sabato, Maggio 25, 2024
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Liberare gli Stati Uniti dall’illusione dell’egemonia globale

a cura di Katrina Dal Molin

Gli Stati Uniti sono intrappolati in sogni fallaci di egemonia globale, che non fanno i conti con l’attuale realtà geopolitica sempre più multipolare? L’establishment che decide la politica estera statunitense ragiona con schemi obsoleti, ereditati dalla vittoria della Seconda guerra mondiale e della Guerra fredda? Sono questi, tra gli altre, i dubbi radicali sollevati da Andrew J. Bacevich, professore emerito di Storia e relazioni internazionali alla Boston University, in un articolo recentemente pubblicato su Foreign Affairs.

Secondo Bacevich gli Stati Uniti non sono riusciti a imparare dai molti errori commessi nei conflitti armati che li hanno visti impegnati all’estero nel corso degli ultimi decenni, dal Vietnam fino all’Afghanistan e all’Iraq. L’autore suggerisce che la guerra attualmente in corso in Ucraina costituisca un’ultima possibilità per Washington di abbandonare una pericolosa illusione: quella di credere che ciò di cui il mondo ha bisogno per essere “sicuro” e in pace sia la prevalenza della potenza militare statunitense.

Oggi la guerra in Afghanistan, terminata con la precipitosa fuga da Kabul dell’agosto 2021,è quasi scomparsa dalla memoria e dall’attenzione pubblica. Lo stesso vale per l’aggressione ai danni dell’Iraq, lanciata esattamente vent’anni fa. Affetti da questa curiosa amnesia collettiva, gli Stati Uniti sembrano orientati a commettere anche nella guerra russo-ucraina gli stessi errori che hanno portato a precedenti disastri, errori causati dalla percezione dei propri “doveri di leadership globale”.

Secondo Bacevich, l’invasione russa dell’Ucraina ha riattivato la tradizione di politica estera statunitense, tipica del secondo dopoguerra, di “mostrare i muscoli” contro quelli che vengono percepiti come “nemici” dell’ordine mondiale. Sebbene il ruolo degli Stati Uniti nel conflitto in corso appaia defilato, dietro lo scudo della NATO, il presidente Joe Biden e il suo team parlano spesso della guerra in modi che suggeriscono una visione moralistica e grandiosa del potere americano.

Bacevich ritiene necessario distogliere l’establishment dalla sua ossessione per l’egemonia globale, ossessione affermatasi in particolare dopo la vittoria del 1945. Tale vittoria ha conferito una specifica “missione” alla politica statunitense, codificata nel National Security Council Paper No. 68 (NSC-68): un documento riservato e ideologicamente molto carico, redatto nel 1950 dal Policy Planning Staff del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, guidato all’epoca da Paul Nitze. L’NSC-68 ha stabilito in particolare alcuni parametri della politica degli Stati Uniti nella Guerra Fredda, attribuendo agli Stati Uniti “la responsabilità della leadership mondiale” insieme all’obbligo di “portare ordine e giustizia con mezzi coerenti con il principi di libertà e democrazia”. Con questo documento Washington si è impegnata a mantenere un esercito dominante dal punto di vista tecnologico e strategico: un esercito configurato come “forza di polizia globale”.

Sulla base del NSC-68 sarebbe stato altamente “irresponsabile” per gli Stati Uniti ignorare la necessità di intervenire in Corea per “liberarla” dal pericolo comunista e unificare le due parti del paese, così come consentire alla Repubblica del Vietnam di cadere sotto il comunismo o, più recentemente, di consentire ai talebani di mantenere il potere a Kabul. In ciascuno di questi casi, sostiene Bacevich, una rappresentazione estremamente ideologica del proprio ruolo e un giudizio errato sui contesti di intervento militare ha portato alla perdita di enormi risorse finanziarie e alla morte di centinaia di migliaia di soldati e civili. A titolo di esempio, il progetto Costs of War condotto dalla Brown University ha stimato che le azioni militari statunitensi dopo gli attacchi dell’11 settembre siano costate circa 8 trilioni di dollari.

