Come si pratica la nonviolenza: le lezioni di Comiso degli anni ’80

La nonviolenza si può imparare? Sì, ma per essere praticata richiede impegno ed esercizio. Nei giorni bui della guerra in Ucraina, quando l’unica modalità per mostrare solidarietà alla popolazione aggredita sembra essere quello delle sanzioni e dell’invio di armi, Martin Köhler ricorda che cosa ha imparato quasi 40 anni fa dalle mobilitazioni nonviolente contro l’installazione dei missili nucleari statunitensi a Comiso, in Sicilia. Questa lezione, con le dovute differenze, è praticabile anche in Ucraina, per interrompere la spirale della violenza e creare le condizioni per un vero negoziato di pace e la ricostruzione di un nuovo ordine mondiale? In questa ricostruzione, pubblicata su Sbilanciamoci.info, la risposta è affermativa: la nonviolenza emerge chiaramente per quella che è, non per come la rappresentano i suoi detrattori, ossia come una lotta, in cui si mette in gioco se stessi. Altro che indifferenza e cinismo: la resistenza non armata e nonviolenta è l’unica risposta valida contro la guerra nell’epoca atomica, in cui l’unica vera appartenenza che conta è quella all’umanità.

 

di Martin Köhler

Nell’estate del lontano 1983, migliaia di italiani arrivarono in Sicilia per impedire i lavori della costruzione della base missilistica nucleare di Comiso. Impedirli nel senso più stretto della parola: non con dibattiti e manifestazioni, dialoghi coi fautori della base e compromessi negoziali, ma coi loro corpi, riuniti e stesi di fronte ai cancelli dove sarebbero entrati i camion di chi lavorava alla base. Era il 1983, non un periodo di guerra aperta come oggi. Non si dovevano temere i proiettili dei cecchini e una morte improvvisa, solo le manganellate di poliziotti e carabinieri, magari qualche camionista che si avvicinava troppo con il suo mezzo pesante. Questo sì, questo succedeva, e il lazzaretto nel campo dei pacifisti in qualche giornata andata male era davvero troppo piccolo. Ma non era una guerra. Non è neanche minimamente paragonabile. 

Quello che voglio raccontare di quell’esperienza non ha molto da dirci in questo momento di guerra aperta nell’Ucraina. Forse solo due piccole cose: quelle anime nei corpi riuniti, stesi di fronte ai cancelli sentivano di non aver altra scelta d’azione possibile per evitare il rischio di una guerra nucleare. E non erano andati lì in modo casuale o spontaneo – magari dopo aver visto immagini di morte dopo un attacco atomico -, si erano addestrati con cura nei giorni precedenti alle azioni.  

In questi giorni vediamo le immagini di volontari ucraini che partono per combattere in difesa della loro terra, molti dei quali vengono addestrati ad usare per la prima volta un’arma. Mi si spezza il cuore. Sento dolore per loro e contesto la loro scelta. Facciamo un passo indietro. Voglio capirli, e per essere nelle loro condizioni dovrei avere gli stessi due presupposti: nessun’altra scelta di azione possibile nella mia convinzione, e un addestramento per svolgere la mia azione con qualche probabilità di successo. Con la differenza che io lo farei come pacifista, non come soldato.

Riguardo al primo presupposto di scelta d’azione pacifista, sono molto incerto. Spero che qualcuno proponga un’azione diretta, abbia l’idea di una carovana di pace che arrivi a Kiev o a Mosca, come si è fatto negli anni ’90 durante la guerra nell’ex-Jugoslavia, a Sarajevo. Un’idea per la quale direi spontaneamente: “Vengo anch’io”. Riguardo al secondo presupposto, so che cosa dire. So quale addestramento ci vuole per un’azione pacifista, per rendere le idee tue e degli altri limpide ed efficienti, e trasformare così un gruppo di fortuna in un gruppo di persone che sanno agire insieme con successo.

