martedì, Giugno 25, 2024
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La crisi climatica come concausa di patologie. Intervista a Kyle Merritt ITA/ENG

Tra fine giugno e inizio di luglio 2021 la Columbia Britannica Canadese è stata colpita da una bolla di calore, che ha provocato un significativo incremento nell’ospedalizzazione della popolazione locale. Thomas Donnelly, collaboratore del nostro Magazine, ha intervistato il dottor Kyle Merritt in qualità di responsabile del pronto soccorso di Nelson, una piccola città investita dall’ondata di caldo anomalo. Merritt ha individuato nel cambiamento climatico, responsabile della bolla di calore, una concausa del peggioramento delle condizioni di salute di una sua paziente, inserendolo tra i fattori di rischio nella cartella clinica: è una delle prima volte che si certificano ufficialmente gli effetti della crisi climatica sulla salute umana. Nel corso dell’intervista viene ricostruito l’impatto che la decisione del dottor Merritt ha avuto sui media, nonché la nascita di un’organizzazione chiamata Doctors and Nurses for Planetary Health, impegnata nella sensibilizzazione sul nesso tra cambiamento del clima e salute pubblica, e si discute l’importanza di una procedura diagnostica standardizzata capace di individuare e monitorare le patologie correlate alla crisi climatica.

 

Potrebbe presentarsi brevemente, descrivendo la sua attività di medico?

Mi chiamo Kyle Merritt, sono un medico generico ed esercito la professione come medico di famiglia a Nelson, una piccola città della Columbia Britannica, in Canada. Mi sono formato in Ontario, alla Queens University e poi alla British Columbia University of Medicine di Vancouver. Mi sono specializzato in medicina di famiglia a Prince George, una città di medie dimensioni nella parte settentrionale della Columbia Britannica e lavoro a Nelson da 8 anni. Molti dei miei pazienti si trovano nella clinica locale, dove mi occupo dei pazienti del pronto soccorso e dei pazienti ricoverati in ospedale, ma svolgo anche numerose altre attività come medico generico in una piccola città.

 

È proprio al Pronto Soccorso di Nelson che Lei è venuto a contatto con pazienti le cui condizioni di salute le sono sembrate influenzate dalla crisi climatica. Lo scorso giugno, quando sono scoppiati enormi incendi nella Columbia Britannica e si sono registrate temperature elevatissime in tutto il paese, molti pazienti presentavano condizioni acute o più gravi rispetto a quelle che avevano originariamente. Come è arrivato a includere il cambiamento climatico tra le concause della patologia di uno dei suoi pazienti?

All’epoca non mi rendevo conto che ne avrei parlato così tanto e che la questione sarebbe diventata di dominio pubblico. La bolla di calore (heat dome) che abbiamo vissuto nei giorni tra il 25 giugno e il 1° luglio scorso, quando l’aria calda è rimasta bloccata a causa di una persistente zona di alta pressione, è stata davvero insolita e senza precedenti.

Nei primi giorni non ero di turno ma, in qualità di supervisore del Pronto Soccorso, sono stato contattato da diversi colleghi che registravano numerosi stati di malessere legati alla bolla, come i colpi di calore. Quando ho iniziato la mia serie di turni, ho constatato io stesso questi tipi di disturbi ma, più in generale, vedevo molte persone con problemi di salute preesistenti che la bolla di calore aveva aggravato.

C’era una paziente in particolare per la quale sembrava davvero chiaro che la causa del ricovero fosse il caldo eccessivo: la bolla stava causando un netto peggioramento delle sue condizioni sanitarie di base.

Già nei mesi precedenti avevo riflettuto sul possibile nesso tra cambiamento climatico e salute. In quei giorni, osservando gli eventi e quella paziente in particolare, mi è apparso chiaro che se non fosse stato per il cambiamento climatico, probabilmente non avremmo avuto la bolla di calore e che, se non ci fosse stata l’ondata di caldo anomalo, la paziente non avrebbe avuto bisogno di essere ricoverata in ospedale: sarebbe rimasta a casa, tenendo sotto controllo le sue condizioni di salute.

