lunedì, Aprile 15, 2024
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L’ultima chance per la democrazia turca?

di Alberto Mariotti

A sua volta, il World Risk Poll della Lloyd’s Register Foundation si basa su circa 125.000 interviste condotte dall’istituto di sondaggi Gallup in 121 paesi nel 2021 e su 150.000 interviste realizzate in 142 paesi nel 2019 (tra i due sondaggi i numeri si sono ridotti a causa delle restrizioni legate al Covid-19). Tali dati includono luoghi dove esistono pochi dati ufficiali sulla percezione di sicurezza e di rischio e costituiscono, quindi, una risorsa preziosa per definire la natura e la scala delle sfide globali.

Ciò che, invece, i sondaggi non sono riusciti a rilevare è la capacità di resilienza e il persistente appeal che il presidente in carica e leader del Partito Giustizia e Sviluppo (AKP), Recep Tayyip Erdoğan, continua ad avere tra ampi settori della popolazione. Se è vero, infatti, che nel voto per il Parlamento l’AKP ha ottenuto la percentuale di consensi più bassa della sua storia (35,4%), e che in quello per la Presidenza lo stesso Erdoğan non è riuscito a superare la soglia del 50% necessaria a essere eletto al primo turno (fermandosi al 49,52%), è altrettanto vero che il presidente uscente ha confermato in termini assoluti le preferenze ottenute nel 2018 (oltre 26 milioni). Inoltre, la lista elettorale che lo supportava (Cumhuriyet Ittifaki – Alleanza del Popolo) è riuscita a conquistare 321 seggi sui 600 disponibili, ottenendo così la maggioranza in Parlamento. Dati in controtendenza rispetto a quelli rilevati dai sondaggi, che davano per favorito Kemal Kılıçdaroğlu, candidato presidente della lista d’opposizione (Millet Ittifaki – Alleanza della Nazione), alimentando le speranze di una sua elezione al primo turno.

Una doccia fredda per l’opposizione

L’entusiasmo e la speranza facilmente palpabili tra l’elettorato e i leader dell’opposizione nei giorni precedenti al voto – in un paese in cui le elezioni sono sì libere, ma non certo eque – non si sono placati né durante la giornata elettorale, nonostante le numerose segnalazioni di irregolarità ai seggi, né a seguito della pubblicazione – da parte dell’agenzia di stampa Anadolu Ajansı (AA) ripresa da tutti i media statali – dei primi dati elettorali, che vedevano Erdoğan in netto vantaggio.

Consapevoli della consolidata prassi di manipolazione dei dati da parte della statale AA, i leader dell’opposizione hanno continuato a rivendicare la possibilità di vittoria al primo turno. In tarda serata, tuttavia, non solo è divenuta chiara l’impossibilità di tale scenario, ma l’opposizione non ha potuto far altro che constatare il rilevante distacco di cinque punti percentuali del leader AKP sul proprio candidato, nonché l’acquisizione di una solida maggioranza in Parlamento da parte dei partiti dell’Alleanza del Popolo.

Riuscire, per la prima volta negli ultimi 22 anni, a insidiare il dominio politico di Recep Tayyip Erdoğan, costringendo il presidente in carica a un ballottaggio per la riconferma, può sembrare, a un primo sguardo, un successo. E tuttavia, le alte aspettative precedenti il voto, i dati elettorali effettivi e la prospettiva di due ulteriori settimane per arrivare al ballottaggio si sono rivelate una vera “doccia fredda” per l’opposizione. Sebbene, come si dice, la speranza sia “l’ultima a morire”, a risaltare nella notte tra domenica e lunedì e nei giorni seguenti è senza dubbio la tranquillità, al limite del clima festoso, con il quale Erdoğan e i suoi elettori hanno accolto i risultati elettorali, in netto contrasto con il nervosismo e la delusione emersi nelle controparti.

Sinan Oğan “ago della bilancia”?

