Vecchie e nuove forme di propaganda nella Terza Guerra del Golfo

di Alessandra Garosi e Alessia Lartini
La costruzione del consenso all’uso della forza
Ogni guerra, per essere avviata e sostenuta, dev’essere prima di tutto legittimata sul fronte dell’opinione pubblica. Soprattutto nei sistemi di governo che si definiscono democratici, in cui la sfera pubblica dovrebbe svolgere un ruolo chiave, occorre convincere i propri cittadini e le proprie cittadine, nonché gli attori dell’economia e della politica, della giustezza dell’uso della forza. Ma, come hanno mostrato efficacemente Noam Chomsky ed Edward S. Herman in Manufacturing Consent (1988), il consenso dell’opinione pubblica non è quasi mai spontaneo: viene meticolosamente costruito attraverso i mass media, che cercano di allineare l’informazione e il discorso pubblico agli interessi delle élite che hanno dato avvio alla guerra. La costruzione del consenso nell’opinione pubblica diventa così un’arma fondamentale: una vittoria militare senza una vittoria sul piano dell’opinione pubblica è percepita come incompleta.
Ogni parte in conflitto costruisce narrazioni legittimanti. Racconta, ad esempio, le offese subite in un’ottica vittimista, allo scopo di presentare le guerre di aggressione come azioni di difesa. O si presenta come liberatore di oppressi e difensore dell’ordine, della pace e della sicurezza internazionali da terribili minacce incombenti. Fondamentale, in questi meccanismi, è la costruzione del nemico: all’avversario vengono attribuite caratteristiche ripugnanti, in un processo di disumanizzazione che rimuove le barriere etiche all’uso della forza, anche la più estrema. Kristian Steiner e Andreas Önnerfors, nel loro recente volume Enemy Images (2025), hanno mostrato come questo meccanismo sia trasversale alle diverse epoche e ai diversi contesti. Queste considerazioni suggeriscono che la guerra non è l’espressione di un’aggressività distruttiva innata nella specie umana, ma che richiede sempre di essere motivata, rappresentando sé stessi come portatori di una missione superiore e l’altra parte come una minaccia esistenziale.
Il consenso è necessario in ogni fase del conflitto armato, non solo per avviarlo. Persino una vittoria militare che non si traduca sul piano dell’opinione pubblica rischia di trasformarsi in una sconfitta. Quando emergono i costi del conflitto, in termini di perdite umane, di elevate spese militari, di mancata prevalenza sul campo di battaglia o di crimini e atrocità che turbano gli animi, l’opinione pubblica può diventare ostile alla prosecuzione della guerra: in questi frangenti, la propaganda cerca di censurare o di minimizzare le criticità della propria parte, di massimizzare i vantaggi strategici conseguiti sul nemico o di enfatizzare le conseguenze negative di un’interruzione del conflitto armato prima della vittoria definitiva.
Le forme della propaganda nella Terza Guerra del Golfo
Nel conflitto armato in corso contro l’Iran, le narrazioni statunitensi e israeliane si sono concentrate innanzitutto sull’imminente minaccia nucleare iraniana. Il presidente Trump ha più volte sostenuto che l’Iran fosse «a un passo dall’arma nucleare», giustificando così gli attacchi preventivi messi in atto a partire dalla fine di febbraio.
La narrativa della paura nucleare non è nuova ed è stata spesso riproposta in altri contesti: contro la Russia, accusata di voler espandere la propria capacità di minaccia strategica attraverso lo sviluppo di armi antisatellite, ossia sistemi militari capaci di colpire o disattivare satelliti in orbita compromettendo comunicazioni, navigazione e dispositivi di allerta precoce, così come contro la Cina sospettata di condurre test nucleari segreti. Spesso questa narrazione è utilizzata per giustificare preventivamente il proprio riarmo o le proprie iniziative militari in chiave difensiva. Così, ad esempio, il presidente Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti condurranno test nucleari se anche altri paesi li faranno, mantenendo però l’ambiguità sul tipo di test a cui si riferiva.
