venerdì, Luglio 17, 2026
AmbienteTecnologie

Le Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA) nel campo agro-biologico

Scienza in rete ha pubblicato recentemente un articolo molto articolato sulle Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA): tecnologie di biologia sviluppate negli ultimi dieci anni che consentono di correggere il DNA delle piante per selezionarne alcuni caratteri a fini di coltivazione. Negli ultimi anni, queste tecniche sono al centro di accesi dibattiti, in campo non solo scientifico, ma anche economico e culturale: è davvero possibile intervenire sul DNA di una pianta coltivata per renderla più resistente, senza dover far fronte a effetti imprevisti e avversi, ignorando le implicazioni di tipo biologico, evolutivo, agro-ecologico e persino filosofico connesse a questa pratica? Vista l’importanza del tema, ma anche il suo carattere tecnico, proponiamo ai lettori e alle lettrici una versione ridotta dell’originale, a cura di Alessandra Garosi.

 

di Stefano Bocchi, Marco Ferraguti e Franco Sarcinelli

L’annuncio del prossimo arrivo di nuove varietà di piante coltivate definite TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita, interpretazione italiana di New Genetic Techniques) riaccende il dibattito, che segue quello nato dopo la rivoluzione verde degli OGM, su quanto la genetica possa realisticamente ottenere in termini di aumento delle produzioni alimentari e su come, modificando uno o pochi geni del corredo genetico, si possano aumentare stabilmente le resistenze a stress e parassiti, migliorare la sicurezza alimentare nei suoi diversi risvolti di sostenibilità, di equità e di etica.

 

La tecnica TEA

Il CREA (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Economia Agraria del Ministero) definisce le TEA: “Tecniche di biologia sviluppate negli ultimi 10 anni che consentono di correggere il DNA delle piante e, di conseguenza, di selezionare caratteri specifici utili per l’agricoltura che difficilmente sarebbero ottenibili con altri metodi”. L’uso dell’espressione “evoluzione assistita” è probabilmente stato dettato dal desiderio di allontanarsi dagli OGM, con conseguenti difficoltà di accettazione di queste nuove tecniche.

Si parla di genome editing anziché ingegneria genetica per enfatizzare il fatto il DNA può essere modificato in situ, senza aggiungere materiale genetico estraneo.

In Italia, le prime applicazioni delle tecniche TEA hanno interessato le colture del riso e della vite, per combattere rispettivamente la malattia del brusone (Pyricularia oryzae) nel riso e quella della peronospora (Plasmopara viticola) nella vite. Sempre il Ministero, tramite CREA, sottolinea le potenzialità di questa tecnica, precisando che “Il miglioramento genetico adatta le piante alle nuove condizioni climatiche e alle esigenze della società (qualità dei prodotti, sostenibilità), e consente di produrre cibo per tutti”, tentando di infondere fiducia in agricoltori e tecnici. 

 

L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo alla biologia

Vi sono alcune domande a monte di ogni ragionamento sui vantaggi o svantaggi delle TEA: quanto queste pratiche “assomigliano” all’evoluzione che si svolge quotidianamente nel mondo dei viventi, senza mai smettere? Si può dire che anch’esse seguano il principio di selezione naturale? 

In natura ogni specie influenza l’evoluzione di molte altre per cui il cambiamento genomico apportato su una singola specie potrebbe avere risultati in natura che si discostano da quelli ottenuti in laboratorio. Si parla di coevoluzione, il fenomeno che si verifica quando due o più specie influenzano l’evoluzione l’una dell’altra attraverso la selezione, di cui la dinamica ospite-parassita è un esempio principe: ogni pianta cercherà di evolversi favorendo gli individui che meglio resistono al parassita e il parassita agirà inversamente, Van Valen definisce questo fenomeno “Regina Rossa” riprendendo il personaggio di Lewis Carol.

È necessario analizzare, inoltre, le condizioni pedoclimatiche e le pratiche agroeconomiche che potrebbero agire a favore di uno o l’altro nella lotta ospite-patogeno, nel caso del riso il fungo trae vantaggio da un clima umido e da un’errata gestione agronomica dei residui colturali infetti, che conferiscono un elevato potenziale di inoculo per un nuovo ciclo l’anno successivo.Tutto ciò non può essere ridotto al semplice conflitto ospite-patogeno, ma deve essere ricollegato alle dinamiche evolutive dell’intero ecosistema dell’azienda agraria.

Un articolo sulla rivista AgroNotizie sottolinea l’aspetto normativo della coevoluzione, per ottenere una privativa vegetale (ovvero un diritto esclusivo riconosciuto a chi crea una varietà) una varietà deve essere DUS: Distinta, Uniforme, Stabile. 

