Terre rare, l’elephant in the room della transizione ecologica

Con l’avvento delle nuove produzioni industriali in ambito tecnologico, energetico e digitale, si sono fatte sempre più importanti le “terre rare”, un gruppo di 17 elementi della tavola periodica presenti in natura sotto forma di giacimenti. L’approvvigionamento di queste terre rare, definite risorse non rinnovabili a causa del loro scarsissimo riciclaggio, ha un forte impatto ambientale (a partire dall’elevato inquinamento connesso alla loro estrazione) in diverse parti del mondo. Ricostruisce i termini generali del problema questo articolo, pubblicato su LeggiScomodo.org. Le potenze industriali del pianeta sono in competizione per garantirsi l’approvvigionamento stabile e a costi contenuti di terre rare, ma non possono ignorare i costi ambientali legati a queste estrazioni e lavorazioni. Il dilemma sembra difficile da risolvere, dovendo bilanciare la necessità di rifornire l’alta tecnologia di materia prima e l’urgenza di salvaguardare l’ambiente.

 

 

di Eleonora Sartirana, Margherita Vita, Arianna La Groia, Michele Vico

Fino a un secolo fa la maggior parte degli oggetti della nostra quotidianità era costituito principalmente da 12 materiali ampiamente utilizzati, come, ad esempio, legno, cemento, ferro, rame per poi arrivare all’utilizzo della plastica. Oggi, invece, solo nei chip dei nostri computer troviamo più di 60 diversi materiali, tra questi le Terre rare.

 

L’identikit della materia 

Viene classificato con l’appellativo di “Terre rare” un gruppo di 17 elementi della tavola periodica sempre più importanti nell’industria ad alta tecnologiaNonostante il nome, però, le Terre rare sono piuttosto diffuse nella crosta terrestre e il principale freno alla loro estrazione è costituito dal fatto che, seppur presenti, sono vincolate (in basse concentrazioni) all’interno di minerali  o sotto forma di composti (non esistono miniere o giacimenti veri e propri) e perciò molto difficili da estrarre.

Grazie alle loro particolari proprietà elettriche, magnetiche e ottiche sono diventate  indispensabili per qualunque dispositivo elettronico. Oltre che per smartphone e computer, risultano  fondamentali nel campo dell’energia eolica, solare, elettrica e per le fibre ottiche. Le terre rare vengono anche impiegate nell’industria aerospaziale e militare, siderurgica, in campo medico e nella fabbricazione delle batterie per le auto elettriche. Paradossalmente, gli ingredienti fondamentali per alcune delle soluzioni tecnologiche nella lotta alla crisi climatica sono altamente inquinanti e scarsamente rinnovabili e i rischi collegati a questa strategia diventano sempre più evidenti.

Estrarre e raffinare questi 17 elementi ha altissimi costi ambientali e sociali, senza contare che il loro riciclo raggiunge a stento l’1%: proprio per questo motivo il Ministero dell’Industria e dell’Information technology cinese ha definito le Terre rare come “risorse strategiche ma non rinnovabili”. II fatto che le terre rare costituiscano l’impalcatura invisibile che sorregge una grossa fetta del nostro stile di vita da trent’anni, presenta una serie di danni e di rischi dal punto di vista ambientale, sociale, economico e politico.

 

Impatti (negativi) ambientali e sociali 

L’impatto ambientale dei REE (Rare Earth Elements), dovuto all’estrazione e alla raffinazione, è estremamente alto per via di procedimenti altamente rischiosi per l’ecosistema circostante e per la salute umana.  Da quanto si legge sul China Water Risk Report (giugno 2006) in media per ogni tonnellata estratta si producono 60mila metri cubi di rifiuti gassosi. A questi si aggiungono 200 metri cubi di acidi che vengono generalmente riversati nei fiumi o che filtrano nelle falde sotterranee e 1,4 tonnellate di materiali radioattivi, derivanti da composti precedentemente legati con l’elemento da raffinare: un processo tutt’altro che green. Le sostanze che vengono rilasciate costituiscono inoltre una minaccia per gli equilibri ambientali e di conseguenza per la biodiversità.

