lunedì, Aprile 15, 2024
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Femminismo e pacifismo: quale connessione?

a cura di Chiara Magneschi

 

Il legame tra femminismo e pacifismo non sembra essere stato oggetto, finora, di particolari approfondimenti teorici1. Sebbene non manchino accurate ricostruzioni storiografiche sul ruolo delle donne nei processi di pace2, si tratta di una connessione più percepita che teorizzata, attuata ancor prima che professata, e comunque ancora non abbastanza valorizzata. Dallo scoppio del conflitto russo-ucraino, tuttavia, l’emersione di manifestazioni pacifiste di gruppi femministi – emersione invero sotto-rappresentata dai media – è stata accompagnata da una proficua riflessione sulle reciproche connessioni tra femminismo e pacifismo, e sul contributo che il primo può dare al secondo.

Queste domande hanno costituito il cuore dell’incontro L’impegno per la pace. Una prospettiva femminista, curato dal Gruppo di lavoro Interunivesitario sulla Soggettività politica delle donne (SPDD), introdotto da Orsetta Giolo (Università di Ferrara) e coordinato da Lucia Re (Università degli studi di Firenze), che si è tenuto online l’11 marzo 2022.

Il relatore e le relatrici, Adalgisio Amendola, Tecla Mazzarese, Giorgia Serughetti e Valeria Verdolini, hanno risposto affermativamente al quesito introduttivo, ovvero se esista una connessione tra pacifismo e femminismo, con spunti diversi ma tutti strettamente ancorati all’attualità.

Quanto è accaduto negli anni Novanta, con le guerre jugoslave, quando il pacifismo fu chiamato a ri-orientarsi rispetto a dinamiche belliche inedite che imponevano uno spostamento di prospettive e di collocazione, sembra accadere anche oggi: il pacifismo, in questo giorni, è chiamato a (ri)qualificarsi secondo Adalgisio Amendola (Università di Salerno) anche perché appare del tutto insoddisfacente l’equidistanza espressa nella formula “né con x, né con y”. Essere pacifisti significa piuttosto “esserci per”, essere equivicini.

I dilemmi e i drammi posti dall’attitudine all’equivicinanza sono, per molti aspetti, analoghi a quelli suscitati dal prendersi cura di qualcuno – attività già di per sé tra le più complesse e difficili – con l’aggravante tragica di trovarsi in una condizione di morte e sterminio, come quella della guerra armata. Questo accostamento inizia a suggerire tracce del nesso ricercato: la prospettiva femminista può aiutare il pacifismo a rafforzare la propria identità. In particolare, può aiutare molto, in questo processo, considerare la prospettiva femminista offerta dalla forma più organizzata: quella delle reti trans-femministe e del femminismo globale, che trovano espressione nel movimento “Ni una menos”, con una larga partecipazione anche in Italia.

L’attuale femminismo globale costruisce un discorso complesso e complessivo sui rapporti di oppressione, che lega la violenza specifica dei rapporti di genere al tema della crisi dell’ordine globale. In questa chiave, la prospettiva femminista assolve a due funzioni fondamentali. Da un lato, riesce a decifrare la guerra attuale come mondiale non tanto per il rischio, che pure ora è divenuto pronunciabile, di una terza guerra mondiale, ma soprattutto poiché si svolge sullo sfondo di un ordine globale in disfacimento. Dall’altro lato, contribuisce a interpretare questo conflitto alla luce della dimensione identitaria. Al pari della violenza di genere, la guerra punta in effetti a minare l’espressione delle identità, tanto che si costruisce fin da principio a partire dai corpi. Non è allora un caso se il Patriarca Kirill richiama al congelamento delle identità e si scaglia “contro la lobby gay!”, né è un mistero che l’obiettivo di Putin sia quello di ritrovare la “durezza identitaria”, come ha ricordato Adalgiso Amendola. In senso contrario, è significativo che il Manifesto delle femministe russe abbia richiamato da subito il “blocco delle identità” come fattore costitutivo della guerra in corso.

A sua volta, le polarizzazioni tra “identità da preservare” e “identità da rimuovere” sono funzionali alla riproposizione di uno spettro che sembrava sopito, ovvero il “conflitto di civiltà” (in maniera analoga titolava, evocando il titolo del famoso saggio di Samuel Huntington, il Guardian qualche giorno fa). Il femminismo ha estrema dimestichezza con il disvelamento delle contrapposizioni funzionali al mantenimento dello status quo, ovvero all’egemonia del potere maschile. E non stupisce che le Femministe russe abbiano segnalato la necessità di arrestare sul nascere lo scontro di civiltà come progetto di risveglio dell’identità occidentale.