Per comprendere a fondo questa differenza di animi, è utile una breve e necessariamente parziale analisi del voto e delle prospettive future. Il primo dato rilevante è l’altissima affluenza registrata. Questa implica basse aspettative circa un appello in extremis verso chi si è astenuto al primo turno. Quei “pochi” che non hanno votato in quell’occasione, difficilmente saranno convinti a recarsi alle urne il 28 maggio. In secondo luogo, data l’estrema polarizzazione nel paese tra erdoğanisti e anti-erdoğanisti, la prospettiva per l’opposizione di far cambiare idea a chi ha già espresso un voto in favore dell’attuale presidente risulta particolarmente ardua, se non impossibile. Ciò comporta, terzo punto, che per aumentare il proprio bacino elettorale Kemal Kılıçdaroğlu dovrà attingere a quel 5,2% di voti espressi in favore di Sinan Oğan, terzo candidato alla presidenza e adesso fuori dal ballottaggio – oltre a quel 0,4% di elettorato che ha votato Muharrem Ince, sebbene questo si fosse ritirato dalla corsa presidenziale a tre giorni dal voto.

Ma il voto raccolto il 14 maggio da Sinan Oğan – ex membro del Milliyetçi Hareket Partisi (MHP), partito di estrema destra, fuoriuscito proprio in dissenso per la (strana) alleanza stipulata dall’MHP con l’AKP nel 2015 – è principalmente un voto ultranazionalista di protesta, tanto nei confronti del presidente in carica quanto contro il candidato dell’opposizione. Il leader appoggiato dall’Alleanza Ancestrale (ATA İttifaki), in particolare, ha da sempre accusato Erdoğan di aver accolto milioni di siriani, da lui considerati il principale problema del paese. A ciò si sono aggiunte le pesanti critiche per aver eletto tra le fila dell’AKP quattro esponenti del partito islamista curdo HÜDA-Par. L’elemento nazionalista panturco e anti-curdo, insito nella retorica e nel programma elettorale di Oğan, è anche uno dei maggiori motivi – unitamente a reputare sbagliata la scelta del principale candidato di opposizione – per cui si è mantenuto lontano dal “Tavolo dei 6” guidato da Kılıçdaroğlu, il quale, pur non stringendo un’alleanza formale, si è avvalso dell’appoggio esterno del partito curdo HDP/YSP alle elezioni presidenziali.

Oğan ha subito compreso l’importanza del suo 5,2% in vista del ballottaggio e ha chiarito ai due contendenti le condizioni per poter godere del suo endorsement. Allo stesso modo è stato chiaro fin da subito anche a Kılıçdaroğlu che l’unica mossa possibile (o comunque quella più facile) per tentare di vincere al secondo turno era quella di inseguire l’elettorato di Oğan. E così, dopo una lunga campagna elettorale centrata su concetti chiave quali “inclusività”, “fraternità” e “pace sociale”, a meno di dieci giorni dalle elezioni Kılıçdaroğlu ha sterzato in direzione opposta, passando a un attacco più diretto al presidente in carica e adottando il lessico anti-immigrati proprio del leader dell’Alleanza Ancestrale.

Quanto la nuova strategia adottata da Kılıçdaroğlu possa risultare vincente è tutto da vedere. La virata in cerca dei voti ultranazionalisti potrebbe irritare (non poco) parte di quell’elettorato curdo che, su indicazione dei vertici di partito (HDP/YSP), ha votato per lui al primo turno ma che potrebbe optare per un’astensione al ballottaggio. Un ulteriore appello di Selahattin Demirtaş o altri esponenti di spicco dell’HDP/YSP per invitare i propri elettori a perseguire la strategia del “male minore” e votare Kılıçdaroğlu, nonostante l’appeasement verso l’ultranazionalista turco Oğan, potrebbe non bastare e/o rivelarsi un’arma a doppio taglio. In effetti, questo potrebbe indebolire il già di per sé fievole appeal del leader dell’opposizione nei confronti degli elettori di Oğan, considerato che il tardivo richiamo nazionalista può esser interpretato più come un gesto disperato che un genuino indirizzo politico.

Anche qualora Sinan Oğan trovasse un accordo con Kılıçdaroğlu e decidesse di appoggiarlo pubblicamente, non è scontato che i suoi elettori seguano il suo indirizzo. Occorre infatti sottolineare che, dal punto di vista ideologico, una buona parte di chi ha votato Oğan ha molto più da condividere con l’MHP di Devlet Bahçeli – alleato di Erdogan – che con il “Tavolo dei 6” dell’opposizione che appoggia Kılıçdaroğlu. Non è un caso che nel voto per il Parlamento i partiti dell’ATA Ittifaki abbiano ottenuto solo il 2,4%, la metà dei voti ottenuti dal candidato da questi supportato. Buona parte degli elettori possono aver espresso un voto di dissenso nei confronti di Erdoğan nelle presidenziali, ma aver votato l’MHP per il Parlamento ritenendo di rafforzare così la componente ultranazionalista anti-immigrati della coalizione.

