sabato, Febbraio 24, 2024
Cultura

La Gemma di Dante

Il 2021 è, in Italia e nel mondo, anno di celebrazioni dantesche: ricorrono, infatti, i settecento anni dalla morte del poeta in esilio a Ravenna. In occasione di questa ricorrenza, iniziative e festeggiamenti sono previsti in tutto il territorio nazionale e in molte città all’estero, nonostante le restrizioni imposte dalla pandemia. Pubblichiamo, per partecipare alle celebrazioni del Dantedì, un testo che racconta in chiave letteraria le ultime ore di vita del poeta.

 

di Andrea Panzavolta

«Le campane di San Martino…». Dalla finestra aperta, un alito di vento, dopo aver attraversato di corsa la pineta ravvenate, andò a morire sul volto di Dante, recando con sé l’aroma carnoso dei pini. Da un paio di giorni la malaria contratta a Venezia, dove si era recato su incarico di Guido Novello, lo costringeva a letto. La febbre lo aveva tormentato per tutta la giornata, ma alla fine gli venne in soccorso il suo stesso corpo che, esausto, si abbandonò a un sonno profondo, ma inquieto, pieno di sogni, forse di profezie. Dall’abisso emersero immagini confuse: ora erano paesaggi, ora città, ora figure umane che gli si affollavano intorno e che si sforzavano di dirgli qualcosa; ma le loro parole giungevano lontane e indistinte. Ad un tratto, un rintocco di campana lo fece volare via: si sentiva come una farfalla appena uscita dalla crisalide. E sulle veloci ali del sogno, eccolo davanti a San Martino, la piccola chiesa che frequentava quando era fanciullo. «La mia San Martino…» disse. E si svegliò.

Gli ci vollero alcuni minuti prima che si rendesse conto di trovarsi nella sua casa di Ravenna, in esilio, e che il suono delle campane udito in sogno giungeva dalla vicina chiesa di San Francesco. Quello che prima era stato un gioioso canto di bronzo, capace di evocare un tempo felice, ora mostrava il pungiglione della diceria, dell’insinuazione, della verità bisbigliata a mezzo. Già aveva deciso che il suo corpo fosse seppellito a San Francesco, ma ora quelle campane sembravano ricordarglielo con odiosa, compiaciuta insistenza.

La febbre di nuovo lo aggredì, e con la febbre ecco ancora quell’oscuro terrore che lo soffocava. «Se lo spirito maligno visitava Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava; Saul si calmava e si sentiva meglio, e lo spirito cattivo si ritirava da lui». Da quando era costretto a letto, Dante pensava spesso a questo passo della Scrittura, traendone conforto. Si sentiva, nel contempo, Saul e Davide, il malato e il medico. Anch’egli, infatti, poteva porre mano alla cetra e trarre da essa versi capaci di sconfiggere, con la loro bellezza, il più infido degli spiriti cattivi. Il cielo e la terra, insieme, avevano elargito a lui, più che a qualsiasi altro uomo, quel leggero e sublime volo di api che è la poesia, attraverso la quale egli poteva ammansire i grandi mostri che minacciano il mondo, e chiamare le cose che non erano come se fossero. A Ravenna aveva ultimato la terza cantica del suo poema. Mai nessun mortale si era spinto tanto oltre: nel Paradiso gli erano andati incontro la Vergine e gli Apostoli, i campioni della cristianità lo avevano accolto nella loro fulgida schiera, i grandi santi, ammirando la sua dottrina, avevano discusso con lui alcuni termini della loro fede. Ma non bastava: egli voleva fissare lo sguardo su Cristo, pretendeva, supremo ardimento per un essere fatto di polvere e cenere, di toccare Dio. Ed ecco, alla fine, i cieli aprirsi, ecco ciò che non si può ridire a parole, perché solo l’intelletto d’amore, con pianti inesprimibili, riesce a comprendere. Dante non aveva solo immaginato: egli aveva visto, egli sapeva.

