domenica, Aprile 14, 2024
ComunicazioneCultura

Ettore in Ucraina

di Andrea Panzavolta

In Davanti al dolore degli altri, parlando delle fotografie che ci giungono dalle zone di guerra, Susan Sontag scrive: «Una narrazione può farci capire. Le fotografie fanno qualcos’altro: ci ossessionano […]. Lasciamoci ossessionare dalle immagini più atroci: esse continuano ad assolvere una funzione vitale. Quelle immagini dicono: ecco ciò che gli esseri umani sono capaci di fare, ciò che – entusiasti e convinti di essere nel giusto – possono prestarsi a fare. Non dimenticatelo».

L’equivalente greco di ‘narrazione’ è épos. Come è noto, la prima narrazione poetica del mondo occidentale è l’Iliade, testo mirabile in cui furono forgiati il vocabolario dell’Europa, la sua grammatica e la sua sintassi, prezioso incunabolo in cui non v’è passione che non sia stata codificata, immane giacimento mitopoietico dalle inesauribili vene aurifere: in una parola, épos originario da cui rampolla ogni altro possibile épos. Quanto appartiene all’Umano, qui è stato colto e fissato una volta per sempre: tutto ciò che viene dopo, per parafrasare una celebre definizione del pensiero filosofico successivo a Platone, è una colossale nota a piè di pagina dell’Iliade. Con ciò non si vuole certo affermare che la letteratura posteriore sia una imitazione più o meno riuscita dell’archetipo omerico, e neppure che da questo essa tragga soltanto un motivo di ispirazione più o meno manifesto; ma che, se non ci fosse, ci mancherebbero le parole fondamentali, i vera vocabula senza i quali ogni comprensione risulta irreparabilmente dimidiata.

Tra le tante immagini filmate che ci giungono dalla martoriata Ucraina, una in particolare ci ha fatto tornare indietro nel tempo, a oltre tre millenni fa, trasportandoci di colpo a Ilio «dalle forti mura». Il video a cui si fa cenno mostra un poliziotto ucraino che, in procinto di partire per il fronte, sta salutando il suo bimbo. Il giovane uomo, in divisa, tiene il figlioletto in braccio; questi – avrà poco più di un anno – piange e si dimena: con il suo piccolo pugno colpisce la fronte del padre e nulla giova a strapparlo da quella penosa prostrazione, neppure la merendina che gli porge il genitore, il quale si vede costretto a immobilizzargli, sia pure con la massima dolcezza, il braccio.

Ciò che maggiormente stupisce nel filmato è il nobile contegno del padre, ‘nobile’ proprio nel suo significato etimologico, da noscere, ‘conoscere’, per cui si è tanto più nobili quanto più si conosce. E sono davvero tante le cose che quel giovane soldato deve conoscere (e che verosimilmente avrebbe voluto non conoscere): lo si deduce dalla pacatezza con cui si rivolge al figlioletto (poiché conosce la sorte che potrebbe accomunare entrambi, egli deve trovare la ‘parola-bambina’, il lógos in-fante capace non tanto di tranquillizzarlo, quanto piuttosto di raggiungerne il cuore per depositarvi il proprio patri-monium), dalla compostezza dei gesti, dalla gravitas del volto da cui, tuttavia, lampeggia di quando in quando una indicibile mestizia. Quel bimbo e quel padre sono «compiutamente belli», direbbe il principe Myškin, perché uniti da un amore che è più grande dell’odio che li circonda, più giusto dell’ingiustizia in cui di nuovo è precipitato il mondo, più forte delle esplosioni che pure potrebbero ucciderli.

Queste osservazioni non sono altro che un patetico balbettio: il mistero in cui quel padre e quel figlio sono uniti resta per noi irraggiungibile. Essi sono oltre le porte del tempo, ben più in alto del cielo, nell’abbagliante splendore di un amore da cui è bene distogliere lo sguardo per non deturparlo, tanto è puro. Tuttavia ci domandiamo: ci colpirebbero così tanto queste immagini se non conservassimo nella mente e nel cuore l’immagine pristina da cui esse derivano? Quella, cioè, di Ettore che solleva tra le braccia il piccolo Astianatte?