Un’altra strategia utilizzata per giustificare l’attacco contro l’Iran è consistita nella demonizzazione della leadership iraniana. In un video TikTok pubblicato sulla pagina ufficiale della Casa Bianca, Trump ha descritto l’ex leader supremo Alī Ḥoseynī Khāmeneī ucciso nei primi giorni del conflitto come «un uomo miserabile e vile», che «aveva il sangue di […] migliaia di americani sulle mani» ed era «responsabile della morte di migliaia di innocenti in molti paesi». La narrativa statunitense si è servita strumentalmente delle gravi violazioni dei diritti fondamentali commesse nel corso degli anni dalle autorità del paese, dall’oppressione delle donne alla violenta repressione del dissenso, sostenendo l’opposizione di una parte della diaspora iraniana alla Repubblica islamica.
Dall’altra parte, la propaganda di guerra iraniana si è strutturata attorno a una narrazione difensiva e fortemente mobilitante, finalizzata a rappresentare il conflitto come un’aggressione imperialista contro la sovranità nazionale e contro l’“Asse della resistenza”. I media statali e le dichiarazioni ufficiali hanno insistito sul diritto all’autodifesa, sulla legittimità morale della risposta militare – estesa anche agli alleati regionali degli Stati Uniti, in particolare i paesi arabi del Golfo – e sul ruolo dell’Iran come baluardo politico e simbolico contro l’egemonia occidentale e l’espansionismo israeliano.
Nel discorso pubblico iraniano è stata riproposta l’immagine di un nemico esterno assoluto, responsabile della destabilizzazione regionale, di vittime civili e di violazioni del diritto internazionale: argomenti, in questo caso specifico, difficili da contestare sul piano empirico. Parallelamente, la propaganda ha enfatizzato l’unità nazionale, il sacrificio e il martirio, riducendo al minimo il dissenso e le critiche interne, mentre il controllo dell’informazione e la censura hanno rafforzato un quadro narrativo univoco funzionale allo sforzo bellico.
La diffusione della censura nella Terza Guerra del Golfo
La Repubblica islamica ha fatto e continua a fare largo uso della censura. Sebbene l’articolo 24 della Costituzione garantisca la libertà di stampa, una legge del 1986 e le sue successive modifiche negli anni 2000 e 2009 (necessarie per adattarsi al nuovo contesto di pubblicazioni online) permettono alle autorità statali di intervenire per assicurarsi che i giornalisti non danneggino la Repubblica islamica, offendano il clero e la Guida suprema e non diffondano false informazioni.
La popolazione iraniana è oggi stretta tra propaganda e censura: incapace di comunicare con l’esterno e succube delle sole narrazioni permesse, a sostegno del governo e dello sforzo militare. Le autorità impediscono di fatto i contatti col mondo esterno, attraverso una fortissima limitazione di Internet. Secondo Reporter Senza Frontiere (RSF) i giornalisti e i media che condividono la narrazione governativa spesso hanno libero accesso a internet e SIM cards, mentre i giornalisti indipendenti sono oggetto di severe restrizioni nell’accesso alla rete.
Oltre ad ostacolare attivamente le narrazioni che non coincidono con quelle statali, la repressione colpisce anche i civili che forniscono video o immagini alla stampa, qualora questi contenuti siano considerati una minaccia per la sicurezza nazionale: nozione abbastanza vaga, che lascia ampi margini alle autorità per intervenire. Per queste e altre pratiche, RSF colloca attualmente l’Iran al 177° posto su 180 nell’Indice mondiale sulla libertà di stampa.
