sabato, Febbraio 24, 2024
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Casi di genere: riflessioni nella Giornata Europea delle Lingue

di Alessia Riccioli 

L’importanza della lingua come strumento di comunicazione: verso un linguaggio inclusivo

Il 26 settembre 2023 è stata celebrata la Giornata Europea delle Lingue, presso il dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica. Il Convengo si è svolto presso l’Aula Magna di Palazzo Matteucci, dedicato ai Casi di genere, ovvero alla questione del linguaggio inclusivo, che sta acquistando sempre più spazio nel dibattito pubblico e accademico, in riferimento a soluzioni linguistiche frutto di istanze identitarie. 

La giornata è stata suddivisa in due sedute, mattutina e pomeridiana, nelle quali, attraverso la mediazione della professoressa Giovanna Tomassucci (Università di Pisa), l’impronta trasversale delle relazioni ha permesso un seminario ampio di contenuti, analizzati secondo un approccio comparatistico e interdisciplinare, che ha permesso di cogliere la complessità di questioni linguistiche dal portato (anche) culturale, sociale e politico.

La professoressa Roberta Ferrari (Direttrice del dipartimento FILELI, Università di Pisa), ha introdotto la discussione riflettendo sul ruolo della lingua che funge da “ponte” tra paesi e popoli diversi, come strumento di riflessione, confronto e contaminazione. La Giornata delle Lingue quest’anno si è, come detto, focalizzata sul rapporto tra la lingua e il genere e su come questo influenzi il vivere quotidiano. Il tema, che accademicamente certo rappresenta un food for thought, è oggetto di grande attenzione anche da parte del Comitato Unico di Garanzia (CUG) ed ha portato all’adozione di documenti strategici come il Gender Equality Plan (2022 – 2024) o alla recente creazione dello sportello anti-violenza dedicato alla comunità studentesca, a tutto il personale docente e tecnico amministrativo e a tutti i lavoratori esternalizzati, come ha sottolineato la Presidente del CUG, la professoressa Elena Dundovich (Università di Pisa). Tra le molte iniziative adottate dall’Università di Pisa mirate all’ottenimento di una sempre più effettiva parità di genere, è stato anche ricordato il corso trasversale in studi di genere tenuto dalla professoressa Elettra Stradella.

La professoressa Renata Pepicelli (Università di Pisa), delegata del Rettore per gli studi di genere e pari opportunità, ha denunciato l’invisibilizzazione delle donne attraverso il maschile neutro, ricordando che la lingua “non è semplice strumento di comunicazione, può creare realtà ed essere potente motore del cambiamento” (Nicoletta Maraschio, Accademia della Crusca). Così, coerentemente, Giovanna Zitiello, insegnante e storica attivista alla Casa della Donna di Pisa, ha rilevato la centralità della lingua per una comunicazione non sessista, ricordando come spesso i media attuino una narrazione della violenza sulla donna ancora fortemente segnata da pregiudizi. 

L’inclusività nel linguaggio da un punto di vista linguistico, sociolinguistico e giuridico

L’identificazione del genere del parlante e la costruzione di un linguaggio inclusivo è una tematica che solleva molteplici questioni, i cui diversi profili sono stati discussi durante le relazioni della sessione mattutina. 

La Professoressa Giovanna Marotta (Glottologia e Linguistica, Università di Pisa) ha descritto il genere come una categoria “socialmente sensibile” che può declinarsi secondo tre accezioni, tra cui, in primis, l’accezione di carattere tecnico e grammaticale, in riferimento ai generi “paradossi”, alle parole ambigeneri e al genere nei prestiti, categorie in cui il genere è tendenzialmente definito secondo un principio di arbitrarietà. Attraverso un’analisi della lingua italiana, anche in riferimento al genere neutro apparentemente perduto, viene mossa una critica al binarismo stretto della lingua che costringe a un aut aut tra maschile e femminile, tertium non datur, non permettendo di interpretare la complessità delle lingue e, parimenti, rispecchiando solo la realtà del genere sociologicamente espresso. In italiano, infatti, il genere non marcato è indubbiamente il maschile. 

