeterminato senza formali accuse o giusto processo); e 105 sono “combattenti irregolari” arrestati durante gli attacchi di Hamas del 7 ottobre nel Sud di Israele.

Quasi tutti i 300 palestinesi considerati per il rilascio sono prigionieri relativamente recenti, arrestati negli ultimi uno o due anni. Le eccezioni sono 10 donne di Gerusalemme e della Cisgiordania, che sono state imprigionate nel periodo 2015-17, la maggior parte delle quali con l’accusa di aver tentato o commesso attacchi al coltello contro le forze di sicurezza israeliane (alcuni dei quali sono finiti senza alcun danno, mentre altri hanno causato ferite da lievi a moderate).

Questo sistema detentivo, va ricordato, è sorvegliato dallo stesso sistema giudiziario che, tra innumerevoli altri esempi, ha deciso di chiudere il caso contro un colono israeliano che ha accoltellato a morte un giovane palestinese a maggio 2022 perché “non è stato possibile escludere la versione [del sospettato] secondo cui questi avrebbe agito per autodifesa”. È lo stesso sistema che, a luglio di quest’anno, ha assolto un ufficiale di polizia israeliano che ha sparato a morte Iyad al-Hallaq, un uomo palestinese con autistismo, nonostante chiare testimonianze e prove video avessero dimostrato che era disarmato e non rappresentava alcuna minaccia.

Questo si aggiunge al fatto che i “prigionieri di sicurezza” palestinesi sono giudicati da un sistema giuridico militare separato, che vanta un tasso di condanna tra il 95 e il 99%. La clemenza, agli occhi del regime di apartheid israeliano, è un diritto riservato solo agli israeliani.

Mentre gli ebrei israeliani che tumultuano, attaccano e persino uccidono i palestinesi sono immuni da indagini e accuse, l’elenco dei prigionieri diventato pubblico in questi giorni ci ricorda che i palestinesi possono essere arrestati su larga scala, in base alla mera “intenzione” di compiere un atto violento. Una delle persone nell’elenco, una donna di 45 anni di Gerusalemme, è in prigione da più di due anni perché “è stata sorpresa nella Città Vecchia con un coltello in mano” e “ha detto di avere intenzione di compiere un attacco”. Nel frattempo, il Ministro della sicurezza nazionale di Israele, di ideologia kahanista [una forma radicale di sionismo religioso, ndr], sta esortando gli ebrei israeliani ad armarsi mentre distribuisce armi alla popolazione come fossero caramelle, e molti israeliani di destra scrivono numerosi messaggi, in pubblico e in privato, annunciando con gioia la loro intenzione di “uccidere quanti più arabi possibile”.

A volte “l’intenzione” non appare nemmeno nell’elenco delle accuse. Un diciottenne di Gerusalemme è stato arrestato insieme ad altri semplicemente perché ha gridato “Allahu Akbar” [Allah è il più grande, ndr]. Una donna di 18 anni della Cisgiordania è stata imprigionata per mesi per “incitamento su Instagram”. Tra il pubblico israeliano, al contrario, le esplicite chiamate al genocidio sono considerate un modo legittimo per sollevare il morale nazionale, mentre i palestinesi con cittadinanza israeliana possono essere arrestati per aver postato qualcosa di banale, come la foto di una shakshuka [piatto tipico a base di uova al sugo, ndr] accanto alla bandiera palestinese.

Delle incriminazioni elencate, solo alcune sono relative all’uso di armi e all’apertura del fuoco sulle forze israeliane (e anche in questi casi, non ci sono state vittime mortali). La stragrande maggioranza degli incidenti coinvolge il lancio di pietre o di cocktail Molotov, lo sparo di fuochi d’artificio e azioni di generico “disturbo dell’ordine pubblico”. Valeva la pena lasciare che gli ostaggi israeliani, donne e bambini, languissero a Gaza per alcune settimane in più per continuare a imprigionare un giovane uomo che ha osato gridare “Allah è il più grande”?

Naturalmente, questa lista è composta da prigionieri “morbidi”, che non dovrebbero suscitare una particolare opposizione pubblica in Israele, mentre i prigionieri palestinesi accusati di crimini molto più gravi e mortali rimangono nelle carceri israeliane. Ma i 300 nomi che Israele è riuscita a mettere insieme – quasi tutti giovani, arrestati negli ultimi due anni e che scontano pene per qualche forma di resistenza popolare – dovrebbero portare a una riflessione tra gli israeliani.

Dopotutto, c’è una chiara connessione tra la dura soppressione di qualsiasi espressione di opposizione palestinese e il rafforzamento dei gruppi armati che vedono la violenza come l’unico modo per sfidare seriamente i loro occupanti. Ma ciò richiederebbe al pubblico israeliano di comprendere finalmente il fatto fondamentale che finché continuerà l’oppressione, continuerà inevitabilmente anche la resistenza.

Orly Noy è redattrice di Local Call, un sito di notizie in lingua ebraica impegnato nella democrazia, nella pace, nell’uguaglianza, nella giustizia sociale, nella trasparenza, nella libertà di informazione e nella resistenza all’occupazione. È presidente del Comitato esecutivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad, impegnato a “trasformare lo Stato di Israele in una democrazia per tutti i suoi cittadini, indipendentemente dall’identità nazionale o etnica”. I suoi scritti mettono a tema le molteplici linee che definiscono la sua identità di Mizrahi, ossia discendente di comunità ebraiche del Medio Oriente e del Nord Africa, di donna e di attivista per i diritti umani.

Fonte: +972 Magazine, 23 novembre 2023.