La guerra, così come la violenza, è costitutiva delle contrapposizioni e delle diseguaglianze di genere: questo ci ha insegnato il femminismo. Si tratta di una lettura critica in grado di intercettare e denunciare tutti quei tentativi di difendere una particolare identità – monoliticamente intesa – rispetto a un’altra, che sia quella dello straniero, della donna, della persona LGBTQ. L’emersione del “soggetto imprevisto” femminista ha spesso fatto saltare i dualismi nella storia, ed è auspicabile che sia proprio questo il suo contributo anche alla causa pacifista. È uno strumentario, quello femminista, in grado più profondamente di ogni altro di disvelare le gerarchizzazioni (in questo il femminismo intersezionale ha particolare merito) e le retoriche (tanto quella del maschio libero combattente, cui corrisponde la donna nelle retrovie, quanto quella opposta ma uguale, come ha fatto notare Tecla Mazzarese (Università di Brescia) della donna che imbraccia il fucile: l’una e l’altra funzionali alla guerra e al divieto di espatrio per i disertori.

Un ulteriore e importante passaggio del processo di “disvelamento” è la capacità di saper distinguere tra “femminile” e “femminismo”, ha osserva Giorgia Serughetti (Università di Milano Bicocca), anche nel senso anzidetto di smontare la retorica che vuole la donna “per natura” votata alla sfera privata, dedita all’accudimento e, dunque, essenzialmente contraria alla guerra. Fino a un certo momento della storia, fin quando le donne non hanno ottenuto il diritto di voto e l’accesso a ruoli decisionali pubblici, avallare questa “predestinazione” era semplice e inferire l’estraneità del mondo femminile alla guerra era agevole. Non lo è più oggi, quando ad esempio già la sola Unione Europea conta tre donne in posizione di vertice. È dunque importante che il movimento femminista presenti l’adesione pacifista come scelta, più che come destino, continuando ad affinare la capacità di disvelamento della matrice di genere nelle aggressioni (anche a fronte, appunto, del coinvolgimento del “femminile” nei processi decisionali che conducono alla guerra).

La capacità che il femminismo sta dimostrando, di affermare istanze protettive globali, può facilitare un rafforzamento anche del pacifismo: l’azione di entrambi i movimenti si fa concreta nella misura in cui smaschera l’esercizio di un potere che serve a riprodurre le strutture di disuguaglianza.

Infine, il femminismo ci insegna che la lotta e la resistenza non si compiono replicando la violenza, ma semmai reagendo con forme impreviste, inconsuete, ed anche stando al margine, in qualità di osservatrici e osservatori. In questo senso Judith Butler parlava di non violenza aggressiva, ha ricorda Valeria Verdolini (Università di Milano Bicocca): si tratta di una postura attiva, che supera la posizione “vittimaria” ma anche la reazione analogamente violenta, impegnandosi a individuare gli schemi di dominio sottesi all’attribuzione di ruoli statici. Si tratta di un concetto simile a quello espresso da Aldo Capitini: non si tratta di perseguire una non-violenza, quale reazione uguale e contraria alla violenza, ma piuttosto una “nonviolenza”, concetto altro e, in primis, metodo di organizzazione alternativa del potere. Un insegnamento non da poco, per i critici del pacifismo come in-attivismo.

 

Consigli di lettura

AA.VV., Donne e impegno pacifista nell’Italia repubblicana, «DEP – Deportate, esuli, profughe», 46, 7, 2021.

AA.VV., Donne disarmanti, «DEP – Deportate, esuli, profughe», 41-42, 1, 2020.

Paola Bacchetta et al., Transnational Feminist Practices against War, «Meridians», 2, 2, 2002, pp. 302–308.

Maria Montessori, La paix et l’éducation, Bureau International d’éducation, Genève 1932.

Paola Rivetti, Di fronte alla guerra, rivolgiamoci al femminismo, «MicroMega», 1 marzo 2022.

 

Note

1 Segnala questa “carenza” B. Bianchi, Il militarismo, la maternità, la pace. Voci dal femminismo italiano (1868 – 1918), in P. M. Filippi (a cura di), Parlare di pace in tempo di guerra. Bertha von Suttner e altre voci dal pacifismo europeo, Accademia roveretana degli agitati, Rovereto 2015, pp. 9-46.

2 E. Guerra, Il dilemma della pace. Femministe e pacifiste sulla scena internazionale, 1914-1939, Viella, Roma 2014. Lavoro analogo ha svolto, in precedenza, F. Pieroni Bortolitti, La donna, la pace, l’Europa, Franco Angeli, Milano 1985. Si vedano anche, M. Scriboni, I movimenti delle donne contro le guerre di fine Ottocento e inizio Novecento, in «Guerre&Pace», XVIII (2011), n. 162, pp. 44-61; A. Buttafuoco, Cronache femminili. Temi e momenti della stampa emancipazionista in Italia dall’Unità al fascismo, Editrice Grafica l’Etruria, Arezzo 1988.

 

Chiara Magneschi è avvocata e ricercatrice aggregata al Centro Interdisciplinare “Scienze per la Pace” e docente a contratto in Teorie giuridiche e politiche e diritti umani presso il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa.