martedì, Giugno 25, 2024
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La strage di Fragheto e i dilemmi morali della guerra di liberazione

di Andrea Panzavolta

«Fragheto. Una strage: perché?» Il reportage televisivo realizzato, nel 1980, da Florestano Vancini sull’eccidio di Fragheto del 7 aprile 1944, costituisce un unicum tra i documentari dedicati alle stragi compiute dalle truppe di occupazione tedesca nel terribile biennio 1944-45, non di rado con la connivenza attiva dei fascisti.

Un forte impegno, superiore al sacrosanto dovere memorialistico, traluce già nell’epigrafe con cui il film si apre: «Un ponte crollato e, tra i due tronconi delle pile rimaste in piedi, una trave lanciata attraverso, per permettere agli uomini che vanno al lavoro di ricominciare a passare». Sono le parole utilizzate da Piero Calamandrei per spiegare l’emblema riportato sulla copertina della rivista Il Ponte, da lui fondata, nel primo numero uscito proprio nell’aprile 1945. Ciò che resta del ponte distrutto, continua l’autore, è la «grande patria umana» che, dopo gli scempi perpetrati dal nazifascismo, occorre ricostruire attraverso «un senso operoso di fraterna solidarietà»: anche se sono crollate le arcate, restano tuttavia i piloni sui quali è possibile rifondare la continuità tra il passato e l’avvenire, giacché compromesso fin dall’origine sarà ogni progetto riguardante il futuro senza la matura comprensione di ciò che è accaduto.

Florestano Vancini – già regista del film La lunga notte del ’43, tratto dall’omonimo racconto di Giorgio Bassani sulla strage compiuta a Ferrara dai fascisti – riprende la frase di Calamendrei e ne fa un manifesto di poetica, già riassunto nell’avverbio interrogativo inserito nel titolo della sua opera. Il film, sembra avvisare il regista, non sarà, o non sarà solamente, la rievocazione di fatti sanguinosi per onorare il ricordo di vittime innocenti, ma anche e soprattutto un tentativo per comprendere il motivo per il quale sono accaduti quei fatti, per spiegare come sia possibile che questi risultino irrisolti e intossichino ancora oscuramente i rapporti tra i sopravvissuti. Il risultato è una potente e austera orazione civile, priva di qualsiasi retorica, tutta tesa nella sforzo di rischiarare non tanto gli eventi storici, di per sé ricostruibili con sufficiente esattezza, bensì le diverse posizioni etiche di coloro che si trovarono ad agire su un palcoscenico, quello del borgo di Fregheto nella zona appenninica tra Marche e Romagna, di dimensioni geografiche e strategiche modestissime, e tuttavia capaci di mettere in scena l’antica e sempre nuova tragedia umana.

L’idea del ponte, dapprima soltanto evocata attraverso le parole di Calamandrei, si fa immagine attraverso il volto di un giovanissimo contadino: il primo personaggio parlante a entrare in scena. Una voce fuori campo dapprima gli domanda se abbia mai sentito parlare di ciò che avvenne a Fragheto nell’aprile del 1944 e poi, dopo aver ricevuto risposta affermativa, gli chiede cosa ne pensa. «Male… male….» è la replica del giovinetto, e non si saprebbe cos’altro aggiungere, tanto essa è essenziale. Si crea così un immediato collegamento, un subitaneo ‘ponte’, tra coloro che erano giovani nella primavera del ’44 e che subito prenderanno la parola in qualità di testimoni oculari, e i giovani di oggi.

Ma perché, questo, incalza l’intervistatore? Soltanto per rievocare un lontano passato, che invece sarebbe meglio lasciar passare del tutto? No, dice il quindicenne: sono «cose che possono ritornare» perché un’altra volta può «tornare la guerra». Ma ri-costruire i ponti tra le generazioni significa proprio questo: individuare le parole avvelenate e i discorsi omicidi che hanno minato quei ponti, capire come si sarebbe potuto disinnescare quella gran mole di esplosivo accumulatosi nel corso del tempo, anche per la colpevole indifferenza di molti, ragionare sulle precauzioni da prendere per impedire nuovi disastri.