La limitazione della libertà di stampa non è tuttavia una prerogativa dell’Iran. Draconiane leggi sulla censura militare in Israele limitano da anni la libertà di informazione sia dei media israeliani che di quelli stranieri che operano nel paese. A ciò si aggiunge che, secondo gli ultimi dati del Comitato per la Protezione dei Giornalisti, Israele ha ucciso 259 operatori dei media dopo il 7 ottobre 2023, di cui 210 giornalisti palestinesi a Gaza. Altri 11 giornalisti libanesi sono stati uccisi durante il conflitto, mentre due giornalisti israeliani sono stati uccisi da Hamas e un operatore dei media palestinese è stato ucciso da un gruppo armato nella Striscia. Questo numero supera di gran lunga il bilancio delle vittime tra i giornalisti in tutte le altre guerre a partire dal 1992. Ai sensi dell’articolo 79 del Primo protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra (1977), i giornalisti impegnati in “missioni professionali pericolose in zone di conflitto armato” devono essere trattati come civili.
In Arabia Saudita, lo slogan “La fotografia è al servizio del nemico” ha introdotto, dall’inizio di marzo scorso, una campagna per criminalizzare la copertura della guerra, specie dell’impatto degli attacchi iraniani, in nome della sicurezza nazionale. Immagini realizzate da cittadini hanno costretto le autorità a fare marcia indietro rispetto alla versione ufficiale, ammettendo un attacco missilistico a una raffineria, che inizialmente era stato negato. Il paese si colloca al 166° posto su 180 nell’Indice mondiale della libertà di stampa di RSF.
Un blocco delle informazioni sugli attacchi iraniani è in corso in tutti i paesi del Golfo e in Giordania. Negli Emirati Arabi Uniti (al 164° posto nell’Indice RSF), il Procuratore generale ha vietato immagini e informazioni sugli attacchi; la piattaforma X ha bloccato account su richiesta della procura, inclusa l’emittente Al Arabiya accusata di sollecitare immagini da fonti non ufficiali. In Bahrein (157° RSF) oltre 11 persone sono state arrestate per aver filmato siti militari. In Qatar (79° RSF) è vietato fotografare e condividere contenuti sui raid. In Kuwait (128° RSF) il ministero dell’Interno ha invitato a non pubblicare immagini del conflitto sui social. In Giordania (147° RSF), la Commissione per i media ha annunciato procedimenti penali per chi diffonda video o informazioni sulle operazioni di difesa.
Il medium è il messaggio
Dagli anni ’90 il modo di fare giornalismo, di guerra e non solo, è stato profondamente modificato dalle innovazioni tecnologiche connesse alla televisione satellitare prima e alla diffusione del web poi, confermando l’intuizione di Marshall McLuhan per cui il medium è il messaggio.
I quotidiani cartacei hanno progressivamente ceduto il passo a un flusso continuo di breaking news che si susseguono senza interruzione nell’arco della giornata. I tempi di stampa e di redazione si sono sensibilmente ridotti, a scapito della verifica delle fonti e dell’approfondimento, privilegiando frasi brevi e ad alto impatto emotivo e una diffusione orizzontale delle informazioni, spesso pubblicate direttamente sui profili social dei cittadini. Il lettore diventa così co‑autore della notizia, contribuendo alla sua circolazione in tempo reale.
Il flusso informativo si è spostato quasi interamente sulle piattaforme digitali che, pur presentandosi come simboli della libertà di informazione, risultano spesso i primi canali sottoposti a propaganda e censura. Si parla in questo senso di platform‑driven propaganda, ovvero di una propaganda strutturata attraverso l’uso strategico dei media digitali per diffondere disinformazione e manipolare l’opinione pubblica. Si crea così una distinzione netta tra la propaganda statale tradizionale, calata dall’alto tramite gli apparati governativi, e una nuova forma di propaganda digitale, caratterizzata da una diffusione orizzontale guidata da algoritmi e sistemi di automazione che amplificano determinate narrazioni.
Attraverso l’utilizzo di bot, ossia di account automatizzati, viene condiviso un elevato numero di contenuti, mentre i “mi piace” e le interazioni simulano un sostegno popolare organico. Allo stesso tempo, l’analisi dei dati degli utenti consente di veicolare messaggi mirati a specifici gruppi della popolazione, massimizzandone l’efficacia persuasiva.