Nella sua mente i versi che aveva scritto si confondevano, ora, con i mosaici di Ravenna, che tanto avevano nutrito la sua fantasia: in mezzo alle terzine affioravano pavoni impettiti e colombe che becchettavano in coppe tempestate di diaspri e di ametiste, di crisoliti e di crisopazi, cervi che si abbeveravano a placide fonti e agnelli menati al pascolo dal Buon Pastore; spuntavano figure di imperatori e imperatrici, irraggiungibili nello splendore della loro sacralità; serpeggiavano tralci di vite, che si piegavano sotto il peso di grappoli color rubino; avanzavano processioni di santi e di martiri, di angeli e arcangeli, di serafini e principati. Era come se le parole, ebbre della loro potenza, cercassero quelle immagini; ma si poteva dire anche l’opposto, che erano, cioè, quelle immagini ad offrirsi alle parole, come se solo queste potessero portare a compimento la loro magnificenza.Parole e figure, dunque, gli balenavano confuse in testa, suscitandogli una speranza imprecisata. Non sentiva, forse, quel grumo di tenebra sciogliersi a poco a poco? Che mai poteva la perdita della patria, la malattia, lo sfacelo del corpo, sì, persino lei, la sconcia morte, dinanzi all’arte? Ma provocata da tanta temerarietà, lei rispose alla sfida. Un nuovo rintocco di campana lacerò l’aria. La volta meravigliosa, con il suo turbine fiammeggiante di parole e di figure, andò in frantumi. Dante sollevò con fatica una mano, come se volesse afferrarne almeno un frammento. Ma ormai sapeva che la battaglia era perduta: così, al veleno che sentiva gorgogliargli nel petto non oppose più alcuna resistenza, e se ne lasciò invadere. Subito fu in balia di una lucidità feroce, che lo scrutava nella profondità del suo essere e lo obbligava a guardare ciò che si nascondeva dietro quella volta. E la visione lo riempì di disgusto. La mite notte settembrina respirava tra le foglie; le acacie e i cipressi sussurravano, accompagnando il canto di alcune cicale che ancora si attardavano sui loro rami. Di nuovo un soffio fresco e puro di vento entrò dalla finestra: l’intenso profumo di resina era arricchito, questa volta, dal pungente aroma di salsedine.

Dall’abisso in cui si sentiva risucchiare, emerse all’improvviso il ricordo di una passeggiata che aveva fatto qualche mese prima nella pineta di Classe. Egli amava quel posto: era lì che si ritirava quando più acuta si faceva la nostalgia del suo San Giovanni. Il tappeto degli aghi, i vertiginosi corridoi formati dai pini e le lame di luce che rompevano il verde cupo del fogliame creavano un silenzio soprannaturale, ed era come se al mondo non vi fosse altro che il quieto suono dei suoi passi. Gli veniva una calma, un distacco, come se presentisse che non l’esilio, bensì un regno d’amore fosse la meta ultima del suo errare. Quella volta stava camminando nella pineta quando udì una voce maschile chiamare: «Gemma, dove sei?» Si era guardato attorno, ma non aveva visto nessuno. All’inizio non diede alcun peso all’episodio; tuttavia, una volta rincasato, quella domanda iniziò ritornargli con insistenza alla mente. Egli non avrebbe saputo come dirlo, eppure sentiva che quelle tre parole celavano qualcosa d’importante, forse di definitivo. E adesso ecco che ritornavano di nuovo con il loro imperioso segreto. Egli fissò il vuoto con i suoi occhi incavati, come per mettere a fuoco l’immagine che a poco a poco emergeva dall’oscurità. Dante vide un viso di donna; disteso nel letto, in preda alla febbre che gli imperlava la fronte di un sudore viscoso, ne spiava l’avvicinarsi. Alla fine la riconobbe: era sua moglie, Gemma di Manetto Donati. La riconobbe e capì tutto.

Ora che le sublimi e terribili visioni si erano dissolte, ora che le corde della sua cetra erano spezzate, restava solo quel volto, di cui per la prima volta vedeva la sofferenza. Ma più ancora della sofferenza, a meravigliarlo, di quel volto, era l’offerta d’amore ancora più implacabile dell’ostinazione con cui egli l’aveva sempre rifiutata. Fece un ultimo sforzo per allontanare da sé quei pensieri, perché sapeva che altrimenti lo avrebbero sopraffatto. Tuttavia, gli argomenti a cui sempre si era aggrappato per giustificare la sua freddezza verso la moglie – il matrimonio imposto dalle rispettive famiglie e soprattutto l’incapacità di quella donna di comprendere i suoi miraggi di divina bellezza – ora gli si manifestavano in tutta la loro meschinità. La sua vita gli appariva un deserto; per non morire di sete lo aveva popolato di imperatori e papi, di re e condottieri, di reprobi e di santi, di diavoli e di angeli, ma ecco che quella sete ora ritornava. Per lunghi anni gli era stata accanto, nel silenzio e nell’ombra, mostrando una docilità che rasentava la sottomissione – e per questo quanto l’aveva disprezzata! – ma solo ora si accorgeva che quell’essere era la gemma di immenso valore di cui parla l’Evangelo, per acquistare la quale il mercante va e vende tutti i suoi beni.

In una mite notte di settembre, a Ravenna, un uomo di nome Dante degli Alighieri stava morendo, e quell’uomo aveva paura di morire solo. In quella notte, a un tratto, si udì una voce: «Gemma, dove sei?» Dei passi si avvicinarono rapidi e una porta si aprì. Una donna reggeva un lume e, facendo schermo con la mano, ne rifrangeva il chiarore sul crocefisso che era in capo al letto. Per quell’uomo, l’ultimo ricordo di questo mondo fu una mano rugosa che lo accarezzava.

 

Andrea Panzavolta è giornalista pubblicista. Collabora alla rubrica “Film in discussione” di Iride. Filosofia e discussione pubblica, e ad alcune riviste di critica cinematografica. Dal 2014 è il direttore artistico della rassegna concertistica forlivese “Passioni in musica”.