Perché ho deciso di annotare il cambiamento climatico tra le concause della sua patologia? Non ho una buona risposta a questa domanda. Penso sia stato, innanzitutto, perché era sconvolgente vedere l’effetto della bolla di calore su tutti i nostri pazienti. Sono cresciuto in questa zona, ho familiarità con le sue “normali” condizioni climatiche: eravamo di fronte a qualcosa di completamente inedito e diverso. lo vedevo l’impatto di questo cambiamento sulle persone più vulnerabili della nostra comunità: è stato uno shock. Penso sia stata questa forte emozione a spingermi a registrare da qualche parte quello che stava succedendo, individuando nel cambiamento climatico un fattore che sottosta [underlining factor] a quello specifico bisogno di assistenza sanitaria. Non è una diagnosi ufficiale, ci tengo a sottolinearlo, ma è appunto un fattore di rischio profondo che spiega un ricovero in ospedale che, in altre circostanze, non si sarebbe verificato.

 

Davvero, allora, non si aspettava che la sua annotazione avrebbe prodotto un dibattito pubblico così ampio. Adesso che la notizia ha assunto un rilievo nazionale e addirittura internazionale, come si spiega questa attenzione? Quali ulteriori effetti pensa potrebbe avere?

Si tratta di un fenomeno interessante. Ovviamente, non sono abituato a tutta questa attenzione, né a parlare con i media, né a vedere il mio lavoro riportato su così tante testate. È stato anche un processo di apprendimento, per me. Ci sono state reazioni di tutti i tipi: alcune hanno colto in modo corretto il problema, prendendolo sul serio, altre invece si sono polarizzate e hanno cercato di negare l’evidenza. La notizia è stata così interpretata da ciascuno secondo il proprio punto di vista.

Il motivo per cui la notizia ha ricevuto, in un modo o nell’altro, attenzione è lo stesso per cui ne ho parlato ad altri colleghi: ho pensato che fosse importante, sia per noi all’interno della professione medica, che per il grande pubblico, riconoscere gli impatti del cambiamento climatico sulla salute. Non è qualcosa che potrebbe accadere in futuro, se non stiamo attenti: è qualcosa che sta già accadendo, qui e ora.

Si tratta di qualcosa che sta colpendo direttamente i membri della nostra comunità: non è qualcosa di lontano, che colpisce le persone di qualche altro paese. È qualcosa che colpisce le persone ovunque, incluso il luogo in cui viviamo e che sta avendo un impatto decisamente significativo. La questione è venuta fuori prima in una conversazione con un collega e poi è stata inserita in un comunicato stampa. Dopo di che, diversi giornali hanno pubblicato la notizia, il pubblico si è interessato, altri giornali ne hanno scritto: così, da una notizia sono nate altre notizie.

 

Dopo la bolla di calore dello scorso giugno è stato tra i promotori di una nuova organizzazione, chiamata Doctors and Nurses for Planetary Health. Come si è arrivati alla sua creazione?

Già prima della bolla di calore ero attento al cambiamento climatico: me ne preoccupavo soprattutto pensando al futuro dei miei figli e cercavo di pensare a come avviare un cambiamento positivo nel mondo, per contrastare gli effetti e le cause della crisi climatica. 

Poi è arrivata l’ondata di caldo anomalo e abbiamo assistito alle sue conseguenze sulla salute delle persone. A quel punto ho iniziato a confrontarmi con i miei colleghi e le mie colleghe, per capire cosa potevamo fare in quanto professionisti del settore. Prima consideravamo il cambiamento climatico soprattutto come un problema ambientale ed economico: adesso era impossibile non considerarlo anche come un problema di salute, che doveva riguardare il nostro lavoro quotidiano come medici, infermieri e altri operatori sanitari.