L’NSC-68 ha condizionato pesantemente la politica estera del paese. Con le parole dello studioso David Bromwich: “La seconda guerra mondiale è il quadro che ci ha tenuti prigionieri”. Negli ultimi settant’anni la politica di sicurezza nazionale negli Stati Uniti si è incentrata sullo sforzo di preservare e aggiornare quel quadro, scrive Bacevich. Gli elementi essenziali del paradigma NSC-68 hanno continuato a sopravvivere, così come la convinzione che la seconda guerra mondiale continui a essere un’esperienza chiave per guidare la politica estera. Sotto l’attuale presidenza Biden, Washington continua a insistere sul fatto che gli Stati Uniti debbano affermare una leadership globale militarizzata, anche se la rilevanza di tale modello diminuisce in un contesto reso sempre più multipolare dall’emersione della Repubblica Popolare Cinese e di altre potenze regionali, le risorse disponibili per perseguirlo diminuiscono e le prospettive di preservare il ruolo privilegiato del paese nell’ordine internazionale si indeboliscono.

Bacevich sostiene che, a meno che il presidente Vladimir Putin non compia l’improbabile scelta di usare armi nucleari, la Russia rappresenta una minaccia trascurabile per la sicurezza e il benessere degli Stati Uniti. I limiti strategici e logistici mostrati dall’esercito russo e dai suoi comandanti rafforzano l’argomento secondo cui le democrazie europee sarebbero più che in grado di provvedere da sole alla propria sicurezza. Eppure l’attuale amministrazione ha investito importanti risorse nell’armamento dell’Ucraina e ha spinto in questa direzione tutti i membri della NATO. Biden ha usato spesso toni retorici nel descrivere il proprio ruolo rispetto al conflitto in corso in Europa: “Adesso è l’ora: è il nostro momento di responsabilità, la nostra prova di risolutezza e coscienza della storia… Così salveremo la democrazia”. Bacevich scrive, tuttavia, che questa auto-rappresentazione pecca di arroganza ed è proprio quella che ha portato il paese fuori strada più e più volte nel corso degli ultimi decenni.

Eppure, una via alternativa era disponibile sin dalla vittoria degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale quando, nel 1948, George Kennan (il predecessore di Nitze come direttore della pianificazione in politica estera) propose un approccio alternativo. L’obiettivo era quello di garantire innanzitutto la sicurezza del paese puntando su uno sviluppo economico equo, a livello nazionale e internazionale. Sebbene molto sia cambiato da allora, Bacevich ritiene che lo spirito che informava quell’approccio meriti oggi molta attenzione: realismo, sobrietà, apprezzamento dei limiti, determinazione, disciplina e ciò che Kennan chiamava “l’economia dello sforzo”.

Bacevich ritiene che Washington debba urgentemente recuperare e seguire le indicazioni di Kennan: evitare guerre inutili, mantenere le promesse contenute nei documenti fondativi del paese, fornire ai cittadini e alle cittadine le condizioni per vivere un’esistenza libera e dignitosa, in pace con il resto del mondo. Un punto dirimente, in questo senso, consiste nella riforma delle forze armate statunitensi: forze progettate per proteggere il popolo americano piuttosto che per diventare uno strumento per proiettare e affermare la propria egemonia su scala globale: ciò di cui gli Stati Uniti hanno bisogno oggi è “una chiara dichiarazione di intenti strategici che sostituisca il paradigma zombie dell’NSC-68”. Tale cambio di prospettiva dovrebbe includere i seguenti punti: prendere sul serio l’obbligo, sancito dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare, di eliminare le armi nucleari; la riduzione e la chiusura di vari quartieri generali militari statunitensi in altre regioni del mondo; la riduzione della presenza militare statunitense all’estero; monitorare attentamente gli appalti militari soprattutto nel caso in cui i costi finali superino quelli previsti; restituire i “poteri di guerra” al Congresso, come specificato dalla Costituzione degli Stati Uniti; limitare la spesa militare al 2% del PIL, riduzione che comunque consentirebbe comunque al Pentagono di restare leader mondiali delle spese in armamenti.

Katrina Dal Molin frequenta il Corso di laurea in Scienze per la Pace presso l’Università di Pisa. Attualmente svolge il proprio tirocinio presso il Centro Interdisciplinare “Scienze per la Pace”.