martedì, Giugno 25, 2024
ConflittiCultura

Sanaduría: esperienza museografica e pedagogica sulla pace in Colombia

di Salima Cure

La pace in Colombia è un’aspirazione coltivata da diversi decenni. Il conflitto armato interno che ha segnato profondamente il paese dal 1960, e che si estende fino ai giorni nostri, ha attraversato diverse fasi di diversa intensità e confronto tra forze armate dello Stato, gruppi guerriglieri, narcotrafficanti ed eserciti di paramilitari, causando più di nove milioni di vittime. Negli ultimi anni, si è assistito a una diminuzione dell’intensità del conflitto con la smobilitazione nel 2006 delle strutture paramilitari e con il processo di pace, avviato nel 2016, tra lo Stato colombiano e la guerriglia delle FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia).

Il continuo sforzo della Colombia per superare le conseguenze del suo prolungato conflitto armato è passato anche dalla creazione di spazi e dalla promozione di iniziative dedicate alla memoria storica, con l’obiettivo non solo di commemorare le vittime e documentare gli eventi del conflitto, ma anche di facilitare un processo di riflessione collettiva sulla pace.

È proprio all’interno di questo sforzo che il Centro “Pluralizar la Paz” dell’Università Nazionale della Colombia ha concepito la mostra Sanaduría, mediaciones para tejer sentidos plurales de la paz [Guarigione, mediazioni per tessere i molteplici significati della pace], inaugurata il 15 aprile 2023 all’interno del “Museo de Arte Miguel Urrutia” (MAMU) del Banco de la República a Bogotá, e aperta al pubblico fino al 10 luglio successivo.

Il centro di ricerca “Pluralizar la Paz” si dedica all’esplorazione del concetto di pace da una prospettiva storico-concettuale, a sostegno della costruzione in Colombia di una società realmente pacificata. I suoi obiettivi vanno dal riconoscimento della complessità della pace all’interno del dibattito pubblico, mettendo in discussione visioni semplicistiche, al recupero dell’eterogeneità dei significati associati alla pace nel corso della storia del paese. Esso cerca, inoltre, di alimentare la riflessione collettiva su una pace giusta e democratica, offrendo spazi per recuperare pratiche alternative portate avanti da gruppi sociali storicamente subalterni. Attraverso la ricerca, le iniziative pedagogiche e le collaborazioni internazionali, il centro cerca di influenzare la formulazione delle politiche pubbliche e l’educazione alla pace in Colombia.

Come altri progetti sviluppati dal Centro “Pluralizar la Paz”, la mostra Sanaduría cerca di arricchire il dibattito contemporaneo sulla pace in Colombia richiamando diverse tradizioni, linguaggi, pratiche e significati legati alla costruzione di convivenza e a pratiche di riconciliazione. Premessa centrale della mostra è stata la nostra comprensione della pace non come uno stato di cose, né come un punto di arrivo dopo i conflitti e le guerre, in cui finalmente regna l’armonia. Abbiamo piuttosto assunto la pace come frutto di lavoro e mediazione constante, che non esclude il conflitto, ma all’interno del quale si può costruire il dialogo e la convivenza.

In varie regione della Colombia, una molteplicità di processi di negoziazione e di creazione di forme migliori di convivenza avvengono in modo inosservato e quotidiano, anche in mezzo alla guerra. Il percorso della mostra ha voluto evocare questi significati plurali della pace concepiti in dialogo con cinque ricercatrici indigene: Pastora Tarapués, esperta Pasto; Ginel Dokoe, artista Murui; Iris Aguilar, maestra artigiana Wayúu; Mauricio Cuchimba, artista Nasa; Jairo Palchucán, artista Camëntsá, e con Blanca Valencia e Luis Fernando Álvarez, dell’Associazione di vittime e sopravvissuti del Nordest di Antioquia (Asovisna).

Gli incontri nei territori hanno propiziato l’avvicinamento a processi situati e quotidiani associati alla pace, permettendoci di approfondire le specificità dei modi di concepire il territorio, le relazioni tra esseri umani e non umani, il ruolo della memoria nei processi di costruzione della pace. Abbiamo ascoltato le loro storie e le loro idee su cos’è la pace.

Il filo narrativo della mostra è stato articolato a partire da alcune delle nozioni elaborate negli incontri territoriali in modo da posizionare le conoscenze e le esperienze delle varie comunità, oltre che per sottolineare l’emergere di nuove parole intorno alla pace. Queste parole sono state: Juntaza; Abrir Caminos; Mediar Pa-labrar; Enfriar la Palabra; Trenzar Comunidad.

La parola Juntanza, argomento del primo asse della mostra, è usata nella regione colombiana del Pacifico per esprimere l’arte di stare insieme, intesa come impegno e volontà di accompagnarsi, creare, sognare, trovando il modo di sanare le ferite che la guerra ha lasciato nella vita delle persone e dei territori.

L’Abrir Caminos, secondo asse della mostra, è un’espressione del popolo indigeno Nasa, che enuncia la disposizione all’apertura e alla immaginazione di possibilità alternative, anche nelle situazioni più atroci. Una nozione di pace multisensoriale che parla di pratiche e mediazioni in cui sono coinvolte piante tradizionali come la coca.

Il terzo asse, Mediar Pa-labrar, è un gioco di parole che unisce Mediar, Palabrar e Labrar per descrivere la pace come mediazione, come un impegno constante fatto da pratiche rituali e/o quotidiane che permettono di connettere il corpo, la mente e il cuore delle persone.

Il quarto asse, Enfriar la Palabra, riprende una categoria degli indigeni Murui, che insiste sul potere trasformativo della parola. La parola, infatti, ha la capacità di trasformare situazione conflittuali attraverso l’attenzione a quello che si dice, usando espressioni appropriate per generare un dialogo aperto, dove il dissenso è accettato. Attraverso la parola c’è spazio per guarire ferite nelle relazioni sapendo, comunque, che la creazione di un’armonia sociale e territoriale è un fragile processo di negoziazione, complesso e costante.

L’ultimo asse della trama espositiva, Trenzar Comunidad, riguarda la rilevanza del “tessere” nella composizione del collettivo, indicando come le comunità sono tessute e costruite, non qualcosa di dato o di totalmente definito. A partire da questa nozione Alewa, degli indigeni Wayúu, volevamo proporre una riflessione su come costruire una comunità che assomigliasse alla creazione di un grande telaio, dove i legami sono tessuti, riparati, ricamati e composti. Un lavoro né facile né armonico, ma che esige un importante impegno di tutte e tutti.

Le nozioni chiave della mostra testimoniano l’impegno pedagogico del Centro di ricerca promotore verso nuovi linguaggi sulla pace: si tratta di elementi necessari per comprendere la diversità interna del paese, che aiutano a stabilire dialoghi interculturali attraverso cui fare emergere e riconoscere queste e altre possibilità di leggere e scrivere il mondo, avendo la pace come orizzonte.

Salima Cure è antropologa, membro del Centro de Pensamiento Amazonias (CEPAM) e del Centro de Pensamiento Pluralizar la Paz, sezione di Bogotá. Ha collaborato con la Commissione per la Verità in un lavoro di ricerca sul conflitto armato in macro-Amazzonia.