Un esempio tristemente noto è quello della zona di Baotou, in Mongolia, dove si concentra il 70% delle miniere e che da paradiso terrestre si è presto trasformato, citando quanto dichiarato dal giornalista Tim Maughan un “Inferno terrestre”, a causa dell’inquinamento ambientale, sfruttamento e problemi di salute. L’intera area  è costellata da lunghi tubi che sbucano dalla terra e corrono lungo strade e marciapiedi, percorrendo le vie della zona insieme ad enormi camion in costante transito. Quando piove le pozzanghere e i rigagnoli che si formano appaiono più neri della pece, tinti dalla polvere di carbone che pervade ogni cosa e l’aria è intrisa dell’odore dello zolfo; per questo motivo,  la maggior parte della popolazione utilizza mascherine per proteggersi dalle esalazioni che raggiungono velocemente i polmoni danneggiandoli . L’orizzonte è frastagliato da grattacieli, parcheggi, tralicci elettrici e dalle torri fiammeggianti della raffineria. Oltre alla morfologia della zona circostante già critica, il lago di Baotou si configura  come un bacino artificiale destinato ad essere la  discarica delle industrie presenti dal 1958. Prendendo in esame il fattore demografico la popolazione è cresciuta con ritmi rapidissimi: negli anni Cinquanta, a Baotou vivevano meno di centomila persone mentre ora,  dopo  il boom delle miniere e dell’estrazione delle Terre rare, gli abitanti sono più di due milioni e mezzo.

Per provare a ridurre l’impatto ambientale e sociale dei processi estrattivi, alcuni singoli stati e l’Unione Europea (attraverso un comunicato della Commissione Europea) stanno cominciando a muoversi nella direzione di una soluzione più sostenibile. Nonostante ciò, le azioni per aumentare il riciclo di metalli e Terre rare restano ancora a percentuali minime. Come emerge dal report di Meeschaert e Shareholders for Change, anche le multinazionali europee si sono rese co-responsabili del lavoro minorile nelle miniere. Vengono citate Renault, Damler e BMW coinvolte nelle controversie intorno allo sfruttamento delle miniere di cobalto in Repubblica Democratica del Congo, dove è concentrato il 64% dell’estrazione. Inoltre già nel 2016 Amnesty International e African Resources Watch avevano denunciato le inaccettabili condizioni di lavoro a cui sono costretti lavoratori e lavoratrici, tra cui anche minorenni. Il grosso delle estrazioni, infatti, proviene da paesi in cui le tutele lavorative e ambientali sono scarse se non inesistenti, garantendo di fatto un prelievo del materiale dai costi economici più contenuti. In Cina, inoltre, l’estrazione non avviene solo per vie legali: secondo un rapporto della Xinhua News Agency, nel 2019 l’effettiva quantità mineraria ha superato di gran lunga la quota ufficialmente dichiarata di 130 mila tonnellate.

 

I soldi del Dragone

L’interesse per i REE è cresciuto contestualmente all’evoluzione tecnologica e alla transizione energetica, settori in cui si configurano come  risorse strategiche. La dipendenza mondiale da questi materiali  e le criticità intrinseche dei processi estrattivi e produttivi sono a monte della struttura attuale del mercato, che si presenta come un “quasi monopolio” cinese, cresciuto esponenzialmente fino alla crisi del 2010, quando le economie più avanzate hanno iniziato a cercare alternative all’import dei REE dalla Cina, resosi conto dei rischi che comportava il monopolio.

