L’omicidio di Saman Abbas non va imputato all’Islam

L’omicidio di Saman Abbas, la ragazza uccisa dai propri familiari per essersi opposta a un matrimonio non consensuale, ha prodotto numerose reazioni tese a colpevolizzare l’Islam e i suoi precetti per quanto accaduto. Come spiega Renata Pepicelli, islamologa dell’Università di Pisa, in questo articolo pubblicato su Domani, non esistono giustificazioni religiose a pratiche violente di questo tipo. Matrimoni forzati e omicidi legati alla salvaguardia del preteso onore familiare vengono strumentalmente attribuiti all’Islam, quando invece affondano le loro radici in tradizioni e usi locali, di impianto fortemente patriarcale, radicati in territori e culture specifiche. Ogni discussione su questo complesso fenomeno deve includere diversi fattori, a partire dai processi migratori che rischiano spesso di accentuare le culture tradizionaliste e maschiliste, fino all’analisi dei fattori sociali e giuridici di vulnerabilità, come l’abbandono scolastico e la mancanza della cittadinanza italiana. Lo stillicidio dei continui femminicidi di donne con passaporti italiani ci dice tuttavia che la violenza contro le donne, il volerne controllare le vite, i destini, sono elementi trasversali alle culture, alle classi sociali, alle religioni, alle nazionalità.

 

di Renata Pepicelli

Da giorni diversi organi di informazione descrivono l’ormai purtroppo certo omicidio di Saman Abbas come il prodotto di precetti islamici. Titoli, articoli, dichiarazioni politiche affermano che il delitto d’onore e il matrimonio forzato a cui Saman si era opposta siano pratiche dell’islam.

Tuttavia, sebbene in alcuni contesti islamici – sia in paesi a maggioranza musulmana che in gruppi diasporici – abbiamo evidenza di casi di matrimoni imposti dalle famiglie e anche di omicidi legati alla salvaguardia dell’onore familiare, nei testi sacri dell’islam, così come nella storia della prima comunità formatasi attorno al profeta Maometto, non troviamo giustificazioni religiose a tali pratiche. A riprova di ciò, qualche giorno fa, l’Ucoii (Unione delle comunità islamiche in Italia), di concerto con la Commissione per la Fatwa dell’Associazione italiana degli Imam e delle Guide Religiose, ha emesso una fatwa (vale a dire un parere religioso non vincolante) in cui definisce i matrimoni forzati “pratiche tribali” non autorizzate dall’islam, anzi in assoluto contrasto con la dottrina religiosa.

Certo, resta il fatto che alcuni musulmani giustificano tali pratiche in nome dell’islam, ma questo non vuol dire che possano essere considerate pratiche islamiche o rappresentative dell’islam in Italia e in altri paesi. D’altronde nel mondo musulmano non solo manca un’unica autorità religiosa, ma sussiste una grande pluralità di opinioni e correnti, che vanno da un orizzonte tradizionalista/fondamentalista a uno progressista/libertario, con tutto quello che c’è in mezzo.

 

Diverse interpretazioni

Le diverse interpretazioni religiose del messaggio islamico, che sono sotto gli occhi di chiunque guardi al mondo musulmano con obiettività e conoscenza, si mescolano poi con tradizioni e usi locali, radicati in territori e culture specifiche. L’incidenza di casi di matrimoni forzati in alcuni paesi (si pensi in particolare ad alcune aree del subcontinente indiano) e in alcuni contesti migratori piuttosto che in altri è la dimostrazione di queste commistioni, che vanno ben oltre la religione e ci parlano di storie specifiche che non possono essere generalizzate. Uno sguardo attento ci dice che, se è vero che in Pakistan i matrimoni forzati, così come i delitti d’onore, trovano dei riscontri, essi sono illegali e certamente non rappresentativi di tutto un paese. In Pakistan come altrove ci sono importanti differenze tra aree urbane e rurali, l’istruzione conta nell’orientare scelte e comportamenti, così come le dinamiche economiche e le differenze tra le classi sociali. Non ha pertanto nessun senso parlare, come si sta facendo, di delitti “etnici”.

