Di ingiustizia ambientale si muore nella Terra dei Fuochi

di Roberta Daraio

 

Il 10 febbraio 2021 è stato pubblicato il report derivante dalla collaborazione scientifica tra l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e la Procura della Repubblica Napoli Nord, contenente l’analisi dei dati relativi alla presunta correlazione tra l’incidenza di patologie gravemente dannose per la salute umana e l’esposizione, diretta o indiretta, a siti di smaltimento e combustione dei rifiuti di tipo legale e/o illegale nella zona nota come “Terra dei Fuochi” in Campania. Tale collaborazione era partita nel 2016 a seguito della pubblicazione del volume Mortalità, ospedalizzazione e incidenza tumorale nei Comuni della Terra dei fuochi in Campania”, redatto dallo stesso ISS, in cui veniva dichiarato un allarmante incremento nei dati di mortalità e ospedalizzazione per diverse patologie, le cui cause si sospettava derivassero da un’esposizione prolungata a inquinanti ambientali. Si tratta, in effetti, di una delle più grandi emergenze ambientali dell’Italia contemporanea, che merita di essere ricostruita e analizzata secondo il quadro teorico della Giustizia Ambientale.

 

Environmental Justice ed emergenza rifiuti nella Terra dei Fuochi

L’area del territorio campano nota come Terra dei Fuochi è protagonista di una crisi ambientale che il Governo italiano ha tentato di contrastare fin dal 1994 attraverso la dichiarazione di un temporaneo Stato di emergenza che, in realtà, si è poi protratto per il successivo ventennio. L’emergenza si è inserita in un contesto di fragilità istituzionale, economica e sociale, ed è stata fortemente aggravata dalla presenza delle organizzazioni criminali locali, definite da Legambiente con il termine Ecomafie, che hanno esacerbato una situazione di per sé già molto complessa. La prospettiva dell’Environmental Justice (EJ) risulta particolarmente utile nell’analisi del caso della Terra dei Fuochi, perché permette di evidenziare la stringente relazione causale tra tumori e rifiuti. Infatti, i risultati del report prima citato, e pubblicato lo scorso anno, hanno confermato e legittimato quella che, in un primo momento, era stata screditata come un’ipotesi infondata frutto dell’allarmismo della popolazione locale.

Si è rilevato un considerevole incremento dei tassi di mortalità e ospedalizzazione nella popolazione residente nelle aree danneggiate da inquinamento ambientale a causa di patologie tumorali, asma, varie forme di leucemie e malformazioni congenite. A destare particolare preoccupazione sono stati i dati relativi a un incremento di tumori del tessuto linfoematopoietico nella fascia di età compresa tra 0 e 14 anni. 

Riferendosi al caso campano, si tende spesso a focalizzare l’attenzione sui fattori quali l’inadeguatezza delle misure adottate dall’amministrazione pubblica o le continue infiltrazioni da parte del crimine organizzato, che ha lucrato sull’emergenza. Sebbene l’analisi di questi fattori sia fondamentale per una comprensione quanto più profonda possibile del problema, vi sono altri elementi da tenere in considerazione in una prospettiva di Environmental Justice, la cui origine risale ai casi di ingiustizia e razzismo ambientale verificatisi nel continente americano negli anni Settanta. Il termine Environmental Justice venne usato, infatti, per la prima volta da Benjamin Chavis in riferimento al razzismo ambientale di cui era vittima la popolazione, prevalentemente afroamericana o con bassi livelli salariali, residente in alcune aree degli Stati Uniti, i primi a mobilitarsi per il riconoscimento del diritto alla Environmental Justice. 

L’EJ propone strumenti per l’identificazione dei casi, l’analisi teorica dei loro elementi caratterizzanti e la ricerca di concrete soluzioni, su cui solo recentemente si è iniziato a riflettere. Gli storici dell’ambiente Marco Armiero, dirigente di ricerca del CNR-ISMed e Giacomo D’Alisa ricercatore del Centre for Social Studies at the University of Coimbra, hanno condotto degli studi per definire il caso campano come un esempio specifico di ingiustizia ambientale nel panorama italiano, includendo nella definizione di Environmental Justice una nuova accezione in riferimento ai movimenti sociali sorti, negli ultimi anni, contro l’inquinamento, le estrazioni e le devastazioni ambientali.