Io e i miei colleghi volevamo fare qualcosa in più, anche se siamo già molto impegnati nel contrasto del Covid19 e su tanti altri fronti. Abbiamo iniziato ad incontrarci per discutere sul da farsi. Sono rimasto davvero sorpreso di come da questi primi incontri informali, sia nata la nostra organizzazione.

Una cosa che ci ha aiutati a organizzarci è stata questa: noi non abbiamo conflitti di interesse in questa materia. Il nostro ruolo di medici è quello di difendere la salute delle persone. Noi non guadagnamo rilasciando interviste o facendo parte di un’organizzazione: mettiamo a disposizione il nostro tempo e il nostro comune interesse per la promozione della salute, non abbiamo altre motivazioni. Avendo la capacità e le competenze per affrontare questi problemi della società in modo disinteressato, ci siamo detti che dovevamo organizzarci per farlo.

Il nostro collettivo si incontra regolarmente e il numero degli aderenti è aumentato. Il nostro obiettivo è soprattutto quello di trovare il modo migliore per sensibilizzare la cittadinanza sul problema del cambiamento climatico e dei suoi impatti sulla salute. Alcuni dei nostri membri hanno scritto lettere e comunicati destinati alla stampa, altri hanno avuto incontri con i rappresentanti eletti nelle istituzioni per evidenziare le criticità che stanno colpendo i nostri pazienti, che poi sono i loro elettori. Abbiamo anche organizzato degli incontri con le autorità sanitarie che gestiscono i nostri ospedali.

Vogliamo monitorare il nostro impatto sul cambiamento climatico e cerchiamo di ripensare le nostre attività secondo criteri di sostenibilità, ad esempio in termini di riduzione dei consumi energetici e della produzione di rifiuti. Al contempo, ci impegniamo per coinvolgere quanto più è possibile direttamente la comunità nei nostri progetti.

Siamo ancora un’organizzazione relativamente nuova, ma non siamo soli: siamo affiancati da altri gruppi che stanno nascendo in tutta la provincia con obiettivi simili ai nostri, così come da tanti altri medici e infermieri che cercano di contrastare il cambiamento climatico a partire dal loro lavoro.

 

La vostra organizzazione è attiva soltanto sul piano locale, ovvero si sta creando una rete nazionale e internazionale sui problemi di salute legati al cambiamento climatico? 

Ci stiamo collegando con altre realtà attive a livello nazionale e internazionale. Vedo molte persone interessate a discutere di questi temi e a condividere informazioni e idee all’interno dei loro gruppi sociali e dei luoghi di lavoro. C’è un gruppo simile al nostro a Vancouver, un altro a Victoria, ma c’è anche un’organizzazione che agisce in tutto il paese: la Canadian Association of Physicians for the Environment (CAPE). Molti dei nostri membri sono membri anche di questa organizzazione. Negli Stati Uniti opera dal 1996 un’organizzazione chiamata Health Care without Harm, nata per sviluppare un approccio etico alle cure, e che oggi si occupa di cambiamenti climatici e sostenibilità del sistema sanitario. Stiamo lavorando a mettere in rete queste diverse esperienze: ci battiamo tutti e tutte per la stessa motivazione, la salute globale.

 

Ha già potuto registrare un qualche tipo di impatto politico della sua organizzazione, almeno a livello locale? 

Penso sia sempre difficile definire un nesso preciso di causa-effetto tra le nostre azioni (ad esempio, la nostra organizzazione) e le decisioni politiche. Per esempio: si può dire che le proteste contro l’inazione dei governi in materia di crisi climatica, proteste che abbiamo visto crescere notevolmente dal 2019 a oggi, abbiano influenzato in maniera significativa le decisioni assunte alla COP26 di Glasgow? Non è facile stabilire un collegamento diretto.

Quello che, personalmente, ho notato è il forte interesse della cittadinanza a parlare di questi temi. In passato devo ammettere che non ho mai davvero affrontato i problemi legati ai cambiamenti climatici o ai problemi ambientali nelle mie conversazioni quotidiane: non sapevo come affrontare l’argomento, mi sentivo spesso in imbarazzo. 

