martedì, Giugno 25, 2024
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In morte di Ousmane Sylla: le violazioni dei diritti nei Centri per il rimpatrio

di Sonia Paone

Il 4 febbraio 2024, all’interno del CPR (Centro per i rimpatri, in cui sono trattenuti i migranti in attesa di espulsione) di Ponte Galeria nei pressi di Roma, si è suicidato Ousmane Sylla, 22 anni, originario della Guinea. Si è impiccato con un lenzuolo nell’area esterna della struttura dove è stato trovato esanime all’alba dai suoi compagni, che hanno fatto di tutto per provare a salvarlo. In un messaggio aveva scritto di non avere più la capacità di resistere e di voler tornare in Africa, da sua madre e dai suoi familiari.

Il suicidio ha acceso i riflettori sulle sofferenze dei migranti irregolari in attesa di espulsione trattenuti nei CPR. Già nel 2014, sempre a Ponte Galeria, 13 migranti si cucirono le bocche in segno di protesta contro le continue violazioni dei diritti umani, a causa delle condizioni di vita indecenti all’interno della struttura. Subito dopo la morte di Ousmane, sempre in segno di protesta, sono scoppiati disordini. Il 9 marzo il Partito Radicale ha convocato una manifestazione davanti ai cancelli del CPR di Ponte Galeria, durante la quale è stato chiesto al sindaco di Roma Roberto Gualtieri l’immediata chiusura della struttura e di tutti i centri di rimpatrio presenti sul territorio italiano.

Ousmane era arrivato in Italia come minore non accompagnato ed era stato ospitato prima in una comunità per minori a Ventimiglia e successivamente in una casa-famiglia vicino a Cassino. Aveva ricevuto il decreto di espulsione il 13 ottobre del 2023 dal prefetto di Frosinone. Non era riuscito a mantenere la regolarità di soggiorno che, dopo il compimento dei 18 anni, per i minori non accompagnati è subordinata alla conversione di un permesso di studio o lavoro.

Prima di arrivare a Ponte Galeria aveva già fatto l’esperienza del trattenimento, nel Centro per i rimpatri di Trapani. Da qui era stato trasferito a Roma dopo un incendio che aveva interessato la struttura siciliana. Avrebbe già potuto lasciare il centro di rimpatrio a gennaio, ma il cosiddetto “decreto Cutro” promulgato dal governo Meloni ha prolungato la durata massima del trattenimento fino a 18 mesi. E, in ogni caso, al prolungamento della permanenza nel centro si sarebbero aggiunte le difficoltà dovute alla mancanza di un accordo per i rimpatri fra il governo italiano e la Guinea.

Per Ousmane Sylla era iniziata la lunga e penosa odissea della posizione irregolare. La sua vita era bloccata nel limbo del trattenimento: una situazione di diritto eccezionale, che comporta la privazione della libertà senza aver commesso nessun vero reato.

In Italia il trattenimento dei migranti irregolari in attesa di espulsione è stato istituito dalla legge Turco-Napolitano nel 1998. Le strutture realizzate o utilizzate a questo scopo – denominate all’inizio CPT (Centri di Permanenza Temporanea) successivamente CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) ed oggi CPR (Centri per il trattenimento e il rimpatrio) – sono accomunate da una collocazione liminare. I primi centri di trattenimento sono stati predisposti su piazzali ferroviari dismessi, in container poggiati lungo le piste di aeroporti militari in disuso, in ex caserme o accanto ad esse, in ex fabbriche o ex ospedali, in spazi vuoti e abbandonati.

Anche in seguito, il trattenimento è stato predisposto in spazi lontani dai centri abitati, circondati da mura o reti metalliche e controllati all’interno da telecamere e sbarre. Inoltre, il rapporto con l’esterno è stato da sempre negato perché, per “motivi di sicurezza”, i trattenuti non possono allontanarsi neanche durante il giorno e, allo stesso tempo, è vietato l’accesso se non agli operatori che gestiscono le strutture.

Fin dalla loro istituzione i centri di trattenimento sono stati presentati come spazi provvisori. Provvisori come l’emergenza che li aveva prodotti, ovvero il flusso irregolare di migranti costruito mediaticamente e politicamente come straordinario. Il ragionamento sembra essere stato il seguente: i flussi irregolari rappresentano una situazione straordinaria e quindi bisogna accettare soluzioni spaziali che favoriscano il fronteggiamento della circostanza, assicurino il ripristino della legalità e garantiscono la sicurezza dei cittadini.

D’altro canto, quando si legano assieme spazio ed emergenza si creano contesti di deprivazione, perché il linguaggio polisemico dello spazio inteso come relazione si semplifica, diviene pura sistemazione, incasellamento, intervento straordinario per fronteggiare una situazione critica, reificazione di precarietà e confinamento. E fino a quando l’enfasi sulla presunta “emergenza migrazioni” domina nei discorsi, nell’opinione pubblica, nelle dichiarazioni dei politici, le risposte non possono essere diverse. E infatti, il protrarsi nel tempo di una cieca e ideologica visione emergenziale di un fenomeno strutturale ha fatto sì che i centri di espulsione si siano mantenuti e riprodotti nel tempo, con tutte le loro caratteristiche di provvisorietà, precarietà, liminarità e chiusura.

Se dal 1998 gli spazi di reclusione non sono cambiati, si sono invece progressivamente allungati i tempi del trattenimento, prolungando di conseguenza la sofferenza dell’attesa, il vuoto del tempo presente, l’incertezza rispetto al futuro. Le strutture di trattenimento sono perciò spazi di denudamento materiale, simbolico e sociale, in cui i migranti sono letteralmente “depositati”, senza nessun rapporto con il contesto locale e presi in carico solo dalle logiche della assistenza umanitaria e del controllo securitario. Spazi di attesa, nei quali si crea una cesura rispetto al passato, ovvero il venir meno delle precedenti relazioni sociali, lavorative, familiari: una sospensione del tempo presente e una impossibilità di guardare al futuro. Limbi di sofferenza in cui transitano, dimorano e muoiono – come nel caso di Ousmane Sylla – uomini e donne a causa dell’incapacità politica di concepire per loro un posto nella società.

Sonia Paone è Professoressa Associata in Sociologia dell’Ambiente e del Territorio presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, membro del CISP e Presidente dei Corsi di Laurea in Scienze per la Pace: Cooperazione Internazionale e Trasformazione dei Conflitti.