Le prime ricerche sulle Terre rare risalgono al 1962, avviate dalla Cina nei pressi di Batou nella Mongolia Interna; le successive, dalla metà degli anni ’70, sono state svolte invece in collaborazione con il Giappone, che fino ai primi anni 2000 rimase il principale alleato commerciale cinese in questo settore. Inizialmente pareva esserci concorrenza con le ricerche statunitensi, portate avanti in California presso la miniera di Mountain Pass, chiusa nei primi anni ’90 perché i prezzi cinesi erano molto più convenienti. Con l’arresto della produzione americana,  iniziò il processo che portò al monopolio cinese: i paesi high-income delegarono l’attività di estrazione e produzione di Terre rare, a causa delle criticità ambientali e sociali e delle severe regolamentazioni vigenti nei vari paesi, ottenendo ciò che il loro mercato di prodotti finiti richiede, senza inquinare il loro stesso territorio. La domanda mondiale e i prezzi dei REE iniziarono a crescere sempre più velocemente e il monopolio della Cina andava consolidandosi: nel 2010 la produzione delle Terre rare in Cina ammontava al 97% della produzione mondiale. I fattori favorevoli interni al paese secondo  il rapporto Examining Perspectives on China’s Near Monopoly of Rare Earths del 2015 sono stati il supporto governativo alla ricerca, la protezione delle risorse di REE, la produzione non regolata e il basso costo di produzione rispetto a quello esteri. Dunque la produzione aumentò ulteriormente, nonostante le normative ambientali mano a mano introdotte, ma nel 2011 le restrizioni iniziarono ad avere effetto fu registrato un calo della produzione e il governo iniziò a trattenere le quote di esportazione delle compagnie che non rispettavano gli standard ambientali. Inoltre, con le politiche protezionistiche degli anni 2005-2010 le esportazioni passarono da 65580 tonnellate nel 2006 a 30184 nel 2011, anno  critico per l’approvvigionamento mondiale dei REE che rappresentò una svolta. In un articolo d’opinione, co-firmato dal generale americano James Conway e pubblicato sul Financial Times, si legge appunto che “la dominanza cinese sulle Terre rare è solo la punta dell’iceberg”. Questa infatti domina anche la il mercato delle batterie per le auto elettriche ed è la maggiore produttrice di pannelli solari, turbine eoliche e batterie agli ioni di litio.

Dal 1 dicembre 2020 è in vigore in Cina una legge che permette di limitare l’esportazione di terre rare nei confronti di quei paesi che minacciano gli interessi della nazione, manovra che potrebbe essere determinante sugli equilibri commerciali in questo settore. Un fattore che gioca sicuramente a favore del colosso asiatico è il fatto che non esistano mercati ufficiali per il commercio di questi elementi, ma spetta alle singole aziende accordarsi direttamente con i raffinatori. Per questo motivo, i prezzi sono soggetti a continue e improvvise fluttuazioni anche influenzate dalle azioni degli attori cinesi. Un monopolio di uno contro tutti risulta sempre rischioso, qualunque sia la nazione a dominare il mercato. Specialmente se la risorsa in gioco è così cruciale per il futuro.

 

Scambio mondiale dei  REE 

Il mercato delle Terre rare iniziò ad attrarre capitali il 22 maggio 2009 quando The Dines Letter pubblicò un articolo con il quale sottolineava l’effettiva importanza strategica di queste risorse che fino a quel momento erano rimaste prerogativa cinese; in agosto la Cina pubblicò la bozza della nuova politica per lo sviluppo dell’industria dei REE con la quale si prevedevano nuovi standard ambientali, miglioramenti tecnologici per l’aumento della produttività ma anche ingenti blocchi sull’export. Nonostante fosse una bozza, che poi venne attuata solo in parte, per gli agenti economici che fino a quel momento erano dipendenti dall’import dalla Cina, prese forma il rischio di una rottura nella catena dell’offerta dei REE, evento che avrebbe causato la mancanza totale di materie prime ormai indispensabili per la green economy. L’afflusso di capitali verso compagnie minerarie e industrie non cinesi aumentò notevolmente, proprio perché era necessario tentare di tamponare i danni di una possibile chiusura cinese, che infatti avvenne nel luglio 2010: le quote di esportazione si abbassarono a 30.259 tonnellate l’anno, dalle quasi 70 mila che venivano esportate prima del 2006.