Nella seconda accezione, il genere è considerato un parametro sociolinguistico (branca del sapere che nasce con gli studi di Labov, Sociolinguistic Patterns, 1972, ma di cui è antesignana la dialettistica). Secondo la sociolinguistica, il genere si qualifica come variabile significativa, paragonabile all’età del parlante, al luogo di nascita, al grado di istruzione. Portatrici del cambiamento linguistico, maggiormente sensibili ai cambiamenti che modificano la dimensione sociale, sono le giovani donne, come attualmente sta emergendo, soprattutto in Gran Bretagna. Non è un caso, d’altra parte, che gli aggettivi con i quali viene tendenzialmente descritto il parlato femminile sono frutto di una cultura che non descrive le donne dal punto di vista delle donne, ma dal punto di vista degli uomini, a dimostrazione che la variabile del genere dei parlanti è correlata a fattori di ordine sociale. Secondo questa terza accezione del genere, di tipo sociologico e psico-sociale (dunque un’accezione non strettamente linguistica, ma che esprime il rapporto tra la lingua e la relativa comunità dei parlanti), la voce è intrepretata come un vettore di genere. Colorandosi di significati psico-sociali, la voce femminile, tendenzialmente più acuta di quella maschile, viene associata a un ruolo subalterno (anche in riferimento al “codice della frequenza” di Ohala, 1984).

In conclusione, la riflessione sul rapporto tra genere e linguaggio non può ignorare quanto detto da Corbett (1999), ovvero che il genere (sebbene rimanga una categoria da analizzare in primis attraverso la linguistica formale, il segno linguistico e la grammatica) sia «the most puzzling of the grammatical categories». 

La relazione successiva ha proseguito la riflessione, focalizzandosi sul linguaggio giovanile che, non presentando una variazione diafasica, si sviluppa solo a un livello colloquiale. La relazione della Professoressa Yasmina Pani (insegnate di Lettere, autrice del saggio SCHWA, una soluzione senza problema, 2022) affronta il tema dello schwa e di quali altre proposte sono emerse nel linguaggio di internet e dei social network, che in larga parte coincide con il linguaggio giovanile. Quest’ultimo si pone volutamente su un piano distante da quello standard, in riferimento a un gergo e a una comunità di parlanti specifica. In specie, il gergo del linguaggio giovanile nei social network rappresenta una sottosezione del linguaggio giovanile tout court ed è caratterizzato da ridondanza lessicale e dalla facile obsolescenza delle parole utilizzate.  In tale dimensione, sono emerse proposte alternative al linguaggio standard al fine di superare la marca di genere grammaticale, come l’asterisco che sostituisce la vocale finale o l’ampiamente discussa schwa (e che, non casualmente, nascono in un linguaggio che si sviluppa prevalentemente in forma scritta e non orale). L’accademia della Crusca, sul punto, ritiene il genere grammaticale diverso dall’identità di genere (Paolo d’Achille, 2021) e, in risposta alla Corte di Cassazione, si è dichiarata favorevole ai femminili di mestiere e alle perifrasi di genere, pur supportando decisamente il maschile non marcato, in opposizione a soluzioni alternative quali quelle sopracitate. La schwa, che non sembra un fenomeno rilevante nel senso di un mutamento linguistico effettivo, è un fenomeno interessante in un’ottica sociolinguistica, in cui la morfologia acquisisce un valore simbolico.

La Professoressa Elettra Stradella (Diritto Pubblico Comparato e Diritto e Genere, Università di Pisa) ha messo in luce la profonda connessione tra la dimensione linguistica e quella giuridica, descrivendo la legge come la quintessenza del potere simbolico di nominare, in riferimento alla funzione creativa del diritto verso i gruppi sociali. Il rapporto tra diritto e linguaggio è, dunque, declinabile in due sensi: da un lato, fa riferimento ai canoni del diritto antidiscriminatorio, dato che nominare significa tutelare, e cioè individuare i soggetti vulnerabili meritevoli di tutela. Dall’altro lato, questo rischia però, di ottenere l’effetto (negativo) di cristallizzare le identità. 

I primi dibattiti sul sessismo linguistico avvengono in ambito giuridico e amministrativo e sono il frutto della riflessione teorica sviluppatasi negli Stati Uniti degli anni ’70, nell’ambito di quegli studi che si occupavano della manifestazione nel linguaggio della differenza sessuale (e che hanno poi influenzato il dibattito italiano risultando, ad esempio, nelle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini, 1987). Ad oggi, sia le leggi civilistiche, sia quelle penalistiche riportano un linguaggio evidentemente non neutro da un punto di vista di genere. Come nota la giudice Paola Di Nicola, la donna nel Codice penale viene nominata solo in relazione al suo corpo e alla sua sessualità, alla sua funzione di madre o di moglie. La stessa Costituzione Italiana, pur rappresentando una svolta importantissima verso l’affermazione di un principio di antidiscriminazione e di antisubordinazione di genere, è declinata al maschile (basti pensare all’Articolo 2, Cost., che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo). 