Quando è uscita sulla stampa la notizia della mia annotazione nella cartella clinica della paziente che avevo in cura, tutti volevano parlarmene: i miei pazienti me ne parlavano, vecchi amici hanno iniziato a contattarmi a riguardo, gli insegnanti dei miei figli volevano parlarmene per dirmi che anche loro erano preoccupati per il cambiamento climatico e che erano felici che io ne parlassi apertamente. Questa reazione, in parte inaspettata, mi ha fatto capire quante persone fossero effettivamente interessate ad affrontare questo problema: forse, dopo il mio intervento sulla stampa, è diventato più facile parlarne.

Anche i nostri rappresentanti politici sono stati molto sensibili al tema. Quando il nostro gruppo ha chiesto di incontrarli, sono stati molto aperti e disponibili. Il nostro rappresentante provinciale mi contattava ogni volta che sulla stampa appariva qualche articolo sul mio operato, manifestando il suo supporto e la sua soddisfazione. Penso che le interconnessioni e le discussioni sarebbero avvenute comunque, ma che la mia azione e quella di Doctors and Nurses for Planetary Health ha sicuramente contribuito a produrre maggiore attenzione e ad accelerare la creazione di collegamenti importanti, sia con la dirigenza dell’ospedale che con la leadership politica. Il che, si spera, produrrà ulteriori effetti positivi.

 

Quando Doctors and Nurses for Planetary Health ha chiesto al legislatore della Città di Victoria, capitale della Columbia Britannica, di dichiarare l’emergenza ecologica, che cosa intendevate ottenere con questa richiesta? Come definirebbe un’emergenza ecologica?

L’obiettivo della nostra richiesta era quello di spingere i rappresentanti politici e i governanti a contrastare davvero la crisi climatica e la perdita di biodiversità: penso che non saremo in grado di affrontare tali problemi, in modo adeguato e nel breve lasso di tempo che abbiamo, a meno di non trattarli come un’emergenza di salute pubblica.

Siamo stati capaci di affrontare il COVID anche perché l’abbiamo definita come un’emergenza: molte persone hanno modificato le loro abitudini quotidiane e abbiamo apportato enormi cambiamenti al modo in cui funziona la nostra società. Il governo diffondeva quotidianamente dati sull’andamento della pandemia, spiegando cosa stava facendo per affrontare l’emergenza: è stato questo che ha permesso all’economia e alle abitudini personali di cambiare in così breve tempo.

Il messaggio che volevamo inviare era che l’emergenza ecologica, resa evidente dalla bolla di calore, rappresenta un grave problema di salute pubblica così come il COVID, se non un problema ancora più grande, non solo nel lungo periodo ma anche nel breve-medio termine. Quindi, dovremmo trattarlo almeno allo stesso modo.

I politici dovrebbero affrontare il tema quotidianamente. Dovremmo mettere in atto dei piani d’ emergenza, come facciamo nel caso di una grave crisi di salute pubblica o come si fa in tempo di guerra: è così che dovremmo affrontare il cambiamento climatico. Questo stavamo chiedendo alle autorità provinciali.

 

Il direttore dell’ufficio di medicina legale della British Columbia ha stabilito che oltre 595 morti tra fine giugno e inizio luglio siano stati causati dalla bolla di calore. Crede che la sua diagnosi possa aiutare a ridurre l’impatto di futuri eventi ecologici di questa portata?

Sono lieto che il direttore della medicina legale dello Stato abbia cercato di identificare, in modo scientifico, quanti decessi fossero correlati o meno all’ondata di calore: penso sia essenziale documentare, sulla base di dati empirici, le conseguenze sulla salute umana di eventi naturali estremi, come quello che abbiamo vissuto la scorsa estate. In fondo era questa l’idea alla base della mia decisione di inserire quella annotazione nella cartella della mia paziente: dobbiamo essere in grado di collegare in modo convincente la salute delle singole persone a fenomeni di portata globale, come il cambiamento climatico.