Curiosamente, fu lo scontro tra due motovedette giapponesi e un peschereccio cinese a causare il picco dei prezzi delle terre rare e il blocco delle esportazioni verso il Giappone -per circa quattro mesi-, che negli anni ’90 era stato un importante alleato commerciale nel settore. Nel 2011 i prezzi dei REE raggiungono il livello più alto a causa delle tasse cinesi sull’export, tant’è che venne riaperta la miniera di Mountain Pass e molte compagnie straniere che nei due anni precedenti si erano inserite nel settore, ora delocalizzano l’intero processo produttivo in Cina traendo beneficio dal bassissimo costo della manodopera e aggirando  la pesante tassazione. I paesi del “primo mondo” iniziano a collaborare per trovare una supply chain alternativa a quella cinese o, addirittura, materie prime sostituibili ai REE. Solo nel 2012 il mercato si stabilizza, ma su un nuovo asset: pre-crisi la Cina dominava indisturbata l’offerta di REE, dopo il 2011 molte compagnie di ricerca e produzione sorgono in giro per il mondo e vengono sostenute da ingenti flussi di capitali con la consapevolezza che la dipendenza dalla Cina era troppo rischiosa in un settore vitale per la crescita economica. La Molycorp, la più potente compagnia negli Stati Uniti, rimise in funzione la miniera Mountain Pass dopo aver ricevuto 275 milioni di dollari dal governo americano, mentre in Australia la Lynas Corporation rimise in funzione la miniera Mount Weld.

Secondo quanto scrive il Guardian, la Cina oggi rappresenta il 58% dell’offerta mondiale ovvero 140.000 tonnellate e possiede il miglior processo di raffinazione del mondo grazie alla totale integrazione della filiera (riserva, produzione, vendita e consumo), al controllo delle licenze minerarie e alla capacità di eseguire queste operazioni industriali a buon mercato, anche se talvolta risulta ai limiti della legalità; mentre l’industria australiana ha contribuito per 17.000 tonnellate all’offerta globale, secondo lo US Geological Survey.

 

Conflitti ambientali in Groenlandia 

Il caso della Groenlandia rappresenta emblematicamente l’acceso dibattito che divide l’opinione pubblica e le scelte politiche circa le Terre rare. Anche a causa del rapido scioglimento dei ghiacci dovuto ai cambiamenti climatici, si è infatti potuto scoprire nell’isola Artica un potenziale tesoro nascosto tale da poter competere  con il consolidato monopolio cinese. Se la Groenlandia è da tempo un territorio ambito dagli USA, come riconfermato dalle tentate negoziazioni  di Trump svolte nel 2019, ora anche altre potenze sperano di avere accesso alle sue risorse.

La zona che desta maggiori interessi e accende il dibattito locale è la località di Kuannersuit il cui progetto estrattivo di REE e uranio è gestito dall’australiana Greenland Minerals and Energy (GME), acquisita per il 12,5% dalla Shenghe Resources Holding Ltd di Shanghai. Il sito avrebbe un’aspettativa di vita di circa 37 anni e sorgerebbe in una delle poche zone agricole del paese, a 8km dalla città di Narsaq. Il progetto segnerebbe una svolta per l’economia locale e, secondo il partito di centro-sinistra Siumut (in italiano, Avanti), porterebbe finalmente la Groenlandia a una reale indipendenza dalla Danimarca che ancora fornisce all’isola seicento milioni di dollari l’anno, circa il 40% del bilancio locale. Inoltre, la speranza di Siumut è di risolvere la crisi occupazionale, rallentare la fuga di giovani dalla regione e rendere la Groenlandia competitiva nel mercato globale.

L’indipendenza e il miglioramento socio-economico sono gli obiettivi di tutti sull’isola, ma le recenti elezioni del 6 aprile di quest’anno, hanno dimostrato che è un’altra la via di sviluppo a imporsi: il partito indigeno Inuit Ataqatigiit, IA, (Comunità degli Uomini) guidato da Múte Egede ha vinto con il 37% dei voti ottenendo 12 dei 31 seggi dell’Inatsisartut, l’assemblea legislativa locale. Da diversi anni IA osteggiava fortemente il progetto, criticando la condotta della GME, accusata di mancanza di trasparenza e false promesse di sviluppo sostenibile. IA incanala le preoccupazioni di parte della comunità locale allarmata per il danno ambientale, la necessità di importare manodopera estera per la miniera e i rischi per la salute e per le tradizioni del luogo. Come si può leggere nel loro progetto politico, per il partito indigeno l’indipendenza e la cura della società sono obiettivi centrali da raggiungere, cercando però una via groenlandese che diffidi delle proposte che forniscono un guadagno a breve termine, avendo questi delle conseguenze negative nel lungo periodo ed esponendo la popolazione alle ingerenze di grandi società estere e al degrado ambientale. Questo non significa per IA l’abbandono totale dei progetti estrattivi, ma pone al centro la necessità di percorrere una via più lenta, cauta, partecipata dalla cittadinanza e consapevole della propria posizione globale e delle proprie possibilità sociali e naturali.