Tramite commenti e condivisioni si formano infine le cosiddette echo chambers, ambienti digitali in cui gli utenti interagiscono quasi esclusivamente con contenuti e con persone che confermano le loro opinioni. In un contesto conflittuale, queste camere dell’eco funzionano da potenti amplificatori, generando una forte polarizzazione e marginalizzando o silenziando le voci discordanti rispetto alla narrazione dominante.
Questo nuovo stile comunicativo digitale ha progressivamente eroso la figura del giornalista tradizionale, sostituita da notizie immediate diffuse sui social network. Viene così meno il ruolo dell’intermediario, che non solo forniva una ricostruzione più articolata dei fatti, ma svolgeva anche una funzione essenziale di verifica delle fonti, oggi in larga parte assente nello spazio digitale.
Social network come TikTok, Telegram e X (ex Twitter) sono diventati i principali canali informativi, all’interno dei quali i governi e le rispettive forze armate diffondono direttamente le proprie versioni degli eventi, coinvolgendo la popolazione attraverso commenti e interazioni sotto i post. Il presidente Trump, nei suoi interventi, ha esaltato spesso la potenza militare statunitense nell’operazione Epic Fury, definendola «una delle più grandi, più complesse e più schiaccianti offensive militari che il mondo abbia mai visto». In modo analogo, l’esercito israeliano ha presentato l’operazione Roaring Lion come un successo, descrivendo il governo iraniano come «un capitolo di leadership terrorista globale finalmente concluso» e pubblicando video di soldati israeliani che documentano i danni inferti all’Iran: in questo processo, la figura del reporter viene sostituita dal militare stesso, che diventa narratore diretto del conflitto armato.
La Terza Guerra del Golfo consente di analizzare questi stili comunicativi emergenti, divenuti parte integrante dello scontro in corso. Si parla, a riguardo, di guerra memetica per fare riferimento all’utilizzo propagandistico di “meme”: il termine, coniato da Richard Dawkins nel 1976 contraendo la parola greca mimeme (“cosa imitata”) per analogia con gene, indica un’unità culturale virale (immagine, video, frase o gesto) che si diffonde rapidamente online attraverso imitazione e rielaborazione.
Un esempio emblematico di questa tendenza è costituito dai video animati in stile LEGO diffusi dalla televisione di Stato iraniana: generati con l’intelligenza artificiale, queste animazioni veicolano contenuti sofisticati e altamente politicizzati attraverso uno stile comunicativo al contempo infantile e popolare. All’inizio del primo video della serie, le figure animate di Donald Trump e Benjamin Netanyahu vengono ritratte mentre consultano gli Epstein Files, con alle spalle una figura demoniaca: l’obiettivo è delegittimare sul piano morale i promotori dell’aggressione, ma anche suggerire che il Presidente degli Stati Uniti sia sotto ricatto del Presidente israeliano e che abbia attaccato l’Iran per distrarre l’opinione pubblica dai contenuti dei Files. La narrazione evolve immediatamente nel bombardamento della scuola elementare iraniana di Minab in cui sono stati uccisi 156 civili, di cui 120 bambine dell’istituto, rappresentata come simbolo dell’innocenza civile colpita dall’aggressione esterna, cui segue l’inevitabile e giustificata reazione militare iraniana.
Più in generale, assistiamo a un’inquietante trendizzazione della guerra. In una società sempre più abituata a essere spettatrice degli eventi del mondo tramite uno smartphone, anche la guerra diventa un contenuto social. La violenza militare viene normalizzata ed esaltata attraverso un processo di gamification, attraverso l’uso di estetiche tipiche dei videogiochi per rendere il conflitto “appetibile” al pubblico social. Le operazioni militari sono rappresentate come se si svolgessero in un videogioco, con melodie famose o di tendenza, montaggi video e visuali in prima persona, o come se si trattasse di un allenamento di Strava, piattaforma sportiva statunitense molto usata soprattutto dai più giovani.