Spero che questa consapevolezza ci permetta di “adattarci” alla fase storica che stiamo vivendo: non solo per mitigare gli effetti della crisi climatica, ma anche per essere meglio preparati quando simili eventi calamitosi accadranno di nuovo. Che tali eventi si produrranno in futuro è quasi una certezza: speriamo che i nostri sistemi sanitari saranno in grado di reagire prontamente alle difficoltà.

 

Un recente studio, pubblicato dal World Weather Attribution Institute, ha concluso che la bolla di calore di giugno è stata quasi esclusivamente causata dal cambiamento climatico. Questo risultato sembra confermare la sua diagnosi e autorizza a prendere in considerazione anche in futuro il cambiamento climatico come concausa di patologie. Cosa ne pensa?

Questo studio mi ha sorpreso, in senso positivo. Penso sia sempre difficile stabilire nessi di causa-effetto quando sono in gioco fenomeni globali e complessi, come quelli che determinano il clima. Quando diciamo, ad esempio, che un uragano è stato causato o è stato reso più devastante a causa del cambiamento climatico, facciamo affermazioni difficili da provare in maniera scientifica.

Questo studio conforta la mia intuizione originaria: senza il cambiamento climatico, i sintomi della mia paziente non si sarebbero presentati, o almeno non in quella forma acuta. I dati elaborati e diffusi dal World Weather Attribution Institute rendono sicuramente lo scenario più chiaro e ci consentono di capire meglio le cause e le conseguenze sulla salute umana delle bolle di calore, e dunque del cambiamento climatico stesso.

 

Un recente articolo di Wired riferisce che lei è stato contattato dalla Health Canada per collaborare a un codice diagnostico per il cambiamento climatico, da utilizzare in futuro per migliorare la capacità del sistema sanitario e della società di reagire alla crisi del clima, anche in modo preventivo. Come si sono evoluti questi contatti? Cosa si dovrebbe fare per creare un codice diagnostico per il cambiamento climatico?

Sfortunatamente quel contatto non ha ancora prodotto risultati concreti. Non ho avuto incontri specifici con i funzionari di Health Canada, anche se ho capito che fosse già loro intenzione muoversi nel senso di una codifica diagnostica della crisi climatica: la mia decisione, di annotare l’impatto del cambiamento del clima nella cartella clinica della mia paziente, li ha certamente interessati e li ha spinti a contattarmi.

Per quanto riguarda gli aspetti tecnici della questione, devo ammettere che non mi occupo di codifica diagnostica in ambito di salute pubblica, ma sarei felice di confrontarmi con chiunque volesse parlarne. Non so come potrebbe funzionare in concreto una tale codifica, mi immagino sia piuttosto difficile metterla a punto, ma penso sarebbe molto importante poter tracciare in modo efficiente le conseguenze degli eventi climatici estremi sulla salute delle persone. 

Nel caso del COVID, ci siamo attrezzati per registrare i numeri dei positivi e dei ricoveri, i tassi di positività e altri indicatori utili a monitorare l’andamento della pandemia, così da poter adattare in corso d’opera i nostri interventi. Nel caso dell’impatto del cambiamento climatico sulla salute, è stato solo dopo la mia annotazione e solo dopo che l’ufficio di medicina legale dello Stato ha svolto un’indagine che siamo riusciti a ottenere alcuni numeri. Avere dati e indicatori affidabili sarebbe di grande utilità per pianificare l’uso delle risorse sanitarie, anche perché ci aspettiamo di vedere simili eventi in futuro. Per poter intervenire in modo efficace occorre avere a disposizione dati affidabili, registrati e analizzati sulla base di un sistema di codifica condiviso. 