Gli elementi corrispondenti al paradigma della Environmental Justice comprendono gli effetti della devastazione ambientale visibili nei cosiddetti corpi subalterni, ovvero i corpi della popolazione residente in aree marginalizzate dal punto di vista economico, politico, sociale. Anche il caso campano rispecchia gli elementi del paradigma tipici dell’EJ nelle zone di Chiaiano e Acerra, dove i cittadini residenti vanno considerati come vittime, poiché forzati a vivere in un territorio devastato dall’inquinamento e da sostanze altamente dannose per la salute. 

Le devastazioni ambientali, operate dalle istituzioni pubbliche e dalle organizzazioni criminali sin dagli anni ‘70 e ’80, hanno prodotto effetti visibili solo a partire dagli anni 2000 durante i quali la popolazione, esasperata, si è mobilitata e costituita in comitati, organizzazioni e associazioni. Tali mobilitazioni sono caratterizzate da una profonda eterogeneità ma anche da un comune senso di ingiustizia, che  caratterizza e definisce la maggior parte delle Organizzazioni per la Giustizia Ambientale, coinvolgendo singoli individui, attivisti e non, molto distanti fra loro per orientamento politico e appartenenza sociale. Un altro aspetto a sostegno dell’Environmental Justice è il path of least resistance (letteralmente: “percorso di minor resistenza”), per cui le aree in cui localizzare gli impianti “indesiderati” vengono selezionate in base alla capacità dei residenti di opporre o meno resistenza. Difatti, a livello locale gli impianti di smaltimento o combustione rifiuti sono stati costruiti tutti nelle zone marginali, di cui un esempio è il quartiere di Chiaiano. Nelle scelte localizzative è necessario considerare più fattori, come il volere della comunità locale e il territorio; nel caso in questione le risposte della Regione Campania all’emergenza non sono state risolutive e hanno previsto soltanto la costruzione di termovalorizzatori o l’apertura di discariche proprio nelle aree già compromesse da un punto di vista ambientale, da anni di inquinamento e mancate bonifiche. 

Le Organizzazioni per la Giustizia Ambientale campane sono nate in risposta ad anni di esclusione dai processi decisionali e di negazione dei diritti di autodeterminazione politica e ambientale. Il corpo dei cittadini residenti non viene più considerato come “subalterno” ma, grazie a queste nuove forme di mobilitazione e di partecipazione sociale, acquisisce una nuova centralità e un inedito protagonismo: esso viene usato per rivendicare i propri diritti e manifestare il proprio dissenso e, allo stesso tempo, come dimostrazione delle ingiustizie subite. 

Un’ulteriore ingiustizia subita dai residenti si è verificata durante la protesta del 29 agosto 2004 ad Acerra, definita come la più grande mobilitazione sociale contro la costruzione di inceneritori, che ha visto la partecipazione di almeno 30.000 cittadini e cittadine. La protesta è, purtroppo, culminata in una violenta repressione da parte della polizia e dell’esercito. Questo episodio è dimostrativo della tendenza delle autorità pubbliche ad usare mezzi violenti come risposta alla domanda di partecipazione e di giustizia: i manifestanti vengono identificati come i nuovi “nemici” contro cui combattere.

 

Tra salute e rifiuti  

Uno dei motivi che ha spinto gli studiosi ad analizzare il caso della Terra dei Fuochi come esempio di ingiustizia ambientale e sociale, è stato il preoccupante insorgere di patologie nella popolazione. Il primo studio, condotto al fine di confermare questa ipotesi, è intitolato Italian “Triangle of death” linked to the waste crisis ed è pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet Oncology nel dicembre del 2004. Lo studio mostra che, all’incremento dei tassi di mortalità e ospedalizzazione per patologie tumorali e malattie congenite nella popolazione residente nelle aree limitrofe ai roghi di rifiuti tossici o ai siti di smaltimento e combustione rifiuti, le autorità pubbliche avevano semplicemente risposto facendo riferimento allo stile di vita o all’alimentazione poco sani della popolazione.