Dopo questo efficace preludio, segue la ricostruzione degli eventi attraverso i testimoni. E così ecco sfilare dapprima il curato, poi le donne e gli uomini sopravvissuti all’eccidio e coloro che all’epoca erano bambini ma che ancora conservano un ricordo vivissimo di quei giorni, e infine i partigiani che ingaggiarono un’aspra battaglia con la colonna tedesca acquartierata a Fragheto, evento scatenante, a detta di alcuni, della barbara rappresaglia che seguì. Tutti raccontano ciò che videro e il loro racconto – una prosa ruvida e scabra, dalle forte inflessioni dialettali – è simile a uno spurgo di tenebra: è l’ennesima prova di come questo sia il più crudele e ingiusto dei mondi possibili.

Fin qui il film procede nel solco di tanti altri documentari realizzati sulle stragi nazifasciste avvenute durante l’occupazione tedesca successiva all’8 settembre 1943. Ma è nell’ultima parte che esso cambia radicalmente di segno, tanto che da memoriale si fa assorta riflessione sull’ambiguità dell’agire umano nelle convulsioni della Storia. Alla fine del documentario, infatti, Vancini mette a confronto i partigiani che attaccarono il battaglione tedesco e gli abitanti di Fragheto che scamparono alla strage, molti dei quali, come si detto, erano persuasi che la furia tedesca fosse da addebitare all’improvvida sortita partigiana.

Il merito che deve essere riconosciuto a Vancini consiste nel cogliere la vera domanda soggiacente ai fatti narrati, che è poi quella di sempre quando l’umanità si trova nei tempi bui: che fare? Una preziosa indicazione si può trarre dalle prime parole con cui Alberto Bardi (nome di battaglia ‘Falco’) controbatte all’elenco degli «addebiti» redatto dal parroco: l’attacco partigiano «non è un fatto avvenuto qui e basta!». Limpido è il sottinteso di questa affermazione, e cioè che l’Italia era ancora in guerra; che la guerra era di liberazione contro lo straniero occupante e nel contempo fra Italiani; che in questa guerra occorreva scegliere.

In base a quale assunto o in virtù di quali particolari meriti un piccolo paese come Fregheto sarebbe dovuto rimanere estraneo alla guerra? Se buona parte dell’Italia era un solo, grande campo di battaglia, la pretesa di restarne fuori era semplicemente irragionevole. E dunque, che avrebbe dovuto fare la popolazione civile di Fragheto? Secca è l’alternativa: o attendere passivamente la fine della nottata, rifugiandosi nella rassegnazione o, peggio, nell’indifferenza, sperando solo di salvare la pelle; oppure reagire dinanzi all’estremo.

Stando alle testimonianze qualcuno reagì, offrendo soccorso e riparo a un partigiano ferito, cosa che, sostengono alcuni, esacerbò ancora di più il nemico. Anche i partigiani scelsero la reazione contro i tedeschi e i connazionali fascisti che li sostenevano. Ma pure la reazione al male non è esente da ambiguità. A riguardo, vale la classica distinzione tra ‘morale del sacrificio’ (o etica della convinzione), per la quale la salvezza collettiva esige al limite la morte dell’individuo (una morte che oscilla tra il principio vittimario del capro espiatorio e una visione eroica dell’esistenza), e la ‘morale del rischio’ (o etica della responsabilità), la quale tenta di rispondere non alla domanda ‘come me la caverò eroicamente in questa distretta?’, bensì alla domanda ‘come me la caverò cercando di tenere conto, quanto più possibile, di ogni elemento concreto?’ Dilemmi che attanagliano l’umanità forse da sempre, a cui tra l’altro Tzvetan Todorov ha dedicato pagine lucidissime nel libro Una tragedia vissuta, dove si narrano fatti per molti aspetti assimilabili a quelli di Fragheto.

