domenica, Aprile 14, 2024
Cultura

Su verità storica e memoria collettiva

di Corrado Del Bò

 

Storia e memoria: una distinzione necessaria

Il crescente interesse per i temi della verità storica e della memoria collettiva suggeriscono l’opportunità di alcune considerazioni di carattere generale, attraverso la definizione delle caratteristiche specifiche del discorso storico e, successivamente, del tipo di rapporto che esso intrattiene con la memoria.

Cominciamo con l’osservare che la storia mira a comprendere senza giudicare: gli storici indagano i processi storici allo scopo di comprendere che cosa è accaduto e perché (poi ci sarà qualcun altro, eventualmente, che giudicherà). Che cosa è accaduto si riferisce naturalmente al come sono andate le cose, mentre il perché le cose sono andate in un certo modo rimanda alle ragioni che spiegano i nessi tra gli eventi, si tratti di eventi singoli e puntuali (il delitto Matteotti, per esempio) oppure di eventi complessi (il fascismo, per esempio). Così facendo, gli storici assurgono al ruolo di autorità epistemiche: sono coloro che “ne sanno”, e in misura qualitativamente e quantitativamente superiore a quanto ne sanno i semplici dilettanti, né più né meno del fatto che in medicina le persone “competenti” sono i medici e non i pazienti dei medici.

Collegato a questo, c’è un secondo punto da rimarcare: gli storici non sono i testimoni. Colui o colei che racconta come ha vissuto quel che ha vissuto alle persone che non c’erano, a differenza dello storico, non ha il quadro d’insieme. Benché quindi la storia sia fatta di testimoni e testimonianze; benché il ruolo dei testimoni sia certamente importante; e benché dunque interrogare i testimoni sia parte del lavoro storico; ciò non significa che chi ha assistito a certi eventi e magari li ha vissuti in prima persona, pur essendo certamente una persona più informata sui fatti di quanto non lo siamo noi che non c’eravamo, sia un’autorità epistemica come lo è storico. Pensiamo del resto a quando Primo Levi, nel primo capitolo de I sommersi e i salvati, richiama il lavoro svolto sulla sua memoria, per evitare falsi ricordi.

Grazie al lavoro degli storici, e veniamo a un terzo punto, noi siamo in grado di guardare in faccia la realtà. In questo modo, siamo anche in grado di confutare i luoghi comuni che talvolta finiscono per produrre vere e proprie falsificazioni storiche, come per esempio il luogo comune del “cattivo tedesco” e del “bravo italiano” che si diffuse al termine della seconda guerra mondiale (Focardi, 2013). Non sempre è chiaro il confine oltrepassato il quale i luoghi comuni diventano falsificatori, ma è indubbio che, anche quando non lo sono, la semplificazione della realtà che generano ci allontana dalla conoscenza storica e ci indirizza verso ricostruzioni consolatorie del nostro passato.

Sull’uso pubblico della storia

Quello che ci dicono gli storici può essere fastidioso, se non addirittura urticante; può dopotutto essere sgradevole che qualcuno ci faccia presente il grigio di situazioni in cui, se potessimo ragionare in termini di bianco e di nero, troveremmo maggior conforto. Questo però è il compito della storia: guardare, e farci guardare, in faccia la realtà, anche quando la realtà, in questo caso una realtà passata, non è piacevole, perché ci racconta qualcosa che non ci piace sentirci raccontare.

Sapere come sono andate le cose ci dà anche gli strumenti per evitare che accadano di nuovo? La conoscenza storica funziona come “vaccino”? Questo punto è controverso (Pisanty, 2020). Non è invece controverso che una conoscenza storica inesatta o addirittura falsa sia dannosa; è dannosa perlomeno per il fatto che, portando avanti narrazioni di comodo, in ultima analisi, impedisce di fare davvero i conti col passato.

Facciamo un esempio. In Germania ci si è dovuti misurare, nel secondo dopoguerra, con l’enormità del nazismo. Come procedere all’abbandono di un regime esempio del “male assoluto” e realizzare la transizione verso la democrazia? In che modo compiere la denazificazione? Sappiamo che la denazificazione iniziò e in parte avvenne, grazie anche ai processi (dal primo processo di Norimberga in avanti), ma poi si fermò, poiché premevano le urgenze della politica internazionale. Alla fine, la divisione in due della Germania diede luogo a due esiti differenti, ma accomunati entrambi da una rinuncia a fare fino in fondo i conti col passato: a Ovest si scelse la strada di scordare il passato accettando un futuro liberal-democratico, a Est si optò per una narrazione di comodo, per cui i nazisti erano tutti a Ovest, sicché, successivamente, anche il muro di Berlino poté essere presentato come il “vallo antifascista”, per tenere fuori i fascisti da Berlino est (Schwarz, 2019).