Provando a immaginare come potrebbe funzionare un codice diagnostico per il cambiamento climatico, penso innanzitutto che dovrebbe essere elaborato e implementato a livello istituzionale, di autorità sanitaria, per evitare di fare affidamento esclusivamente sui singoli professionisti e sulla loro sensibilità personale rispetto al tema. E penso che dovrebbe concentrarsi su periodi specifici: ad esempio, dovrebbe attivarsi nei periodi  in cui ci sono picchi di calore o incendi, o quando si verificano gravi inondazioni.

 

In attesa di una codifica diagnostica specifica, continuerà ad annotare il cambiamento climatico tra le concause delle patologie dei suoi pazienti?

Preferirei ci fosse una procedura standard, secondo cui verificare e inserire l’impatto del cambiamento climatico sul quadro clinico dei pazienti. Tuttavia, se mi si presenterà in futuro una situazione in cui mi sembrerà chiaro il nesso tra una patologia, o il suo aggravamento, e fenomeni naturali connessi al cambiamento climatico, non vedo perché non dovrei prenderne nota. Insisto sull’importanza di una procedura standardizzata perché è evidente che la registrazione occasionale di simili situazioni non ha quasi nessun impatto sul sistema sanitario nel suo complesso, né sulla salute dei singoli pazienti.

 

In conclusione, come si immagina che la sua annotazione e l’operato della vostra organizzazione possano incidere sulle pratiche e sulle politiche sanitarie future? 

Vorrei che sempre più professionisti dell’area medica pensassero concretamente al nostro ruolo nella crisi climatica: sia in termini di sostenibilità del sistema sanitario, sia di assistenza sanitaria dei pazienti particolarmente vulnerabili agli effetti del cambiamento del clima. L’obiettivo comune dovrebbe essere quello di adattarci alle sfide del presente e del futuro, in modo da poter fornire un’assistenza sanitaria migliore a tutti i nostri pazienti.

Mi auguro che i pazienti diventino sempre più consapevoli dell’impatto che il cambiamento climatico ha sulla loro salute, proprio come nel corso degli ultimi decenni hanno appreso a comprendere gli effetti nocivi del fumo (anche se, devo ammetterlo, si tratta di un’analogia imperfetta). Quello che voglio dire è che, se siamo in grado di individuare nell’alterazione del clima un fattore di rischio per la salute pubblica, possiamo anche parlarne con i pazienti e affrontare insieme a loro, e con i decisori pubblici, il problema.

Ovviamente, a differenza che con il fumo, i pazienti non possono decidere di non essere più esposti ai cambiamenti climatici e ai suoi effetti in termini di eventi estremi. Aiutandoli a comprendere l’impatto del clima sulla loro salute possiamo farne dei cittadini e delle cittadine più consapevoli della necessità di modificare il nostro sistema economico-sociale e le modalità di produzione e consumo dell’energia. Questa, almeno, è la mia speranza.

 

[intervista realizzata il 3 febbraio 2022 e chiusa in redazione il 7 marzo 2022]

 

Original English version

Interview of Dr. Kyle Merritt by Thomas Donnelly

 

Could you briefly introduce yourself and describe your role as a doctor.

My name is Kyle Merritt I am a general practitioner in a small town of British Columbia, Canada. I trained in Ontario, at Queens University and then at British Columbia University of Medicine in Vancouver. I did a residency in family medicine in Prince George, a medium-sized town in the northern British Columbia and I’ve been practicing medicine in the town of Nelson for 8 years now. I have my own patients in the clinic, where I also look after patients in the emergency department together with those that are admitted to the hospital as well as doing a wide range of things as a general practitioner in a small town.

 

It’s in the emergency room that you  first came into contact with the patient that was exhibiting conditions that appeared to be influenced by climate change. Last June when you experienced the wildfires in BC coupled with the elevated temperatures of the heat dome, you came into contact with patients who were suffering from acute or worsened conditions then what they had originally, correct? What made you decide to include climate change as an underlying condition in one of your patients charts ?