L’Unione Europea, fin dalla Direttiva 76/207/CEE, si è impegnata nella realizzazione del principio della parità di genere, ma con il risultato di diffondere, da un punto di vista linguistico, con riferimento alle posizioni lavorative, l’uso del genere maschile come maschile neutro, secondo un concetto di parità che diventa anche assimilazione. In ambito internazionale la Convenzione di Istanbul (2011), che si occupa di prevenire e combattere la violenza contro le donne, soprattutto domestica, pone particolare attenzione alla lingua, soprattutto in ambito didattico ed educativo. Tuttavia, a tali sforzi non sono seguiti, a livello nazionale, interventi normativi di carattere prescrittivo, ma solo interventi di soft law come le Linee guida del MIUR circa l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, cui si aggiungono le Linee guida sulla neutralità di genere nel linguaggio, specifiche per ogni lingua, adottate dal Parlamento europeo già nel 2008. 

La questione della neutralità è divenuta centrale nel dibattito odierno. Nell’alveo dei diritti connessi alla personalità, a livello giuridico è stato progressivamente riconosciuto un diritto alla autoidentificazione di genere. Basti pensare, in Italia, alla Legge sulla rettificazione del sesso (n. 164/1982), che si inserisce in un più ampio processo che tende a considerare il genere secondo una connotazione più psicosociale che biologica. Tuttavia, il discorso giuridico rimane comunque entro i confini del binarismo, benchè sia riscontrabile un tentativo di superamento nelle legislazioni di molti paesi, sia extra-europei (Canada, Nepal, India, Australia), sia europei (Malta, Germania, Belgio). Il superamento del binarismo di genere da un punto di vista giuridico e costituzionale non dovrebbe sfociare, come invece a volte potrebbe sembrare, verso una rimozione del genere, senza considerare quanto l’identificazione sessuale sia alla base delle strutture giuridiche preposte alla tutela dei soggetti vulnerabili: basti pensare alle affirmative actions e a tutti gli strumenti volti a contrastare la discriminazione di genere. 

Dunque, riguardo alla dimensione linguistica, l’auspicabile utilizzo preferenziale di un linguaggio inclusivo non deve essere confuso con una neutralizzazione forzata dei generi, invisibilizzando una relazione di potere asimmetrica che ancora esiste e che richiede uno sforzo attivo nell’attuazione di quel principio di anti-subordinazione che la nostra stessa Costituzione prevede. 

Gli aspetti giuridici connessi alla tematica del linguaggio inclusivo e delle istanze di autoidentificazione di genere si legano agli aspetti sociolinguistici analizzati dalla Professoressa Silvia Cervia (Sociologia dei processi culturali e comunicativi, Università di Pisa), che guarda al dibattito pubblico cosiddetto della degenderizzazione, cioè il dibattito che verte sulle pratiche inclusive volte a superare le disuguaglianze sociali. Il genere emerge come un costrutto sociale, il cui significato dipende dai diversi contesti sociali nei quali è declinato. Ciò presuppone, però, l’esistenza di categorie di senso che permettano di orientarsi nei contesti sociali e di ri-significare il contesto stesso, utilizzando costrutti di senso comune. Dato che diversi contesti culturali costruiscono assetti di significati diversi, tali costrutti risultano culturalmente permeati, con il risultato che le categorie di senso utilizzate in un certo contesto sociale hanno un valore non solo in senso cognitivo, ma influenzano anche la dimensione cosiddetta “affettiva”, cioè la postura che il soggetto adotta rispetto alle manifestazioni di queste categorie. Ne consegue che esse non possano che essere il frutto di processi costitutivamente orientati in termini di giudizio morale.