La scelta del comandante ‘Falco’ è chiaramente per la ‘morale del rischio’: stando alla sua testimonianza, la battaglia ingaggiata contro i tedeschi non era fine a stessa, ma doveva impegnare per alcune ore questi ultimi per consentire lo sganciamento di altre formazioni partigiane presenti in zona dinanzi all’avanzata di un numero considerevole di nemici. La battaglia, inoltre, per precisa scelta strategica, non avvenne all’interno del paese, che altrimenti sarebbe stato di sicuro distrutto considerando la soverchiante potenza di fuoco del nemico. Pertanto, tenendo conto ‘di ogni elemento concreto’, quella di ‘Falco’ fu una scelta improntata a un rischio calcolato. Ma per quanto lo si calcoli, una componente di rischio imprevedibile resta ineliminabile: accettarla significa diventare comunque colpevoli degli effetti infausti che quello stesso rischio potrebbe dispiegare. E, tuttavia, quanto più umanamente calda e misericordiosa, nell’accezione etimologica della parola, è la ‘morale del rischio’: alla rigidità paranoide della ‘morale del sacrificio’, che ragiona in astratto (‘i tedeschi’, ‘i partigiani’, ‘la vittoria’), essa oppone lo sguardo profondo di chi si sforza di non trascurare e di non lasciare indietro nessuno, consapevole che la Storia è fatta da individui alle prese gli uni con gli altri.

La requisitoria finale è sostenuta da un compagno di ‘Falco’: merita di essere riportata nella sua interezza perché è di una chiarezza esemplare:

«Mi sembra di percepire un certo rancore per la nostra presenza nella zona che non è giustificato, perché in fin dei conti questi ragazzi, questi duecentocinquanta uomini male armati e pieni di ferite ai piedi, in fondo vi hanno tolto un po’ di sonno e poi se ne sono andati a rischiare la pelle. Quello che è successo dopo è tremendamente peggiore di quello che possono aver fatto i nostri ragazzi nel veloce passaggio di quelle ore. Io non riesco a capire perché si mettono le due situazioni sullo stesso piano. […]. Noi abbiamo una colpa, quella di non aver fatto questa chiacchierata molto tempo prima. Però, lasciate che resti in noi il sospetto, che mi auguro ci aiuterete a togliere, che sotto processo voi abbiate messo soltanto i partigiani. E non ho ancora sentito una voce che abbia detto che i fascisti e i tedeschi sono i criminali».

Ogni decisione presa in tempi abnormi è, per definizione, tragica e per questo criticabile a posteriori. Il senso stesso del Tragico, infatti, postula la scelta di una sola delle forze in lotta tra loro con il conseguente rifiuto delle altre parimenti meritevoli di tutela, verso le quali, proprio per effetto della loro esclusione, si diventa colpevoli e quindi passibili di giudizio. Se così stanno le cose, nessuno scandalo se i partigiani sono stati «messi sotto processo», ma che soltanto questi ultimi siano stati ritenuti colpevoli, a fronte dell’abominio compiuto dal tedesco, mostra quanto profondo sia il sonno che può offuscare e confondere la mente degli esseri umani.

Questo, infatti, ci sembra essere in conclusione il passaggio più significativo: «In fondo, vi hanno tolto un po’ di sonno». Ecco il punto: vegliare, non chiudere gli occhi, non voltarsi dall’altra parte. Che per noi significa: non dimenticare mai che ogni essere fa parte di una sola famiglia umana e che è illusorio – anzi, blasfemo – pretendere di essere felici e di non essere coinvolti dal male se questo sta opprimendo i nostri simili.

Andrea Panzavolta è giornalista pubblicista. Collabora alla rubrica “Film in discussione” di Iride. Filosofia e discussione pubblica, e ad alcune riviste di critica cinematografica. Dal 2014 è il direttore artistico della rassegna concertistica forlivese “Passioni in musica”.