In questi giorni di guerra nell’Ucraina e del mio desiderio di “fare qualcosa” ho sfogliato i miei materiali del tempo di Comiso, e ho trovato le tracce di un workshop sulla pratica della nonviolenza svoltosi ad un raduno dei Valdesi a Pinerolo, nell’agosto 1984. Permettetemi di raccontarvelo col desiderio di poter tornare oggi a queste pratiche, per “fare qualcosa” per fermare la guerra, di fronte alle caserme, non solo in Russia e in Ucraina, ma anche in Italia, di fronte alle industrie delle armi, ai ministeri e parlamenti che decidono sull’andamento di questa guerra, perché siamo convinti che non abbiamo nessun’altra scelta possibile nelle nostre convinzioni.

Buongiorno, siamo 18 persone e abbiamo tre giorni di tempo. Ottime condizioni. Ma 18 sono troppi. Facciamo due gruppi di nove. Nove persone si possono conoscere in tre giorni, le loro forze e il loro possibile contributo all’azione comune. In nove persone troviamo tutte le capacità di cui abbiamo bisogno per qualsiasi azione di successo. Nei tre giorni, la mattina facciamo crescere il gruppo, il pomeriggio facciamo crescere noi stessi. 

Così mi trovo con otto persone sconosciute, nessuno mi stimola in modo particolare, ma pazienza. Il programma presentato dagli “istruttori alla nonviolenza” si basa sulle tecniche del centro New Life dei quaccheri di Filadelfia, è decisamente pratico “all’americana”, non filosofico “alla Gandhi”. Già il primo giorno sembra tosto. In mattina, tre ore di lavoro su come “arrivare a decisioni rapide”, sempre con vincoli di tempo, a volte in mini-gruppi di tre, poi in nove, poi di nuovo a tre, nessun minuto di pausa.

Sei in una manifestazione nonviolenta, quando vicino a te qualcuno comincia a lanciare sassi contro la polizia. Che fai? Avete due minuti in tre persone, tre minuti in nove persone per arrivare a una decisione.

Sei su un treno della metropolitana, tardi, la notte, con altri otto passeggeri mezzi addormentati, quando ad una fermata due maschi entrano, si siedono vicino a una giovane donna e cominciano a parlare in modo volgare. La donna cerca di non reagire agli insulti verbali, ma sembra evidente che ha bisogno di aiuto. Sembra che tu sia l’unica persona che si rende conto della situazione. Che fai? Di nuovo, due minuti in tre, tre minuti in nove per arrivare ad una decisione.

Siete arrivati a notte fonda di fronte alla caserma per impedire all’indomani l’uscita dei carri armati coi vostri corpi stesi sulla strada. Finora non avete osservato nessuna reazione dall’interno della caserma. E’ mattino presto, alcuni di voi si allontanano per prendere caffè e brioche per tutti, quando all’improvviso si aprono i cancelli ed escono i soldati. Non siete in numero sufficiente neanche per bloccare fisicamente la strada. La stampa/tv è presente. Che fate? Tre minuti in tre, delegati dei mini-gruppi per tre minuti, tre minuti d’integrazione delle proposte, un minuto in nove per arrivare a una decisione finale.

Siamo tutti a pezzi dallo stress per il poco tempo in questi e altri esercizi di arrivare a decisioni rapide. Ma mi colpisce che in tutti i casi almeno i mini gruppi di tre trovano delle decisioni chiare e condivise. C’è ancora da imparare per arrivare a decisioni rapide con nove persone.

Il pomeriggio sembra una passeggiata, “far crescere noi stessi”, ma diventa tutt’altro. Il tema è quello delle divisioni di classe. Una donna scoppia in un pianto torrenziale, mi sento incapace di reagire. Che cosa c’entra con la nostra azione contro i missili parlare di quanti soldi abbiamo, con quali risorse economiche siamo cresciuti?

Le identità di classe sono importanti a livello emotivo. Producono sofferenze attraverso le divisioni sociali. Producono il senso di colpa per avere di più o l’autocommiserazione per “non avercela fatta”.  Siamo qui per il nostro desiderio di cambiamento sociale. Sembra una scelta intellettuale, ma il motivo è che vogliamo combattere contro le forme di repressione che abbiamo sperimentato nelle nostre vite. Non sbagliate. Non siamo psicoterapeuti, il movimento nonviolento non è il sostituto di una terapia. Ma il nostro impegno per la pace richiede molta disciplina, fiducia tra di noi e orgoglio in quello che facciamo insieme. Abbiamo bisogno di riconoscere i nostri limiti, le nostre paure, e di trovare il miglior modo di cooperare. Colpevolezza e vergogna limitano la nostra capacità di cooperazione. Eliminarle ci aiuta a creare una comunità che sia solida e ti aiuta in momenti di crisi personale durante un’azione.

Questo pomeriggio i gruppi sono costruiti in base “all’identità sociale” e poi vengono mescolati, gente ricca con gente povera. Non so neanche dove mettermi. Non so neanche come rispondere alla domanda posta a tutti: “Di che cosa sei fiero della tua educazione di giovane, di che cosa ti vergogni”. Non ci ho mai pensato. Poi devi condividere con qualcun altro “la tua prima esperienza di oppressione di classe e che reazione hai avuto”.  D’improvviso mi ricordo che nel mio ginnasio quasi tutti i ragazzi vivevano nel quartiere delle villette e che mi serviva di essere “di sinistra” per prendere a pugni uno “di destra” che viveva lì. Interessante che la violenza sia sempre così a portata di mano. A questa donna che piange offro un contributo per la quota che deve pagare per questo workshop. Mi dà uno schiaffo, dice: “Questo workshop per me è importante, non ti permettere di pagare per me”.

Mattina del secondo giorno, tema: “Arrivare a decisioni consensuali”, un gioco di ruolo in cui ogni mini-gruppo deve sviluppare una posizione e convincere gli altri sul suo ragionamento, per poi negoziare un compromesso. Anche oggi sotto costante pressione di tempo, e variando tra mini-gruppi, contatti con gli altri gruppi, a volte contatti solo tra emissari dei gruppi.

Fai parte in un “gruppo di affinità” che nel passato era molto attivo in azioni dirette contro basi militari, ma da tempo non più. Succede che una manovra militare viene annunciata il giorno dopo la festa della repubblica, che viene sempre celebrata con una parata militare. In tutta la regione gruppi di attivisti come il vostro discutono se la parata, la manovra, tutte e due, o nessuna delle due verrà disturbata con azioni dirette. Negli anni scorsi, c’erano sempre delle azioni contro la parata, ma nessuno ha mai avuto esperienze con azioni dirette contro una manovra militare. Il comandante della manovra ha già detto che i manifestanti rischierebbero non soltanto la prigione, ma anche la salute, visto che i soldati non interromperebbero le loro azioni. Al vostro gruppo di affinità si chiede di trovare un consenso sul modo di partecipare ad azioni comuni, da discutere con gli altri gruppi.

Io sono nel mini-gruppo a tre che si oppone ad ogni azione. Dobbiamo trovare una giustificazione per la nostra posizione e poi negoziare con i mini-gruppi che sono a favore di azioni contro la parata oppure anche contra la manovra. Abbiamo più tempo che nel primo esercizio, ma lo stress sul tempo rimane considerevole. Questa volta però ci ribelliamo e contrattiamo con gli istruttori per avere più tempo. Sono discussioni dure. All’inizio solo il mio mini-gruppo di nullafacenti ha bisogno di più tempo perché facciamo fatica a giustificarci. Niente da fare, gli istruttori sono durissimi. Poi negoziamo con gli altri due mini-gruppi, e insieme di fronte agli istruttori li costringiamo a darci più tempo. Così impariamo già durante l’esercizio come negoziare sui tempi. Nel mio mini-gruppo scopro che uno ha la dote di essere il nostro portavoce, mentre l’altra è un’ottima diplomatica. Sono molto fiero del mio mini-gruppo; non lo cambierei con nessun altro.

Il pomeriggio di nuovo “crescita personale”. Oggi il tema è il sessismo. Facciamo due file, una di donne, una di uomini, faccia a faccia a mezzo metro di distanza, e ci diciamo tutto ciò che non ci piace dell’altro genere. Poi tutte le donne in circolo, con tutti i maschi intorno, e viceversa, sul tema “come voglio avere l’altro sesso come mio alleato”.

La nonviolenza come strategia è orientata a produrre successi, come ogni iniziativa. Ma definisce il “successo” come uno stadio in un processo a lungo termine. L’orientamento al processo è un elemento specifico dell’esperienza femminile che vogliamo rivalutare dentro le nostre strategie. Aiuta a estendere la nostra emancipazione personale a livello di visione generale della società. 

Mi trovo di nuovo con la donna che ieri mi voleva picchiare, faccia a faccia per una promessa all’altro genere su che cosa mi impegno a essere suo alleato.

Ultimo giorno. Gli istruttori ci danno un’aspra valutazione dei nostri sforzi nei due giorni passati. Dicono che siamo troppo contenti di trovarci bene nei mini-gruppi di tre, e che non ci lasciano andare finché non arriviamo a trovarci bene in gruppi di nove persone, perché un gruppo troppo piccolo non riesce a funzionare in modo efficiente in un’azione diretta nonviolenta. Il tema di oggi perciò è “come facilitare un gruppo per la soluzione dei conflitti“. 

In quasi tutti i gruppi, le persone col tempo trovano i loro ruoli per sostenere la vita del gruppo. Ma sotto stress, alcuni gruppi non stanno più bene e qualche membro del gruppo è accusato per le difficoltà comuni. Si tratta invece di ruoli che non sono svolti in modo appropriato. Per questo dobbiamo essere consapevoli dei ruoli importanti per il funzionamento del gruppo. Ci sono “ruoli con compiti” e “ruoli di mantenimento”. Nessun ruolo è più importante dell’altro, e il nostro compito è d’essere capaci di funzionare in tutti i ruoli. I compiti comprendono dare informazioni, richiedere opinioni, chiarire, elaborare, coordinare opinioni, sviluppare una procedura, riassumere un risultato. Ruoli di mantenimento comprendono incoraggiare le persone a parlare, esprimere sostegno per una posizione, allentare le tensioni, prestare attenzione a come procede una discussione. Il ruolo del facilitatore del gruppo ha bisogno della massima attenzione perché deve svolgere una varietà di ruoli allo stesso tempo. Guida il gruppo nella definizione dell’azione e come arrivarci. Ma non è che la qualità del facilitatore emerga per magia. Serve soprattutto la capacità di ascoltare senza pregiudizi e la sensibilità per l’evoluzione dei conflitti che possono impedire il raggiungimento dello scopo che il gruppo si è dato. Si può imparare.

Di nuovo siamo seduti in due circoli, uno interno di nove persone che discutono un conflitto e che cosa fare, uno esterno di nove persone che osservano i ruoli svolti dalle persone nel circolo interno. Il problema da discutere è: “Soldati americani pestano le donne sedute davanti alla base missilistica di Greenham Common” (articolo de “L’Unità” del 2 agosto 1984). “Come reagire?” . Io faccio parte del gruppo interno. Mi dicono dall’esterno che sono bravo a esprimere sostegno per una posizione, perché spesso annuisco in segno di assenso. Non avrei mai pensato che annuire sia importante per fermare i missili. 

L’ultimo pomeriggio era in programma un esercizio di “crescita personale” sul tema del razzismo. Ma durante il pranzo, alcuni partecipanti hanno sollevato il problema che al mattino alcuni avevano espresso: il parere che l’azione nonviolenta dovrebbe includere la distruzione di oggetti. I loro emissari hanno contattato delegati dei mini-gruppi, poi raggiunto il consenso hanno discusso con gli istruttori. Loro hanno accettato il cambiamento del programma, con la condizione che i protagonisti dell’approccio di includere la distruzione degli oggetti presentino in venti minuti il modo di svolgere questo workshop. Ci sono riusciti. La loro domanda principale era: “Che cosa ti dà un senso di forza e di successo durante un’azione o quando leggi articoli sulla resistenza di altri? La distruzione di oggetti figura in questo sentimento di forza?”. 