Ma, anziché far finta che un manipolo di criminali si fosse impossessato delle leve del potere dello Stato tedesco, e tutti gli altri ne fossero vittime, si sarebbe dovuto riconoscere invece, con franchezza, che a vari livelli il regime nazista aveva trovato un’ampia schiera di collaboratori, disposti quantomeno a voltare la testa dall’altra parte; ciò avrebbe significato – e a Ovest, va detto, negli anni Sessanta del Novecento ciò infine si verificò – ammettere gli errori, abbandonando la tentazione di ricostruirsi un passato immacolato e per questa via sminuire le proprie colpe, come individui e come membri di una comunità politica.

 

Sull’uso pubblico della memoria

Veniamo ora alla memoria. Dobbiamo per prima cosa uscire dall’equivoco, che naturalmente agli storici è ben noto, e chiarire che la memoria non è la storia (Flores, 2020). La memoria, infatti, è una rappresentazione del passato per estrapolazione; noi, per così dire, facciamo un carotaggio sul passato e selezioniamo alcuni eventi. Da questo punto di vista, la memoria collettiva è innanzitutto selettiva, né più né mendo di quanto lo è la memoria individuale: non ci ricordiamo tutto, dimentichiamo anzi molto, ma ci ricordiamo assai bene di quegli eventi che riteniamo che meglio ci rappresentino. Inoltre, la storia, nel suo esser selettiva, è sacralizzante, il che comporta che la memoria, più che un mezzo per guardare in faccia alla realtà, diventa essa stessa un mezzo per guardare alla realtà come vorremmo che fosse, in ultima analisi e il più delle volte uno strumento di legittimazione politica.

Anche se sono accomunate dall’obiettivo di rapportarsi al passato in modo utile per il presente, memoria e storia imboccano, a ben guardare, due tragitti distinti: la storia serve a comprendere come sono andate le cose, mentre la memoria serve a fondare delle identità e a dire chi siamo. In un certo senso, la memoria è caratterizzata da “presentismo”: usa il passato, ma con una funzione schiettamente legata al presente, ed è per questo rischiosa, dal momento che, ove si saldi a istanze di tipo moralizzante, favorisce lo schematismo e allontana la complessità, che è tipica invece del discorso storico.

Quando poi scoppiano disaccordi politici profondi, la memoria subisce una sorta di polverizzazione, e questo pone sotto attacco la pacifica convivenza sociale, proprio perché viene meno o viene indebolito quel sostrato ideologico che dava forza a quest’ultima. Lo vediamo oggi con le cosiddette “guerre della memoria”, quando cioè si è iniziato a confliggere sui contenuti da dare a certe scelte memoriali, le quali presuppongono un qualche riferimento al passato, che però è selezionato in modo differente dalle parti in conflitto e, soprattutto, da chi se ne ritiene erede.

La polverizzazione della memoria retroagisce però anche sulla storia. Quando si radicalizzano i disaccordi, si perde anche la consapevolezza storica generale dei cittadini; questo perché si tende a produrre versioni dei fatti storici sempre più di parte, che sono sempre più semplificate e che a volte arrivano addirittura alla falsificazione. In questi casi, in un certo senso, si sperimenta la violazione delle sfere di competenza: l’urgenza della memoria fa saltare i confini tra storia e memoria, che non sono più delimitati in maniera plausibile e ragionevole, e la memoria fagocita pezzi di storia, perché la memoria è più potente della storia.

Questo ci dice anche qualcosa sul dovere della memoria e sulla memoria come un antidoto all’oblio. In realtà, la memoria è la selezione di ciò che va ricordato e di ciò che va dimenticato, sicché, quando parliamo di dovere di memoria, noi stiamo semplicemente dicendo che certi fatti devono essere ricordati perché fanno parte di quell’atto di definizione della comunità politica che vogliamo essere e, guardando al rovescio della medaglia, della comunità politica che non vogliamo essere. Il dovere della memoria è presentato come un invito al sapere ma, più correttamente, dovrebbe essere un invito al volere.

 

Riferimenti bibliografici

Flores, Marcello (2020), Cattiva memoria. Perché è difficile fare i conti con la storia, Bologna, il Mulino.

Focardi, Filippo (2013), Il cattivo tedesco e il bravo italiano, Roma-Bari, Laterza.

Levi, Primo (2014), I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi.

Pisanty, Valentina (2020), I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe, Milano, Bompiani.

Schwarz, Géraldine (2019), I senza memoria, Torino, Einaudi.

Corrado Del Bò è Professore Associato di Filosofia del Diritto alla Università di Milano Statale. E-mail: corrado.delbo@unimi.it