venerdì, Febbraio 23, 2024
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La violenza in rete. Riflessioni per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

di Serena Vantin

 

La violenza contro le donne in rete

Lo scenario contemporaneo è fortemente connotato dall’impatto delle tecnologie su nozioni e processi giuridici, nonché sui fenomeni di una realtà sempre più “digitale” che il diritto cristallizza, disciplina e interpreta. In questa cornice, lo spazio della rete non è un campo incontaminato, né una garanzia per la promozione dell’eguaglianza e della parità tra i generi.

Se, da un lato, infatti, la rete sembra in grado di offrire inediti spazi di libertà, autodeterminazione, autonomia e parità – si pensi all’opportunità di utilizzare il web in termini di community building e dunque di empowerment – dall’altro lato, tuttavia, la nuova realtà digitale pare accrescere il novero delle forme del dominio alimentando diseguaglianze e violenza.

Quest’ultima, in particolare, quando rivolta contro le donne, è sovente declinata in aggressioni verbali, insulti, retoriche sessiste stereotipate, ricerca e pubblicazione online di informazioni personali e private (doxing), pornografia indesiderata, stigmatizzazione a sfondo sessuale, intimidazioni, minacce di aggressione e di morte, ma anche condotte e atteggiamenti misogini “punitivi” o gravemente lesivi della reputazione e della dignità della vittima, quali atti di cyberstalking, pornografia non consensuale o di vendetta, offese e molestie basate sul genere, estorsione sessuale, trasmissione online di atti di aggressione sessuale e stupro, traffico di esseri umani perpetrato con adescamento in via elettronica, e così via.

 

Violenza fisica e violenza virtuale: un continuum

Solo in tempi recenti, l’Istituto Europeo per l’Eguaglianza di Genere ha sollevato il problema della violenza cd. «virtuale» contro donne e ragazze, denunciando la difficoltà nel reperimento di dati disaggregati rispetto al genere ma anche enfatizzando l’altissima percentuale di vittime nonché la significativa gravità dei danni che ne derivano. Una ricerca del 2017 ha, inoltre, messo chiaramente in evidenza che la violenza in rete deve essere intesa come un «continuum» rispetto a quella fisica, da cui non va dissociata, anche perché capace di provocare ripercussioni «reali» sulla vita delle persone coinvolte1.

È, peraltro, ormai drammaticamente risaputo che in rete vivono e proliferano “bolle” composte da gruppi, chat, forum, siti, dibattiti che incitano alla violenza contro le donne, alimentando un circuito sia generato sia sospinto da sentimenti sessisti di odio e disprezzo2.

Come sottolineano diversi studi, sarebbe proprio la conformazione del web, e degli spazi “chiusi” in esso celati, nonché la presunzione di agire coperti da anonimato, a potenziare ed esasperare il risentimento e l’odio3.

Nel nostro Paese, l’Osservatorio Vox Diritti segnala che, nel 2019, il 63,1% dei tweet d’odio si è scatenato contro le donne4; mentre il “Barometro dell’odio” di Amnesty International registra che, quando il tema è “donne e diritti di genere”, 1 commento online su 3 ingenera hate speech e discorsi sessisti. Un recente studio della American Psicological Association, anche citato dall’Osservatorio sulla Cyber Security dell’Eurispes5, rileva che in caso di revenge porn il 51% delle donne contempla il ricorso al suicidio.

 
Azioni di prevenzione e contrasto

Per contrastare questi fenomeni restano decisivi gli indirizzi assunti dalle fonti internazionali, in primis dalla Convenzione di Istanbul6, e segnatamente gli sforzi dedicati alla sensibilizzazione, all’educazione e alla formazione di figure professionali in materia, nonché la previsione di una rete di servizi integrati di assistenza specializzata a supporto delle vittime, al fianco di politiche di repressione capaci di comminare sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive.

Queste misure paiono particolarmente urgenti con riguardo alla violenza virtuale, là dove una serie di ricerche denunciano come del tutto inadeguate le risposte del settore della giustizia e delle forze dell’ordine in questo frangente, rivelando una tendenza alla minimizzazione o al trattamento individuale di ciascuna aggressione online (piuttosto che una valutazione dell’impatto cumulativo degli abusi subìti).