Il genere, nel contesto occidentale, è declinato secondo quattro costrutti (sesso, percezione sessuata del sé, orientamento sessuale e ruoli di genere) rispetto ai quali vige il principio di combinazione basato sulla logica causa–effetto: data una categorizzazione che riguarda il patrimonio bio-fisiologico della persona, segue un’identificazione sessuata che corrisponde ad una categorizzazione ideologica. Mentre originariamente l’individuo era necessariamente inserito all’interno di gruppi sociali “ascritti” (come il contesto geografico, familiare, il portato bio-fisiologico in termini sessuati), l’attenzione si è sempre più spostata verso le caratteristiche del singolo individuo, attraverso processi di costruzione personali di individuazione. L’istanza di riconoscimento non è più veicolata da categorie universalistiche, ma da categorie specifiche che permettono al soggetto di prendere forma come singolo. Il fatto di avere dei contesti di carattere linguistico che consentono di esprimere soggettività multiple è frutto del bisogno di avere riconoscimento sociale in quanto soggetti portatori di identità differenti. 

Tuttavia, tale passaggio coinvolge processi che richiedono una performatività da parte dei singoli, da cui deriva la tendenza a una radicalizzazione del dibattito pubblico. Nel momento in cui si introducono dimensioni di significato differenti, si scontrano delle istanze di riconoscimento diverse che affondano le loro radici in processi di socializzazione diversi. Il dibattito che si sviluppa circa la declinazione di genere è, dunque, un dibattito che necessariamente coinvolge i processi di costruzione del significato della realtà sociale e che scardina quegli assunti considerati “naturali”. I processi di categorizzazione vengono utilizzati per dar senso alla dimensione sociale nel quale l’individuo si muove. Da questo punto di vista, il genere è considerato un universale culturale, in quanto tutte le culture umane hanno attribuito significato alle appartenenze di genere. Ripensare al modo in cui viene categorizzato il genere, quindi, significa modificare uno degli elementi costitutivi del modo di leggere la realtà, cosicché non stupisce la facile polarizzazione del tema nel dibattito pubblico, tra chi promuove istanze di cambiamento e chi sente messo in discussione ciò che percepisce come “naturale”. 

Affrontare il tema del linguaggio inclusivo rispetto alle specificità della lingua considerata 

Le relazioni presentate nella sessione mattutina si sono poste in un rapporto di complementarità rispetto a quelle della sessione pomeridiana, che ha arricchito il dibattito attraverso uno sguardo comparatistico. Ogni relazione si è focalizzata su una dimensione linguistica diversa, sviluppandosi su tre domande, di seguito esposte, con cui le relatrici si sono confrontate: «1. La vostra lingua di quanti e quali generi dispone? C’è un collegamento trasparente tra genere grammaticale e sesso dei referenti umani? 2. Presso la vostra comunità linguistica quanto è sentita la questione del linguaggio inclusivo? In quale contesti è nato e quanto è diffuso? È correlato all’età dei parlanti? 3. Se il dibattito esiste, quali sono le proposte avanzate, in particolare rispetto ai linguaggi settoriali (come il linguaggio giovanile e il gergo di internet) e quali di queste proposte hanno trovato accoglimento nella lingua standard? O ancora, come si comporta, per esempio, il linguaggio giuridico, per scrivere in maniera inclusiva evitando di menzionare il genere o, viceversa, menzionando tutte le possibili opzioni?». 

La relazione della Professoressa Rosa Centro (Università di Pisa) ha riguardato i paesi di lingua francese. In quest’area le prime riflessioni su un linguaggio inclusivo nascono nel Québec negli anni ‘70. In riferimento all’Europa francofona (al là della Francia), il dibattito sul linguaggio inclusivo si è sviluppato in Svizzera (emblematica in merito fu la richiesta di Ruth Dreifuss, dopo la sua elezione, di essere chiamata «cheffe du Départment de l’Intérieur», 1993) e in Belgio, come denota, ad esempio, la Mettre au féminin – Guide de féminisation pubblicata dalla Fédération Wallonie-Bruxelles (1993; 2005; 2014) circa l’uso delle forme femminili pur nel rispetto delle regole della morfologia lessicale nella lingua francese. 

Per quanto riguarda la Francia, la riflessione sul tema deve innanzitutto tenere conto della scelta dell’Académie Française, a partire dal XVII sec., di escludere dalla nomenclatura dizionaristica tutte quelle parole declinate al femminile, benchè in realtà fossero forme usate nel francese medievale. L’Acadèmie ha per lungo tempo mantenuto un approccio conservatore sul tema, sostenendo fortemente il valore neutro del maschile, ritenendo la declinazione al femminile cacofonica e sacrilega. La svolta si è avuta con il governo Jospin, nel 1997, quando sono state nominate otto ministre in altrettanti ministeri chiave. Ne è derivata l’adozione di una raccomandazione circa la declinazione al femminile, simbolicamente adottata l’8 marzo 1998. Il 28 febbraio 2019 l’Académie ha, invece, dimostrato un’apertura verso la féminisation, contestualmente al dibattito sviluppatosi a partire dal 2017, quando l’opinione pubblica francese ha iniziato a discutere di écriture inclusive a seguito della pubblicazione del Manuale Hatier per la CM2, che ha portato alla scrittura di una lettera firmata da 314 insegnanti di ogni ordine e grado contro il maschile neutro (in riferimento alla regola dell’accordo del participio passato o dell’aggettivo). Attualmente, in Francia, il tema rimane sentito e controverso e le soluzioni linguistiche proposte sono varie, sia per la féminisation che per la écriture inclusive (in riferimento, ad esempio, al Manuel d’écriture inclusive de l’Agence Mots-Clès di R. Haddad, 2019). 

La relazione della Professoressa Vanessa Castagna (Università di Venezia Ca’ Foscari) ha trattato del portoghese che, in quanto lingua romanza, dispone di soli due generi grammaticali, il maschile e il femminile, in cui il genere è tendenzialmente trasparente rispetto al sesso dei referenti umani e c’è una marcatura grammaticale di genere. Nel dibattito circa il linguaggio inclusivo, ha un valore emblematico il termine “mulher” che indica sia la donna nella sua individualità (in contrapposizione al termine “homen”), sia la donna in quanto moglie (in contrapposizione al termine “marido”), a dimostrazione di quanto la lingua veicoli anche questioni che attengono ad ambiti diversi da quello prettamente linguistico, certamente prestandosi a una lettura socio-culturale. 

Nel 1985, M.I. Barreno ha pubblicato un volumetto intitolato “O falso neutro. Instituto de estudos para o desenvolvimento”. Tale indagine, incentrata sul contesto educativo, trattava anche della questione della lingua inclusiva, attuando un approccio che diverrà tipico in Portogallo rispetto alle tematiche qui affrontate, secondo cui per migliorare l’uso del linguaggio è necessario agire sulla formazione delle nuove generazioni. 

Per quanto riguarda lo sforzo normativo compiuto dal Portogallo verso una maggiore inclusività (pur rimanendo in una prospettiva binaria), i punti fondamentali sono stati la visibilità e la simmetria delle rappresentazioni di genere, nella consapevolezza che, se il femminile non è espresso, non è visibile. In altre realtà, come quella brasiliana, tale spinta verso l’inclusività tende al superamento anche del binarismo stretto, prediligendo piuttosto un linguaggio inclusivo neutro. 

La relazione della Professoressa Harieta Topoliceanu (Universitatea din Iaşi [Romania], Visiting a Torino) ha riguardato la lingua romena, restando dunque nell’ambito delle lingue romanze. La professoressa ha trattato, in primis, il genere grammaticale romeno, sottolineando l’esistenza anche del genere neutro, a differenza del francese e del portoghese affrontati in precedenza. Non potendo trattare del linguaggio inclusivo senza guardare al contesto sociale nel quale esso è declinato, va sottolineato che la Romania rappresenta, purtroppo, il fanalino di coda nelle classifiche internazionali relative all’uguaglianza tra donne e uomini. Secondo l’indice sulla parità di genere (2021), che analizza le differenze tra uomini e donne in termini di retribuzioni, competenze, occupazioni, potere decisionale, equilibrio tra tempi di vita e di lavoro e salute (indice sviluppato dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere, EIGE), la Romania si classifica tra i paesi col punteggio più basso, seguita solo da Ungheria e Grecia, con un punteggio pari a 54,5 su 100 (rispetto alla media europea di 68 punti). 

Per quanto riguarda il piano normativo, nel 2020 era stato proposto un disegno di legge (a cui ha fatto poi seguito una dichiarazione di incostituzionalità della Corte costituzionale romena), che mirava a modificare la Legge della Pubblica Istruzione (n. 1/2011), al fine di vietare tutte quelle attività afferenti alla teoria dell’identità di genere, non riconoscendo la distinzione tra genere e sesso biologico. In ogni caso, sono da segnalare positivamente gli sforzi mirati a realizzare il principio di parità attraverso la formazione, riconoscendone il ruolo chiave per il rispetto dei valori democratici e del principio di non discriminazione, anche considerando che agire sulla dimensione scolastica risulta fondamentale per eliminare fenomeni discriminatori esistenti verso persone Rom o appartenenti alla comunità LGBTQI+.