Il dibattito è stato molto agitato, sembra ci sia una grande divisione tra la cultura di resistenza negli Stati Uniti e quella dei pacifisti italiani. Ma alla fine è uscito tutt’un altro risultato, che ha chiarito il nostro concetto di nonviolenza:

– Conflitto: è la fonte del cambiamento. Solo quando un conflitto è riconosciuto può essere risolto in modo positivo. Conflitti nascosti rimangono sempre negativi.

– Potere: la nonviolenza ruota intorno alla domanda di potere. La nonviolenza dà potere alle persone che vogliono sfidare il potere delle autorità.

– Orgoglio: la nonviolenza è centrata sull’orgoglio: “I am somebody”; chi ha fiducia nelle proprie capacità rispetta le capacità degli altri.

– Verità: risiede in tutte le parti di un conflitto. Perciò è essenziale rispettare l’avversario come fonte di verità e parte della soluzione del conflitto.

– Tempo: i conflitti sono radicati profondamente nelle nostre società. Serve disciplina per lungo tempo per risolverli.

– Processo e obiettivi: tutti gli scopi della nostra azione sono temporanei e devono essere coerenti con il processo attraverso il quale vengono raggiunti. Più che ogni scopo raggiunto, è il processo della nostra azione comune che rappresenta l’utopia necessaria nella nostra vita quotidiana.

– Violenza:  assumiamo che la violenza non funziona per la soluzione dei conflitti e perciò rimaniamo nell’area della nonviolenza. Quando la nonviolenza raggiunge i suoi limiti a causa di una risposta violenta da parte del potere contestato, la nostra azione potrebbe includere la violenza contro oggetti. Questo dipende dalla forza del movimento nonviolento e dal contesto storico specifico della situazione. Ma rimangono saldamente in piedi due principi di base: esiste verità nel tuo avversario, e perciò le lesioni all’avversario devono essere minimizzate.

– Controllo: siamo massimamente responsabili per ciò che riusciamo a controllare. Non possiamo controllare il risultato di una lotta, ma abbiamo il controllo sui metodi che usiamo. Perciò, quando esistono alternative su come condurre una lotta di liberazione, preferiamo di gran lunga la strategia della nonviolenza. Nel controllo dei nostri metodi celebriamo la nostra affermazione della vita, anche se ci porta in prigione.

Oggi, di fronte a una guerra in atto in Europa, le domande emerse in quegli esercizi di preparazione ad azioni dirette nonviolente sarebbero certamente diverse se realizzate in un’area di conflitto: come reagire se il gruppo viene attaccato dai militari; quale atteggiamento di non-cooperazione attiva con l’invasore dev’essere attuato; quali rischi per l’incolumità dei membri del gruppo si devono correre? Anche la determinazione dei ruoli importanti dentro il gruppo sarebbe da modificare: quale ruolo per la comunicazione con l’esterno; vanno delegati alcuni compiti ad un gruppo esterno all’azione? Ma sono convinto che i principi che trasformano un gruppo di fortuna in un gruppo efficiente per fermare le armi rimangano gli stessi. 

Certo, nella situazione di oggi nessuna azione diretta nonviolenta può avere come scopo quello di far tacere le armi. Servirebbero azioni simboliche, azioni che denunciano le tante altre facce di una guerra, azioni che comunicheranno un messaggio di speranza alla gente del posto e a chi sta seduto sui divani in Italia, magari una speranza paragonabile all’immagine di Papa Francesco la notte del Venerdì santo del 2020, da solo, sotto la pioggia a Piazza San Pietro. La speranza è l’energia che fa nascere mille altre azioni. 

Certo, non avrò convinto i volontari ucraini che in questo momento imparano come usare un fucile. Ma almeno spero di averli guardati negli occhi. In ogni caso, io sono pronto.

 

Fonte: Sbilanciamoci.info, 22 marzo 2022.