La Groenlandia si è trovata di fronte a un bivio e la strada scelta è sicuramente ancora tutta da costruire, ma nel frattempo Múte Egede ha riconfermato l’impegno ad arrestare il progetto di Kuannersuit e la volontà di firmare gli Accordi di Parigi.

 

Unione Europea in cerca di emancipazione

Di fronte allo stesso bivio si trova anche l’Unione Europea, che ancor più degli USA sta soffrendo la dipendenza dalla Cina per le Terre rare e altre materie prime critiche. Per ottenere una parziale emancipazione, il piano d’azione per le materie prime 2020, la nuova strategia industriale e la recente alleanza europea per le materie prime (ERMA) si propongono di rafforzare e diversificare l’approvvigionamento interno ed esterno dell’UE sui REE cercando progetti sul suolo europeo che possano essere operativi per il 2025. Questo bisogno di autosufficienza è giustificato dalla transizione ecologica fissata dal Green Deal europeo, transizione fondata proprio sul largo utilizzo di Terre rare. Tuttavia, le ormai note difficoltà di recupero e riciclo di questi materiali insidiosi si scontrano con gli importanti obiettivi per un’economia circolare fissati dai goals 2030 dell’ONU e dallo stesso Green Deal, su cui si è già rinnovata la critica per la decisione del 21 aprile di fissare un taglio del 55% netto di emissioni al 2030, scelta giudicata insufficiente dai Greens.

Gli intenti ambiziosi e contraddittori sui REE trovano resistenza e critica anche nelle comunità locali coinvolte nei progetti estrattivi. È il caso della Spagna, dove dal 2013 la piattaforma Sí a la Tierra Viva ha portato avanti un’intensa protesta e opera di sensibilizzazione contro il progetto di estrazione di Quantum Mining nella provincia di Ciudad Real (Castilla-La Mancha), più nello specifico  nella località di Campo de Montiel. Per le comunità del luogo il gioco non vale la candela: l’attività di estrazione durerebbe 10 anni, ma rischierebbe di compromettere un ecosistema già ricco di attività agricole e produttive, habitat di specie protette e sede di siti archeologici. Basandosi sui rapporti della United States Environmental Protection Agency (EPA) e sul contributo di numerosi accademici locali, Sì a la Tierra Viva ha ottenuto l’attenzione della Corte Superiore di Castilla-La Mancha e del governo che hanno respinto il progetto per incompatibilità con la conservazione della biodiversità e del patrimonio culturale e naturale della zona.

Questi conflitti ambientali e sociali intorno alle terre rare ci portano ad affrontare l’elephant in the room della transizione ecologica e delle strategie che fino ad ora le politiche globali hanno posto in essere. Come sottolinea Maroš Šefčovič, vicepresidente della Commissione europea, il rischio è quello di sostituire la dipendenza da fonti di energia fossile con una rinnovata dipendenza da materie prime critiche. Se per Maroš Šefčovič avere questa consapevolezza non significa tuttavia mettere in discussione la strategia industriale della comunità europea, per altre realtà, già scettica sull’efficacia del progetto UE per il clima, le implicazioni sono più profonde e sistemiche.

 

Il dilemma morale 

L’insostenibilità del processo di estrazione delle terre rare può giustificare la richiesta di un  blocco all’apertura delle miniere in Groenlandia e in Spagna da parte dei movimenti ambientalisti ma, parte della strategia alternativa al monopolio cinese potrebbe venire meno per mancanza di risorse poiché, purtroppo, l’economia mondiale è legata a stretto giro all’alta tecnologia. D’altro canto la repressione dei movimenti porterebbe allo sfruttamento dei giacimenti in questione con annesso inquinamento di aria, acqua e terra circostanti, riducibile ma non inevitabile. Al fine di promuovere la green economy e di puntare sul progresso tecnologico, le scelte politiche mondiali hanno avuto come risultato un vicolo cieco: è necessario che l’estrazione dei REE non sia più indispensabile, data la loro insostenibilità sotto l’aspetto socio-economico e ambientale ma, chiudere le miniere e risolvere la questione dei RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) non è certo una strategia attuabile nel breve periodo. Infatti una diminuzione dell’attività estrattiva andrebbe ad acuire il cosiddetto balance problem, in quanto la domanda dei singoli REE è eccessiva rispetto alla loro abbondanza in natura già con l’attuale regime. In nome del progresso e della transizione green il “realismo capitalista” di Mark Fisher ci ha portato fino a questo punto di non ritorno senza troppi intoppi, che solo nella fase acuta del problema ha  rivelato la necessità di vere alternative, che smuovano la questione alle radici, non alle estremità. Anche perché, larga parte delle politiche economiche cinesi e mondiali sono frutto di una strategia geopolitica ben precisa più che di un’effettiva esigenza scientifica o ambientale, oltre che di una narrazione ingannevole della green economy. “Le materie prime sono diventate un problema geopolitico, ne abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo”, ha affermato il presidente della Confindustria tedesca Hans-Peter Keitel.

Ad oggi sono in corso oltre venti progetti di estrazione e produzione e le industrie che consumano Terre rare stanno cercando delle alternative per diminuire la dipendenza da queste materie prime. Negli USA si punta su ERGI (Energy Resource Governance Initiative) che prevede il coinvolgimento di Europa e Giappone; in Europa sono già in atto da una decina di anni programmi per il riciclo e la ricerca di alternative tra cui ERMA e il passato  EXMAMA (Exploring new magnetic materials from first-principles). L’azienda canadese NEO Perfomance Materials e la statunitense Energy Fuels hanno annunciato un’iniziativa congiunta per la creazione di una supply chain transatlantica, la compagnia Lynas Corporation è al lavoro sin dalla crisi del 2010 a Mount Weld, in Australia. In Burundi c’è la miniera di Gakara, nella quale opera una società britannica, la Rainbow Rare Earths e anche Tanzania, Gabon, Malawi, Madagascar e Sudafrica potrebbero lanciarsi nel business delle terre rare.

Le vie percorribili per diminuire la dipendenza dalle Terre rare sono la diversificazione delle fonti, la riduzione del loro stesso impiego, la sostituzione o il riciclo. La prima opzione è già in atto, ormai in tutto il mondo vengono prodotti i REE. Mentre per quanto riguarda la riduzione dell’impiego e la sostituzione si fa affidamento alla comunità scientifica che, ormai, è al lavoro da almeno un decennio alla ricerca di alternative e i progetti sono tutt’oggi in corso ma, per ora, pare che i REE siano sostituibili solo con elementi che causerebbero una notevole riduzione dell’efficienza delle tecnologie come afferma Thomas Gradael, professore di geologia e geofisica alla Yale School of Forestry & Environmental Studies “Potremmo tornare a costruire apparecchiature con 11 elementi, ma avremmo le performance che avevamo nel 1990”. Anche il riciclo non risolverebbe immediatamente il problema, dato che al momento solo l’1% dei RAEE viene riciclato, ma sicuramente porterebbe una diminuzione significativa dell’attività mineraria e dei rifiuti. Si tratterebbe di trasformare l’approccio lineare in approccio circolare così da immettere nuovamente nel mercato i RAEE riciclati, che altrimenti si accumulano nei paesi del terzo mondo e in Cina dove vengono smaltiti. Nel 2005, a Guiyu nel Guangdong (maggiore città di riciclo informale di RAEE), vi erano circa 40.000 persone che lavoravano nel settore del riciclo informale, trattando circa 1 milione di tonnellate annualmente, i cui scarti finiscono pericolosamente nel Fiume Giallo che disseta circa 150 milioni di persone.

Le Terre rare rappresentano uno dei nodi più controversi della transizione ecologica, poiché sono indispensabili ma, risolvendo un problema passato, ne creano prontamente uno nuovo di eguale se non maggiore portata, tanto che un economista presso l’Ufficio di ricerche geologiche e minerarie (BRGM) e affermato specialista del settore, Christian Hocquard, osserva “un paradosso evidente fra l’utilizzo delle terre rare per le energie rinnovabili e queste procedure di estrazione inquinanti”.

 

Fonte: LeggiScomodo.org, 28 maggio 2021.

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