L’ultranazionalismo prende il largo

Un’analisi del voto non può che evidenziare la crescita dei partiti della destra nazionalista nel paese. Oltre a un Parlamento in cui dei 16 partiti presenti 10 possono essere ricondotti alla “destra” dello spettro politico, e dove più dei 2/3 dei 600 deputati eletti si identifica come “nazionalista”, “conservatore” o “nazional-conservatore”, colpisce come il 25% delle preferenze espresse dall’elettorato turco sia andato a partiti con un programma e una retorica chiaramente ultranazionalista. La peculiarità del sistema socio-politico turco, tuttavia, ha fatto sì che questi si siano presentati con istanze e strategie diverse, prendendo parte ognuno a una coalizione elettorale differente e frammentando così l’elettorato ultranazionalista. Il Partito del Movimento Nazionalista (MHP), che dal 2015 è socio di minoranza del governo e che si è ripresentato in coalizione con l’AKP ottenendo il 10%, il Partito Buono (IyiP) di Meral Aksener, che siede al “Tavolo dei Sei” dell’opposizione e ha raccolto il 9%, e il Partito della Vittoria (ZaferP) di Ümit Özdağ che ha dato vita all’Alleanza Ancestrale (ATA Ittifaki) in appoggio a Sinan Oğan, hanno tutti una cosa in comune e in contesa: si professano incarnazione e rappresentanti del vero nazionalismo turco.

In una dinamica che in Italia ben conosciamo, ma che è stata ed è propria della galassia dei partiti della sinistra radicale, il retroterra ideologico è lo stesso ma questi soggetti politici si sono formati in seguito a scissioni dovute a lotte interne di potere e a un supposto tradimento dei valori del nazionalismo turco: l’IyiP fuoriesce dall’MHP e critica l’ex partito per il supporto offerto al presidente Erdoğan e, dunque, all’Islam politico. Lo ZaferP viene fondato nel 2021 da alcuni fuoriusciti dall’IyiP e critica l’ex partito per il supporto a Kemal Kılıçdaroğlu che, in cerca di ampi consensi, ha teso una mano a quella popolazione religiosa e ai curdi a lungo vittime delle politiche kemaliste del Partito Popolare Repubblicano (CHP), facendo “ammenda” (helalleşme).

In un paese in cui professarsi non nazionalisti preclude ogni possibilità di ampio consenso, lo stesso concetto di “nazionalismo” (e dunque anche quello di “eredità kemalista”) è stato rimodellato a piacimento da ogni singolo partito politico. L’AKP di Erdoğan può professarsi nazionalista in quanto incarnazione della volontà nazionale e per aver fatto grande la Turchia, contribuendo al risveglio dell’orgoglio (nazionalista) turco. Il CHP si può fregiare di essere erede diretto del kemalismo e, dunque, difensore di quel nazionalismo di cui la Repubblica è stata allo stesso tempo espressione e poi incarnazione.

Stretti tra queste due concezioni, loro stesse in costante mutamento ed evoluzione al fine di rispondere ai mutamenti interni al paese, partiti minori come MHP, IyiP e ZaferP hanno optato per un’ibridazione tra il nazionalismo populista erdoğaniano – e in particolare la concezione della Turchia come grande potenza indipendente – e quello dell’ortodossia kemalista del CHP – centrato sull’elemento etnico, al limite del razzismo, per difendere l’unità dello Stato turco. Sfruttando il contesto sociale, politico ed economico degli ultimi anni, questi partiti hanno cavalcato i timori più reconditi della popolazione – il rischio della rottura dell’unità statuale ad opera dell’indipendentismo curdo e delle sue azioni di guerriglia, e quello della “sostituzione etnica” dovuta ai rifugiati – e il malcontento generato dalla crisi economica e dalla crisi delle frontiere. Queste ultime due vengono legate indissolubilmente, indicando la seconda come causa della prima, all’interno di una narrazione che attrae consensi in quell’ampio elettorato che guarda al proprio paese con forte orgoglio nazionale: senza gli immigrati – così ritengono – la Turchia potrebbe avere un’economia forte e stabile per prendersi cura dei suoi cittadini turchi.

Verso il ballottaggio: quale futuro per la Turchia?