La nuova varietà TEA può essere chiaramente distinta dalla varietà di partenza ma non è chiaro se si possa definire una privativa vegetale, se così fosse il problema riguarderebbe i disciplinari di produzione delle DOP: una nuova varietà di Nebbiolo ad esempio non potrebbe più essere utilizzata per produrre vini come Barolo o Barbaresco, secondo rigidi disciplinari basati sull’uso esclusivo del vitigno Nebbiolo. È descritta inoltre l’acquisizione dei brevetti a livello internazionale, si sostiene che le piante editate mediante micromodifiche molto specifiche (come ad esempio la tecnologia CRISPR-Cas9) siano brevettabili, non è stato chiarito però se sia possibile brevettare una pianta modificata con tecnologia TEA né sono stati chiariti gli aspetti normativi di un possibile caso in cui una pianta TEA brevettata impollini una pianta non TEA di un campo vicino. L’agricoltore coinvolto in questa contaminazione involontaria potrebbe sicure conseguenze legali e trovarsi, suo malgrado, in un’escalation giudiziaria.

 

L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo all’agroecologia

La Rivoluzione Verde è stata una politica agricola e un insieme di principi e pratiche, orientati all’aumento delle rese che ha permesso di raggiungere ritmi elevati di crescita delle produzioni di alcune colture nei primi decenni della sua adozione. Ha generato anche evidenti criticità: impatti ambientali crescenti, standardizzazione, perdita di biodiversità, crescente dipendenza del mercato da parte delle aziende agrarie e distribuzione diseguale e iniqua delle ricchezze generate.

Il modello di agricoltura industriale del ‘900 è stato progettato su un tipo di strategia molto simile a una escalation: la progressiva specializzazione verso la monocoltura ha determinato una perdita di biodiversità e una selezione di patogeni più aggressivi, alla quale si è risposto con un uso crescente di pesticidi, che ha provocato un aumento di chemioresistenze da parte dei patogeni in un vortice di escalation tecnologica definibile maladattativa.

Questo modello ha perso efficacia via via che diminuivano i vantaggi, si concentravano i guadagni e crescevano gli svantaggi (gli impatti ambientali). Persistendo con lo stesso modello, si è tentato di mantenere i livelli quali-quantitativi delle produzioni, affidandosi a un ricorso crescente alle singole tecnologie o a un mix (genetica, chimica, meccanica, informatica) di queste. Questo approccio, tipico dell’industria, risulta però inadatto al sistema agroalimentare, fondata in relazione alle risorse naturali (acqua, suolo, aria e biodiversità). Una varietà migliorata non esprime appieno il proprio potenziale se la semina, la gestione agronomica o le condizioni ambientali non sono adeguate. Se la fertilità del suolo si è ridotta o la biodiversità aziendale – simile a un sistema immunitario interno – si è impoverita, nessuna innovazione genetica potrà garantire la stabilità produttiva. 

In questo quadro, la varietà migliorata rischia di diventare la “silver bullet” del momento: promette molto, ma di fronte al cambiamento climatico, alla volatilità dei mercati, alla pesante burocrazia e agli squilibri di decisione e  controllo all’interno delle filiere, si può rivelare una tecnologia sofisticata, ma insufficiente a garantire la difesa degli interessi degli agricoltori e di altri attori del sistema agroalimentare.

Dopo le controversie sugli OGM, legate alla possibilità di introdurre organismi non previsti dall’evoluzione naturale e potenzialmente difficili da controllare, oggi le TEA riportano la nostra attenzione su una strategia del tutto simile, basata su un modello di escalation evolutiva, i cui vantaggi sono tuttora da dimostrare e che non è priva di rischi.

 

L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo alla genetica e alla filosofia 

Con una recente pubblicazione comparsa su Nature tre anni fa un gruppo di noti genetisti propone di chiarire aspetti importanti che riguardano l’approccio alle attuali strategie di miglioramento genetico.

Osservano che i dati relativi alle potenzialità di aumento della produttività conseguenti all’applicazione delle moderne tecniche di ingegneria e di manipolazione genetica sono oggi ottenuti in serra o su piccole parcelle, quindi non in un contesto reale, proiettando risultati ottenuti in pochi anni e in condizioni controllate su una scala territoriale ampia, variegata e variabile. 

Esprimono le loro perplessità sugli studi che pubblicano illusorio potenzialità, sottolineano infatti come da poche modifiche genetiche sia impossibile prevedere cambiamenti positivi o negativi a scala aziendale, tanto più in anni di emergenza climatica. Pertanto il rischio di overselling è elevato.