Occorre, pertanto, progettare, attivare e rendere capillarmente accessibili molteplici strumenti strutturali di prevenzione, tutela e protezione, capaci ad esempio di sensibilizzare le nuove generazioni di “nativi digitali”7, ma anche di offrire risarcimenti, assistenza psicologica e supporto tecnico a garanzia della cybersicurezza, oltreché di generare contro-narrazioni efficaci e riabilitative per la dignità delle vittime8.

Inoltre, è necessario colmare al più presto le lacune informative relative alla diffusione e alla gravità delle violenze contro donne e ragazze in rete, anche sviluppando ricerche volte ad individuare i fattori di rischio, al fine di attribuire priorità allo sviluppo di strumenti di misurazione e quantificazione di questi illeciti.

Conclusioni

In conclusione, la rivoluzione digitale e il mondo della rete hanno potenziato talune diseguaglianze di genere e forme della violenza sessista, rendendo ancor più profondo il discrimine tra dichiarazioni egalitarie di principio e realtà fattuale.

Proprio dinnanzi alle nuove sfide dell’epoca del digitale, pare quindi opportuno ribadire che la promozione attiva dell’eguaglianza dovrebbe essere il faro che illumina l’azione, e in questa prospettiva le priorità vanno ridefinite. In tal senso tutti dovremmo sentirci coinvolti, e schierati, nelle pratiche di contrasto a violenza e sessismo: è in gioco la costruzione di una società più giusta.

 

Serena Vantin è ricercatrice del Centro di Ricerca Interdipartimentale su Discriminazione e vulnerabilità (CRID) dell’Università di Modena e Reggio.

 

Note

1 Si veda anche https://www.amnesty.it/appelli/stop-alla-violenza-online-su-toxictwitter/.

2 Si veda la campagna “EndRevengePorn” della Cyber Civil Rights Initiative.

3 Si vedano anche Council of Europe, Bookmarks – A manual for combating hate speech online through human rights education, 2016; FRA, Violence against Women. A EU wide survey. Main Results, 2014; FRA, Ensuring Justice for hate crime victims: professional perspectives, 2016; FRA, Incitement in media content and political discourse in EU Member States, 2016.

4 Si veda anche il comunicato di Vox Diritti relativo alla mappa dell’odio 2019.

5 Su questi temi, cfr. ECRI, Raccomandazione di politica generale N°15 relativa alla lotta contro il discorso dell’odio, adottata l’8 dicembre 2015; Consiglio d’Europa, Raccomandazione N. R (97) 20/1997 su “Hate speech”; Council of Europe, Gender equality strategy, Combating sexist hate speech, 2016.

6 Per approfondire si vedano, F. Poggi, Violenza di genere e Convenzione di Istanbul: un’analisi concettuale, in “Diritti umani e diritto internazionale”, 1, 2017, pp. 51-76; P. Parolari, La violenza contro le donne come questione (trans)culturale. Osservazioni sulla Convenzione di Istanbul, “Diritto e Questioni pubbliche”, 2014, pp. 859-890.

7 A questo riguardo, cfr. gli esiti del Progetto LOG-In, a cura del Centro Documentazione Donna di Modena: https://www.comune.modena.it/progetto-login/allegati/violenza-di-genere-e-uso-responsabile-dei-social-network-istruzioni-per-luso.

8 Si vedano il quadro informativo dell’ISTAT in collaborazione con il Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio (https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne), ma anche le indagini condotte da Amnesty International sul monitoraggio della tossicità della rete (https://www.amnesty.it/twitter-non-rispetta-diritti-delle-donne-aumentano-le-molestie-online/). Si veda anche il Convegno online promosso dal CRID – Centro di Ricerca Interdipartimentale su Discrimnazioni e vulnerabilità dell’Università di Modena e Reggio Emilia, in collaborazione con il Comune di Forlì e il Centro Donna di Forlì, http://www.crid.unimore.it/site/home/archivio-in-primo-piano/articolo1065057959.html, in data 24 novembre 2020.