In ogni caso, lo sforzo dello Stato verso una maggiore inclusione emerge attraverso la recente adozione di un nuovo modello di carta di identità, che non riporta più la dicitura “sesso”, ma “genere”, benchè la questione del linguaggio inclusivo rimanga comunque relegata a un piano secondario rispetto al più ampio discorso sull’uguaglianza di genere, che pone problematiche ancora attualmente irrisolte. 

L’ultima relazione incentrata su una lingua romanza è stata quella della Professoressa Rocío Velasco de Castro (Universidad de Extremadura), che ha affrontato il tema del linguaggio inclusivo in Spagna. Da un punto di vista grammaticale, lo spagnolo non presenta il genere neutro e utilizza, per economia espressiva, il genere maschile come genere non marcato. L’adozione di un linguaggio inclusivo in Spagna è stata considerata una priorità, ma la tematica non è stata affrontata in profondità, finendo per diventare una quesitone facilmente polarizzata. Infatti, i dibattiti sul linguaggio inclusivo emergono spesso in momenti di instabilità politica, trasformando il tema in un’arma politica, eccessivamente discussa durante le campagne elettorali. Tale eccessiva esposizione non ha contribuito al dibattito; ne ha, invece, semplificato l’argomentazione, focalizzando il discorso su elementi specifici e parziali come, ad esempio, la marcatura di genere. La maggior parte delle misure che sono state avanzate enfatizzano il genere femminile, comunque sempre rimanendo all’interno dei confini del binarismo. È da notare, però, che, per quanto riguarda la comunicazione su internet, l’utilizzo di alcuni segni (come l’asterisco, la schwa o la chiocciola), precedentemente diffuso, sta progressivamente diminuendo. In ogni caso, tale simbologia ha acquisito uno spazio anche in ambiente accademico, senza però che ciò influenzi realmente l’utilizzo della lingua standard (né orale, né scritta).  

Successivamente, la Professoressa Denise Anne Filmer (Università di Pisa) ha affrontato il tema del linguaggio inclusivo nella lingua inglese. Guardando al piano grammaticale, le soluzioni proposte per un linguaggio inclusivo sono state diverse tra cui, per esempio, l’utilizzo dei gender neutral pronouns (XE/XEM/XIR), benchè la scelta attualmente più comune sia quella di utilizzare “they”/them” come pronome singolare neutro (uso che è effettivamente stato accettato anche nell’Oxford Dictionary). Il tema del linguaggio inclusivo risulta molto sentito dalla popolazione inglese, ma l’origine della questione deve collocarsi negli Stati Uniti con la diffusione della queer theory espressa da Judith Butler nel libro Gender Trouble (1990). Progressivamente, il focus del dibattito è cambiato, vertendo non più tanto sulla contrapposizione del genere maschile a quello femminile, ma sul superamento del binarismo, fino a giugnere al trans inclusionary radical feminism, che propone la scelta (fortemente radicale) di utilizzare sempre termini neutri, propendendo, ad esempio, per il non utilizzo del termine “women” al fine di non escludere altre identità sessuali minoritarie (ad esempio, parlando di “chestfeeeding” invece che di “breastfeeeding”). Tuttavia, si riscontrano anche fenomeni che tendono all’estremo opposto, esprimendosi in termini di “authentic women”. La relazione, nella consapevolezza dell’ampiezza dei temi posti nel convegno, si è conclusa con tre domande aperte: fino a dove possiamo arrivare nel cancellare tutte le distinzioni di genere nella lingua inglese? L’inclusività linguistica cambierà la nostra percezione della realtà (in riferimento alla Sapir-Whorf hypothesis)? Ma soprattutto: che cos’è la “realtà” quando si parla di genere?

