martedì, Giugno 25, 2024
AmbienteConflitti

Repressione degli attivisti climatici: il rapporto del Relatore Speciale all’ONU

a cura di Alice Piccinno

Il 28 febbraio scorso, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sui difensori dell’ambiente ai sensi della Convenzione di Aarhus, Michel Forst, ha pubblicato un Rapporto sulla repressione statale delle proteste ambientali e della disobbedienza civile, qualificandola come una grave minaccia per i diritti umani e per la democrazia.

Il documento si basa sui dati raccolti dal Relatore speciale in occasione delle sue visite in vari paesi europei aderenti alla Convenzione di Aarhus, ossia la Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale: un trattato internazionale, adottato il 25 giugno 1998 nella città danese di Aarhus ed entrato in vigore il 30 ottobre 2001, finalizzato a promuovere la trasparenza e la partecipazione del pubblico in materia di decisioni ambientali, garantire alla cittadinanza il diritto di partecipare ai processi decisionali in materia ambientale, fornire l’accesso alla giustizia in materia ambientale. La Convenzione di Aarhus è stata adottata da 51 paesi, tra cui l’Italia, che ha recepito la norma nell’ordinamento italiano con la legge n. 108 del 2001.

Il documento del Relatore speciale spiega che questa tendenza riguarda almeno quattro dimensioni: i media e il discorso politico, la legislazione e la politica, l’applicazione della legge e i tribunali, e fornisce un’istantanea dei problemi principali per ciascuna di queste dimensioni, illustrati da esempi tratti da vari Paesi.

La mancanza o l’insufficienza di risposte da parte degli Stati riguardo la tripla crisi climatica in corso, caratterizzata della perdita di biodiversità, dall’inquinamento e dal cambiamento climatico, si è tradotta in un incremento delle azioni di disobbedienza civile nell’ambito dell’attivismo ambientale. La risposta dei governi a queste rivendicazioni è spesso costituita da violenze, intimidazioni, criminalizzazione e detenzioni.

Tale situazione è stata analizzata da Michel Forst nella sua veste di Relatore Speciale delle Nazioni Unite, incaricato tra l’altro di monitorare il rispetto della Convenzione di Aarhus. Nata per garantire il diritto di ogni persona a vivere in un ambiente sano attraverso l’accesso alle informazioni, la partecipazione alle decisioni in materia ambientale e il ricorso alla giustizia, all’art.3(8) la Convenzione impone che ciascuno dei paesi firmatari provveda affinché coloro che esercitano i propri diritti in conformità della convenzione non siano penalizzati, perseguiti o soggetti in alcun modo a misure vessatorie a causa della loro attività politica.

Molte delle mobilitazioni contro l’inazione dei governi in materia climatica adottano consapevolmente forme di protesta ascrivibili alla “disobbedienza civile”, dai blocchi stradali all’imbrattamento simbolico di monumenti o di opere d’arte. Sebbene non esista una definizione universalmente accettata su cosa effettivamente sia la disobbedienza civile, si tratta di una forma di esercizio della libertà di espressione e della libertà di riunione pacifica, garantite dagli articoli 19 e 21 del Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR)

Michel Forst evidenzia la presenza di quattro criteri specifici necessari alla comprensione del fenomeno. Di fatto, quando parliamo di disobbedienza civile, facciamo riferimento a una forma di partecipazione politica che viola deliberatamente la legge, riguarda un problema di pubblico interesse, viene condotta in maniera pubblica e non violenta. Da questo punto di vista, ogni atto di disobbedienza civile è una forma di protesta che, se non violenta, costituisce un esercizio legittimo di un diritto: tutti gli Stati hanno il dovere di garantirlo.

A partire dalla sua elezione, nel giugno del 2022, Forst ha visitato differenti paesi che fanno parte della Convenzione Aahrus, tra cui anche l’Italia. Ciò che emerge dal report è una reazione sproporzionata da parte degli Stati, in chiara violazione dell’articolo 3(8) della Convenzione.

Negli ultimi anni le autorità sembrano considerare qualsiasi forma di protesta un rischio per la sicurezza pubblica e la lesione del diritto a manifestare sembra diventare una risposta naturale. Il Relatore speciale sottolinea come gli atti di disobbedienza civile relativi alla protezione dell’ambiente non siano un fenomeno nuovo: ciò che appare come una novità è invece la violenta repressione di cui gli attivisti diventano vittime. Questi vengono sempre più spesso definiti o trattati come “terroristi”, mentre gli arresti e le detenzioni hanno registrato un aumento continuo e l’utilizzo di metodi violenti da parte della polizia per disperdere i manifestanti è diventa una pratica sempre più comune.

Contemporaneamente, molti parlamenti e governi degli Stati membri della Convenzione stanno adottando nuove leggi in cui vengono introdotte nuove fattispecie di reato per criminalizzare queste forme di protesta o vengono introdotte pene più severe rispetto a reati già previsti nell’ordinamento.

Esempio di questa tendenza è l’approvazione definitiva da parte del Parlamento Italiano e l’entrata in vigore della Legge 22 gennaio 2024, n. 6, contenente “disposizioni sanzionatorie in materia di distruzione, dispersione, deterioramento, deturpamento, imbrattamento e uso illecito di beni culturali o paesaggistici”. La nuova norma inasprisce le sanzioni e le multe previste, che vanno adesso da un minimo di 10mila ad un massimo di 60mila euro. Con una precedente modifica del Codice Penale, per questi reati era stata prevista anche la reclusione da 1 a 6 mesi.

Michel Forst ha individuato quattro canali principali attraverso i quali questa tendenza repressiva contro gli attivisti climatici si rafforza: i media e il discorso politico, la legislazione e le politiche, l’applicazione della legge e i tribunali. Nel primo caso, ciò che emerge è una rappresentazione negativa degli attivisti per l’ambiente sia da parte dei media che delle figure politiche. Tale immagine viene utilizzata non solo come giustificazione per le misure repressive che vengono attuate, ma anche come deterrente all’azione per il resto della società civile

Per quanto riguarda l’applicazione di queste leggi, sono numerose le segnalazioni riguardanti la brutale violenza utilizzata contro gli attivisti durante le azioni da parte delle forze dell’ordine, così come gli arresti indiscriminati e le frequenti multe. Non di rado, le forze dell’ordine sono state accusate di abusi di potere durante le proteste. Tuttavia, in molti casi la persecuzione non finisce con la conclusione della protesta: un elemento particolarmente allarmante sono i resoconti delle violenze e degli abusi, fisici e psicologici, subiti dai manifestanti da parte della polizia una volta presi in custodia.

Anche il sistema della giustizia contribuisce a questa ondata di oppressione. Il rapporto di Forst denuncia l’applicazione ai manifestanti climatici di misure di sorveglianza di norma utilizzate contro la criminalità organizzata o comunque contro crimini gravi, come la detenzione preventiva prima del giudizio e cauzioni onerose per il rilascio. Le sentenze, inoltre, appaiono spesso sproporzionate rispetto ai fatti contestati nei capi di imputazione.

Emerge un quadro allarmante sull’effettiva garanzia del diritto di riunione pacifica in molti paesi democratici. Come più volte sottolinea Michel Forst, l’incremento dei gruppi ambientalisti e l’adozione di pratiche dal forte impatto, è anche una conseguenza dell’incapacità dei governi di agire contro la crisi climatica, che genera insicurezza su molteplici fronti, sia socio-sanitari che politico-economici che ambientali.

Alice Piccinno studia “Scienze per la Pace” all’Università di Pisa. Attualmente svolge un tirocinio presso il Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace dell’Università di Pisa.