Il risultato del ballottaggio del 28 maggio avrà sicuramente un importante rilievo internazionale, considerata la centralità della Turchia in numerosi dossier della politica regionale e il crescente orientamento euroasiatico all’interno dell’attuale coalizione governativa. Ma, ancora di più, sarà fondamentale per gli sviluppi della politica interna e della società turca. Dopo un ventennio al potere e l’affermazione di un sistema partitico egemonico prima, e l’involuzione verso un autoritarismo competitivo poi, il post elezioni in caso di una ennesima vittoria di Erdoğan potrebbe definitivamente preludere all’instaurazione di un regime autocratico sul modello della Russia di Putin – oppure, considerando quello che si preannuncia come uno dei governi più conservatori nella storia turca, dell’Iran di Khamenei.

Forte di un’ennesima conferma elettorale, il leader dell’AKP potrà interpretare il voto come investitura popolare per dare seguito al già avviato progetto di costruzione e consolidamento della “Nuova Turchia” (Yeni Türkiye). Lo farà in parte da una posizione di minor forza, considerato il calo di consensi e di seggi dell’AKP in Parlamento, con la maggior dipendenza nei confronti degli alleati della coalizione (MHP, YRP, DSP e HÜDA-Par). Ma il “presidenzialismo alla turca” costruito in questi ultimi dieci anni gli permetterà di agire e governare anche nel caso in cui venga meno una maggioranza a suo favore in Parlamento. Tenendo presente la sua peculiare concezione della “democrazia” – ovvero l’idea secondo cui la maggioranza costituisce l’unico attore politico deputato non solamente a esprimere la direzione del paese, ma anche ad avere conoscenza dell’interesse e del bene della nazione – Erdoğan farà continuamente leva sull’investitura popolare per agire in accordo al suo progetto politico.

Il rischio nel medio-lungo termine è che, in assenza di contrappesi al suo potere, il presidente proceda a una lenta ma costante campagna di sgretolamento delle opposizioni, tanto partitiche quanto dei gruppi della società civile, che hanno cercato di ostacolare la sua conferma al potere nel centenario della Repubblica. E che le prossime elezioni non offriranno più ai cittadini turchi nemmeno quella “scelta autentica” – seppur all’interno di un sistema “free but unfair” – delle ultime elezioni, ma assumeranno la forma di una farsa con il solo fine di legittimare un potere pressoché incontestabile. Uno scenario tuttavia non certo predeterminato dal momento che, come afferma Umut Özkırımlı, Senior Research Fellow all’Istituto di Studi Internazionali di Barcellona (IBEI), “è chiaro che un paese eterogeneo e dinamico quale è la Turchia non può essere tenuto assieme da un autocrate che fa affidamento su una maggioranza risicata, per quanto frammentata possa essere l’opposizione”.

In caso di una (difficile) vittoria delle opposizioni, il nuovo scenario potrebbe aprire una nuova, fondamentale, pagina per la politica turca. Non solamente per le proposte programmatiche avanzate dalle opposizioni, ma anche e soprattutto per le modalità con cui queste sono state costruite e come verranno effettivamente implementate. Per un paese che ha concepito la democrazia in termini prettamente elettorali e che sembra aver fatto proprio il modello di “democrazia totalitaria” di Rousseau, la campagna di mediazione tra partiti molto diversi tra loro portata avanti da Kemal Kılıçdaroğlu potrebbe avviare una svolta verso un modello democratico pluralista e consensuale. Se da una parte ciò può spaventare alcuni elettori (il timore di governi instabili e deboli è sempre presente in Turchia e lo stesso voto pro-Erdğoan nelle zone terremotate può esser spiegato in questi termini), dall’altra una sua riuscita potrebbe innescare proprio quel cambio di concezione e prassi politica che è mancato fino ad adesso per completare la tanto invocata transizione del paese verso una democrazia matura.

Si tratta, tuttavia, di una speranza lontana, considerate le dubbie prospettive per il ballottaggio. Anche qualora Kılıçdaroğlu dovesse spuntarla il 28 maggio, lo aspetta la prospettiva di governare la Turchia senza la maggioranza in Parlamento, dovendo mediare con i partiti che lo hanno appoggiato finora, e facendo fronte a una situazione economica che non è certo tra le più facili.

Alberto Mariotti è laureato in Scienze Politiche all’Università di Pisa e in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna, Campus di Forlì. Si occupa di relazioni internazionali e sicurezza in Medio Oriente e nel Mediterraneo allargato, con focus sulla Turchia. Collabora con EastJournal e AMIStaDeS. Email: albertomariotti14@gmail.com