La relazione della Professoressa Marianne Hepp (Università di Pisa) ha riguardato soprattutto la Germania (sebbene vi siano altri paesi di lingua tedesca, come l’Austria, la cui attenzione al linguaggio inclusivo è maggiore). Nella lingua tedesca, che presenta anche il genere neutro, l’attribuzione del genere è definita solo parzialmente da ragioni morfologiche (sebbene per certi gruppi il principio di attribuzione sia effettivamente logico, come per i termini che indicano uomo e donna) e il genere non marcato è il maschile. La marca morfologica del participio presente è stata ampiamente oggetto di dibattito. A partire dagli anni ’70, si è affermato un numero costante di soluzioni per marcare la differenza del genere maschile dal femminile. Recentemente, il dibattito si è focalizzato sull’inclusività del terzo genere. Tendenzialmente, in ogni caso, quando la lingua non offre una soluzione neutra, la tendenza è quella di utilizzare la doppia declinazione (maschile e femminile). Nel mondo accademico, invece, si predilige generalmente il maschile neutro al fine di facilitare la lettura. In ogni caso, sul punto il dibattito non risulta particolarmente acceso. 

La Professoressa Agata Miks (Università di Pisa) ha trattato del tema del linguaggio inclusivo declinato nella dimensione linguistica polacca (in cui, ad esempio, esiste il genere neutro). In Polonia la questione è accesa e sentita. La discussione circa l’identità delle persone non binarie non è più un tabù dopo il 2020, anno fondamentale per lo sviluppo dei diritti di genere in Polonia, a seguito dell’arresto dell’attivista dei diritti LGBTQI+ Margot. Ha fatto, in questo caso, molto discutere il comportamento del corpo della polizia polacca, scatenando un acceso dibattito su molte questioni di genere, tra cui quello della lingua inclusiva. Precedentemente, nel 2003, la Polonia aveva approvato l’uso di strutture linguistiche inclusive verso persone non binarie. Tuttavia, a oggi, esse non risultano essere particolarmente in uso e sono tuttora discusse. Attualmente, il dibattito pare molto acceso a causa della prossimità delle elezioni, cosa che conferma come il linguaggio inclusivo possa essere un campo di battaglia politico.

Infine, la Professoressa Paola Bocale (Università dell’Insubria) ha trattato del linguaggio inclusivo in Russia, sottolineando le similitudini, per quanto riguarda la dimensione morfologica, tra la lingua russa e la lingua polacca. Per quanto riguarda invece il dibattito circa un linguaggio maggiormente inclusivo, si nota che la questione è discussa soprattutto da giornali in versione russa di testate straniere (ad esempio, la versione russa di Forbes). Anche in questo caso le soluzioni proposte riguardano la sostituzione di un sostantivo maschile con un nome collettivo, un participio o un sintagma verbale, oppure la sostituzione di un aggettivo con desinenza di genere con un verbo o un sostantivo. Sono state proposte soluzioni alternative anche per utilizzare il presente al posto del tempo passato (data la marcatura di genere). I quotidiani di ampia diffusione nazionale, però, in quanto strumenti di comunicazione del governo russo, volutamente confondono il tema del linguaggio inclusivo con altre questioni, come ad esempio quella del “politicamente corretto”, e, spesso, il loro approccio a queste tematiche risulta omofobo. Rispetto a questa posizione statale, le posizioni accademiche sul punto risultano tendenzialmente conformi. 

Conclusioni

Da quanto espresso dalle relatrici nel corso della Giornata, emerge chiaramente la molteplicità e varietà delle soluzioni proposte per definire un linguaggio che possa dirsi inclusivo rispetto al genere. Accanto alle questioni prettamente linguistiche, di non facile risoluzione, emerge anche l’importanza del contesto sociale e culturale in cui tale linguaggio si inerisce. Le relatrici hanno offerto un efficace quadro generale della questione (nella sessione mattutina), per poi declinarla nelle particolarità di alcune singole lingue (nella sessione pomeridiana), attraverso uno sguardo comparatistico di grande arricchimento. La questione del linguaggio inclusivo rimane aperta e soggetta a futuri sviluppi. Tale analisi risulta di grande interesse per la dimensione sociale e culturale, in cui queste soluzioni linguistiche si formano e che, a loro volta, creano. 

Bibliografia

Barreno M. I., O falso neutro. Instituto de estudos para o desenvolvimento, Instituto de Estudos para o Desenvolvimento, Edições Rolim, Lisboa, 1985.  

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Alessia Riccioli è dottoranda del curriculum di “Teoria dei diritti fondamentali, giustizia costituzionale, comparazione giuridica e diritto e religione” del dottorato in Scienze giuridiche dell’Università di Pisa. Ha una borsa “Giulio Regeni” sul tema delle prospettive costituzionali trasformative in tema di diritti sessuali e riproduttivi. È collaboratrice della cattedra Jean Monnet “EUWONDER”, per cui cura il profilo Instagram @euwonder.social.