In questo contesto, contraddistinto dalla lacunosa “conoscenza formale” e dai crescenti timori dei cittadini, si inserisce la popular epidemiology o street science. Questa forma alternativa di sapere, essendo espressione di una conoscenza maggiormente approfondita del territorio fondata sui saperi locali, si propone di affiancare la conoscenza ufficiale e di agire laddove quest’ultima non interviene. Di fronte al comportamento negazionista adottato dagli esponenti della “conoscenza ufficiale”, il paradigma dell’EJ induce a una riflessione più ampia e approfondita, in modo da poter cogliere la presenza delle tracce dell’inquinamento. Adottando il quadro teorico dell’Environmental Justice, Alfredo Mazza e Kathryn Senior hanno così rintracciato la presenza di diossina nel suolo, nell’acqua e nel cibo, confermando purtroppo i timori dei residenti.

 

Narrare i movimenti di Environmental Justice in Campania

La fotografia e la scrittura sono due strumenti fondamentali e particolarmente efficaci per portare all’attenzione mediatica e collettiva il dramma vissuto dai cittadini vittime di ingiustizia ambientale e per spingere a una più profonda e attenta riflessione le autorità che dovrebbero occuparsi della tutela e del risanamento dei territori inquinati.

Tra i principali esempi, il progetto fotografico UNDERGROUND realizzato dalla Scuola di Fotogiornalismo di Roma in collaborazione con ASud e il Centro di Documentazione dei Conflitti Ambientali a partire dal 2012, e il libro di Marco Armiero pubblicato nel 2014 Teresa e le altre: Storie di donne nella Terra dei Fuochi, che racchiude le storie di dieci donne attive nelle Organizzazioni per la Giustizia Ambientale campane, con l’obiettivo di sensibilizzare alle tematiche ambientali e alla rivendicazione “dal basso” dei diritti negati alla salute e all’informazione.

 

Conclusioni

Come dimostra il caso della Terra dei Fuochi, la prospettiva aperta dall’Environmental Justice risulta particolarmente utile per analizzare casi di conflittualità ambientale e territoriale, in quanto permette di esaminare in modo più approfondito e critico le cause dei conflitti, mettendone in luce aspetti significativi che rischiano altrimenti di rimanere “non visti”. 

La Giustizia Ambientale solleva delle tematiche che spesso non vengono affrontate nel modo corretto, quando non vengono attivamente nascoste dalle autorità, e sottopone a una più attenta e accurata valutazione alcuni fattori strettamente interconnessi tra loro, la cui importanza viene spesso sottovalutata. L’analisi di tali fattori, come il path of least resistance o le marginalized areas o ancora la street science, è essenziale se si vuole ottenere una comprensione quanto più completa del caso campano, della sua origine e dei suoi eventuali sviluppi futuri. 

Oltre al caso della Terra dei Fuochi, vi sono altri esempi italiani di ingiustizia ambientale che potrebbero essere esaminati mediante l’adozione del medesimo approccio, tra i quali spicca per importanza il caso dell’Ilva di Taranto, la più grande acciaieria d’Europa che ha prodotto dei danni irreversibili sul territorio circostante e un numero crescente di morti tra gli operai e i cittadini, che sono stati messi nella drammatica condizione di dover scegliere tra la tutela della propria salute e il lavoro.

 

Roberta Daraio è una studentessa del corso “Development and International Cooperation Science” presso l’Università La Sapienza di Roma. Nel febbraio 2021 ha conseguito la laurea triennale in “Scienze per la pace: cooperazione internazionale e trasformazione dei conflitti”, dopo aver svolto un tirocinio presso l’EH Laboratory del KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma, durante il quale ha studiato i temi dell’ingiustizia e del razzismo ambientale, oggetto della sua tesi di laurea.