Non è scontato che queste tecniche rendano i giovani più inclini ed entusiasti all’idea della guerra. Ma l’intento di chi produce e diffonde questi contenuti sembra andare esattamente in questa direzione.
I deepfake di guerra
Nel nuovo ecosistema informativo, segnato dal dominio dell’immagine e della comunicazione veloce, e dalla crisi del ruolo del giornalista professionista come mediatore addetto alla verifica delle fonti, la verità dei contenuti viene spesso sacrificata a favore della loro viralità. L’introduzione dell’intelligenza artificiale ha ulteriormente assottigliato il confine tra il vero e il falso plausibile, rendendo sempre più difficile distinguere tra testimonianze autentiche e materiali generati artificialmente.
In contesti di conflitto, la disinformazione è sempre stata uno strumento strutturale della comunicazione. Oggi i cosiddetti deepfake, video, immagini o audio generati mediante l’IA, vengono impiegati per attribuire a leader politici e personaggi pubblici discorsi mai pronunciati, o per costruire prove visive di eventi inesistenti, inserendosi perfettamente nella logica memetica della semplificazione e dell’impatto emotivo. Non solo i contenuti, ma anche le reazioni vengono manipolate: reti di bot automatizzati amplificano messaggi pro‑guerra, simulando consenso popolare e rafforzando artificialmente specifiche narrazioni.
Si assiste così alla crisi del principio di fiducia basato sul “vedere per credere”: la diffusione virale di contenuti plausibili ma falsi produce uno scetticismo diffuso, in cui la popolazione fatica a riconoscere fonti affidabili, accettando le narrazioni che confermano pregiudizi già esistenti o che provengono dai propri politici o influencer di riferimento. In questo quadro, i deepfake diventano armi di una continua guerra psicologica, accessibili anche ad attori non statali, capaci di alimentare l’odio e la violenza, di destabilizzare l’opinione pubblica e di alterare i processi democratici.
Difendersi dalla propaganda con un giornalismo di pace
Immersi e immerse in un tumultuoso flusso di immagini e notizie, rischiamo di accettare la visione del mondo offerta dalla propaganda e dal giornalismo di guerra, che alimenta i conflitti violenti e legittima l’uso della forza, invece di favorire la comprensione delle dinamiche conflittuali e la trasformazione nonviolenta. In questo contesto diventa cruciale il ruolo di operatori e operatrici dell’informazione in grado di sottrarsi alla logica del war reporting e di produrre, in alternativa, un giornalismo di pace.
Secondo Johan Galtung, il giornalismo di pace si distingue da quello di guerra perché sposta l’attenzione dalle operazioni militari e dalla dicotomia vincitori‑vinti alle cause strutturali del conflitto, alle responsabilità condivise, alle alternative nonviolente e alle conseguenze umane della guerra, in particolare sulle popolazioni civili. In questa prospettiva, il giornalismo può e deve contribuire a disinnescare la retorica bellicista, restituendo complessità a eventi che la propaganda tende a semplificare e polarizzare su base quasi esclusivamente emotiva.
Ma nell’epoca digitale non siamo più soltanto fruitori passivi di notizie: contribuiamo attivamente ai flussi comunicativi, con i nostri contenuti e con le nostre condivisioni e interazioni. Dobbiamo, dunque, assumerci pienamente la nostra parte di responsabilità sviluppando e applicando competenze critiche per riconoscere bias cognitivi, manipolazioni visive e dinamiche di propaganda di vecchio e nuovo tipo. Oltre a esigere dal sistema mediatico pluralismo, trasparenza e verificabilità per resistere alla narrazione bellica sempre più univoca.
Alessia Lartini è laureanda in Scienze della Comunicazione all’Università di Pisa. Attualmente è tirocinante presso il Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace e “Scienza&Pace Magazine”.