Insieme all’incontro tra Achille e Priamo che suggella il poema, l’idillio familiare presso le Porte Scee è il momento più alto dell’Iliade e della poesia di ogni tempo (Iliade VI, vv. 399-493). Prima di uscire a combattere, Ettore «dall’elmo di bronzo» incontra la moglie Andromaca: con lei è la balia, che tiene in braccio Astianatte, la cui irriducibile preziosità è resa attraverso tre locuzioni di frastornante bellezza: «bimbo dalla candida mente» (ataláphrona népion), «adorato figlioletto» (agapetón alígkion), «bello come una stella» (astéri kaló). Appena si accorge della presenza del bimbo, l’eroe troiano «sorride guardando[lo] in silenzio» (e dopo questo ‘sorriso silenzioso’ saremmo tentati di chiudere il libro, perché terribile è la bellezza che ci afferra). Andromaca cerca di convincere il marito a non scendere in campo perché, a parte lui, ella non ha più nessuno («Tu […] ora mi sei padre e veneranda / madre e fratello, tu sei il mio sposo in fiore: / abbi dunque pietà di me e resta qui sulla torre, / non fare orfano tuo figlio, vedova la tua sposa!»), ma Ettore le oppone le ragioni non del soldato, bensì dell’uomo che sente il dovere di proteggere la propria famiglia dinanzi a un invasore che minaccia sterminio, ben sapendo che le sorti della guerra sono già state decise («Una cosa in verità so bene nella mente e nel cuore: / verrà giorno in cui Ilio sacra sarà distrutta»). Poi fa per prendere in braccio il figlio, ma questi con uno strillo si ritrae atterrito «alla vista del padre / scorgendo il bronzo delle armi e il pennacchio in crine / di cavallo che ondeggiava minaccioso sulla cima dell’elmo».

Le armi (e dunque la guerra) rendono irriconoscibile il volto del padre; esse lo disumanizzano al punto da metamorfosarlo quasi in un centauro, in un essere metà uomo e metà cavallo, in un mostro che incute terrore (forse così dobbiamo intendere i pugni che il piccolo ucraino dà sulla fronte del padre, come un tentativo, cioè, di togliergli l’elmetto e di spogliarlo della divisa per restituirgli il noto sembiante). Ettore capisce, si sfila l’elmo, bacia Astianatte e, dopo averlo issato sulle braccia, rivolge agli dèi la preghiera più bella che un padre potrebbe formulare per i propri figli, che questi, cioè, diventino migliori di lui: «Zeus e voi altri celesti, concedete che questo / mio figlio diventi quale io sono, insigne tra i Troiani / […] e qualcuno dica di lui: “È assai migliore di suo padre”». Le cose, però, andranno diversamente: dopo la conquista di Troia Astianatte è precipitato giù dalle mura da Neottolemo, figlio di Achille; sul suo cadavere Andromaca, nelle Troiane di Euripide, leva uno dei più struggenti thrénoi di tutti i tempi: «Povero caro, guarda cosa hanno fatto ai tuoi bei riccioli […]! Tua madre te li pettinava e li copriva di baci. La testa spaccata… esce sangue e la ferita sembra una bocca che ride […]! Le tue mani mi ricordano tanto quelle di tuo padre, e adesso eccole qui, a pezzi, tutte rotte. La tua bocca, chiusa per sempre! E quante ne raccontavi per farti bello!» (vv. 1173-81).

Molte domande, però, si affollano ora nella mente: richiamando Omero, stiamo forse estetizzando il Male delle immagini che ci giungono dall’Ucraina, ben consapevoli che ogni estetizzazione del Male serve a renderlo sopportabile? Si possono, si devono descrivere quelle immagini, oppure il solo pensarlo è temerarietà, se non addirittura profanazione? E sì, ci chiediamo se non occorra qualcosa di più delle parole che finora abbiamo impiegato. Sì, ci mancano – soltanto ora ce ne accorgiamo – le sole parole che veramente contano, e cioè i nomi di quel bambino e di quel padre. Per salvare il loro dolore dovremmo ripeterli ogni giorno e soffermarci su di essi. Ma quei nomi non li abbiamo, e mentre quel padre e quel bimbo sono in un paese in guerra, noi siamo al sicuro nelle nostre case.

 

Andrea Panzavolta è giornalista pubblicista. Collabora alla rubrica “Film in discussione” di Iride. Filosofia e discussione pubblica, e ad alcune riviste di critica cinematografica. Dal 2014 è il direttore artistico della rassegna concertistica forlivese “Passioni in musica”.