Auspicano “una scienza più incisiva” nella pratica e invitano i ricercatori, i revisori e i direttori delle riviste scientifiche a verificare che, ogni volta che vengono fatte affermazioni sugli effetti di singoli o pochi geni sulla resa di una coltura, siano rispettati alcuni criteri di base.

Viene richiamato inoltre il principio di responsabilità che si ritrova nel pensiero di Hans Johnas, il quale evidenzia come ognuno sia chiamato ad essere responsabile delle scelte che determineranno cambiamenti non revocabili in futuro. Il contesto evolutivo ad oggi è cambiato in modo radicale, non si procede attraverso una pratica sistematica, concreta e quotidiana sul campo che i contadini nostri progenitori hanno ereditato e trasmesso alle nuove generazioni, ma ad una pratica sperimentale controllata in laboratorio, dettata dalla necessità di superare la concorrenza sui mercati globali. 

 

L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un atteggiamento riflessivo

Le riflessioni conclusive non riguardano il funzionamento tecnico delle TEA, ma le possibili conseguenze della loro applicazione nei sistemi socio-ecologici agricoli. La letteratura sul maladattamento o adattamento inadeguato avverte che un’innovazione può apparire vantaggiosa  rispetto agli obiettivi dichiarati nel breve periodo, ma nel tempo produrre effetti negativi, irrigidendo le opzioni future, generando nuove crisi per le comunità e gli ecosistemi con evidente rischio di lock-in (un lock-in evolutivo-tecnologico è una condizione che si crea quando un modello si impone nel tempo e diventa difficile da abbandonare, anche quando esistono alternative migliori) e aumentando la dipendenza dell’azienda agraria da input esterni controllati da un mercato internazionale o trasferendo vulnerabilità e svantaggi tra gruppi sociali ed ecosistemi.

L’approccio TEA/NGT tende a identificare l’adattamento attraverso l’introduzione di tratti genetici di resistenza a specifici stress. Non possiamo sottovalutare che l’emergenza climatica sia caratterizzata da complessità e variabilità locali; manipolare alcuni geni significa agire su un singolo nodo di una rete coevolutiva, a una scala di dettaglio alla quale è impossibile prevedere le dinamiche che avverranno a scala aziendale, tantomeno a scala territoriale. Nella relazione tra ospite, patogeno e ambiente, questo approccio può alimentare una corsa evolutiva alle armi, già osservata in passato con la rivoluzione verde, ispirata a un modello certamente utile all’industria e a una parte del mercato, che però tende a emarginare gli interessi degli agricoltori e dei consumatori. Quando le condizioni cambiano rapidamente, i vantaggi a breve termine possono trasformarsi in vulnerabilità strutturali.

Un approccio sistemico riconosce, invece, che la resilienza emerge dalle interazioni fra elevata diversità genetica, salute del suolo, gestione delle risorse naturali, organizzazione aziendale, reti sociali e istituzioni, così, in ambito agroecologico, il miglioramento genetico è considerato in una prospettiva sistemica multiscala. 

In questo quadro dovrebbe collocarsi il concetto di evoluzione assistita, intesa come orientamento dei processi evolutivi dell’intero agroecosistema aziendale. Ciò implica progettare e gestire la diversità nel tempo attraverso diversificazione genetica, rotazioni, agroforestazione, pratiche rigenerative della salute del suolo, mantenendo un’ampia variabilità ed evitando lock-in tecnologici. L’obiettivo è favorire l’adattamento in contesti reali e rafforzare il ruolo decisionale degli agricoltori e le reti di conoscenza locali, il che significa riferire, eventualmente, il concetto di evoluzione assistita non tanto alla modifica e manipolazione di frammenti del corredo genetico di una varietà, quanto alla progettazione, gestione, monitoraggio, trasformazione dinamica dell’intero sistema dell’azienda agraria, che dialoga con il territorio che la circonda.

In questa prospettiva, l’innovazione non è un semplice input esterno da trasferire all’agricoltore, ma un processo di trasformazione sistemica (Gliessmann 2014). La resilienza si radica nella capacità del sistema agricolo di apprendere, diversificare e mantenere aperte le opzioni adattive nel tempo.

Concludendo, il rischio, che in questo contributo chiamiamo “maladattamento”  (produzione di vulnerabilità di lungo periodo attraverso soluzioni efficaci nel breve), può essere interpretato come una forma contemporanea di hybris tecnica? E quali sono i benefici nel medio-lungo periodo, chi trarrà vantaggio da un uso ristretto e incompleto del termine evoluzione?

 

Fonte: Scienza in rete, 7 maggio 2026.