Inoltre bisogna considerare che, quando sulla grande complessità di varianti finora descritte si innestano processi migratori, in diversi casi si produce un inasprimento di posizioni tradizionaliste e patriarcali, che rende più stretto il controllo sulla vita e le scelte delle donne. Nel percorso diasporico le donne sono spesso considerate, ancor più che nei paesi di origine, «custodi dell’onore familiare», quando non anche «comunitario». La pressione sociale su di loro diventa altissima, in quanto alcuni credono che esse siano le depositarie per eccellenza dei valori della società di origine e le agenti primarie della loro riproduzione in una sorta di idealizzazione di un passato e di un luogo mitico fuori dal tempo e dallo spazio. Di fronte a tutto ciò il contesto di arrivo o di transito dei percorsi migratori spesso non fa nulla o fa ben poco per agevolare i passaggi, i transiti materiali e immateriali da un luogo a un altro, da una cultura a un’altra, per essere accanto alle donne, ai minori, e a tutte quelle soggettività che avrebbero bisogno di sostegno, dando loro gli strumenti per scegliere il proprio destino, sottraendosi sia all’eventuale peso di negativi condizionamenti familiari e sociali, sia alla trappola dell’assistenzialismo, che non favorisce percorsi di auto-determinazione.

Chi legifera, chi è in prima fila nelle scuole, nei servizi sociali, chi ha ruoli di guida religiosa e di comunità, ha un compito importante nel sostenere progetti di crescita e autonomizzazione, e se necessario, anche nel rilevare i primi campanelli di allarme di situazioni che possono essere pericolose. Forse, se Saman fosse stata maggiormente ascoltata e non avesse dovuto lasciare la scuola, adeguandosi alla volontà familiare, il suo destino sarebbe stato diverso. Forse, se Saman avesse avuto la cittadinanza italiana, la sua vita non sarebbe finita così tragicamente. La mancanza della cittadinanza italiana sembra essere stato l’elemento determinante nel suo ravvicinamento alla famiglia. Da quanto sappiamo fino ad ora, sembra che sia tornata a casa dei genitori proprio per poter prendere i documenti che le mancavano. Non avere la cittadinanza italiana l’ha posta in una situazione di maggiore debolezza e vulnerabilità, l’ha privata della liberà di fuggire, di muoversi in quel mondo nel quale cercava rifugio dalla violenza familiare. Certo, avere la cittadinanza italiana non basta a salvare una donna. Lo stillicidio dei continui femminicidi di donne con passaporti italiani ci dice che la violenza contro le donne, il volerne controllare le vite, i destini, sono elementi trasversali alle culture, alle classi sociali, alle religioni, alle nazionalità.

La violenza di genere è un dato strutturale e sistemico, frutto di una volontà ossessiva di voler punire, anche con la morte, le donne che si ribellano a un sistema che le vuole succubi. Tuttavia, avere degli strumenti per potersi difendere ed eventualmente scappare è un passo importante, fondamentale. Lo sanno bene le donne e coloro che lavorano nei centri antiviolenza. Il femminicidio di Saman, per quanto sia stato consumato in un contesto specifico (quello di conflitto valoriale tra cosiddette prime e seconde generazioni) e con dinamiche specifiche (il coinvolgimento di diversi membri della famiglia in nome della difesa dell’onore del gruppo) non può essere ascritto a una religione, a un paese, a una comunità migrante. Tenendo presente le sue specificità – che sono da considerare in un’ottica di misure di contrasto della violenza – tale omicidio va collocato all’interno di una lunga e ampia storia di violenza verso le donne che ha una dimensione strutturale ma anche individuale. Sono persone precise (che si nutrono di culture patriarcali e di pseudogiustificazioni culturali e/o religiose) e non le religioni, o le comunità nel loro insieme a farsi autori di crimini; così come sono persone specifiche a lottare per la propria libertà e a portare avanti movimenti di autodeterminazione e di lotta per i diritti delle donne. Ed è in ascolto e accanto a queste persone e movimenti che dobbiamo porci per contrastare la violenza, rifiutandoci di credere che la soluzione siano leggi o misure di eccezione che hanno come target questa o quella comunità.

 

Fonte: Domani, 10 giugno 2021.

 

Renata Pepicelli è professoressa associata presso il Dipartimento di Forme e civiltà del sapere dell’Università di Pisa, dove insegna Islamistica e Storia dei paesi islamici. Email: renata.pepicelli@unipi.it

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