At the time I didn’t realise I would be talking about it so much, nor that it would become part of the public domain. The heat dome, that we experienced between the 25th of June and the 1st of July, when hot air was trapped due to a high pressure zone over BC, was really unprecedented and unusual.

The first few days I wasn’t on duty, but because of my position in the E.R. I was receiving calls from my colleagues alerting me to the fact that many patients were suffering from heat related illnesses, like heat stroke or heat exhaustion.

When I started my set of shifts, I saw these same conditions afflicting my patients, but more commonly what I was seeing were people with pre-existing health conditions that the heat was aggravating, as you mentioned in your question. 

There was one patient in particular with whom it really seemed clear that the heat was causing her admittance to the hospital: the heatwave was causing an exacerbation of her underlying health conditions.  

I had been thinking about climate and health for a few months prior to this already, and so seeing these events unfold, it became clear to me, with that particular patient, that had it not been for climate change then the heatwave would never have existed and if we hadn’t had the heatwave this patient wouldn’t have needed admittance to the hospital and would most likely been at home still adequately managing her condition.

So why did I write it down… that’s the question that I don’t have a great answer for. I think firstly because, it was unsettling to see this heat dome affecting all of our patients. I grew up in the area, so I’m familiar with what it’s “normally” like, this was something completely different. I was seeing it impact the most vulnerable people in our society: it was upsetting. I think that it was these strong emotions that motivated me into thinking: you know what this should be recorded somewhere, this is actually an underlying factor contributing to the person requiring the need for hospitalisation, so that’s why I wrote it. As you correctly pointed out, it’s not an official diagnosis but it is an underlying factor in terms of reasons for admittance to the hospital.

 

You really didn’t expect to be talking about it so much or seeing the story reach such a wide audience. Now that you’ve seen it play out, both in the international, national and local news, do you believe that it’s received the necessary attention? What other ramifications could this story have ? 

It’s an interesting story. Obviously, I’m not used to this scene, speaking with media and seeing all these stories about my work published. It was definitely a learning process, for me. There were all sorts of reactions, some of them were fair and some of them just ended up getting polarised. People see this story though their own lens of course. 

I think the reason it got so much attention is the same reason why I talked about it afterwards with colleagues. I believed it to be important for both us within the medical profession and the greater public to acknowledge the health impacts of climate change, because it is not something that might happen in the future if we’re not careful, it’s already happening now and it’s happening here. 

It’s affecting people in our community and our province, it’s not something that affects people in some other country, it’s affecting people everywhere including where we live and it’s having a pretty significant impact. 

It first came up in a conversation with another doctor, then one thing led to another, including it being included in a press release and after that, that’s when some news rooms picked up the story and I learned about how a story begets other stories.

 

Consequently to this extreme heatwave that you experienced last June, you also helped create an organisation called Doctors and Nurses for Planetary Health. What is the objective of the this group and why did this past summer bring about its creation ?

It’s not like I first started realising climate change was an issue during the heat wave, I’d been thinking about it already and worrying about it, especially considering my children’s future. I was wondering like many of us what can I do to make a change for the better.

When the heat dome struck and we saw these clear health impacts. It made more sense, for me, at that point to start talking about it with my colleagues. 

Previously I had thought of climate change as an environmental and economic issue, I hadn’t thought of it as a health issue: it became clear to me that it is all three and so why not talk about it with our colleagues.

As a physician my main group is my colleagues, I started to talk about it more and more with them and I realised everybody that I talked to was concerned. 

Even though we’re busy  physicians, there’s COVID and all the other pressures on our time, we still decided to meet and to talk about climate change and to figure out what we could do. I was surprised by the willingness of people to collaborate on this issue.

I initially started hosting the meetings just as informal chats, but then more and more colleagues wanted to take part and take action though our role as healthcare professionals. I would like to point out that we have no conflict of interest in this field, our role as physicians is to advocate for people’s health. That’s it, I make no money from doing interviews or being part of an organisation, right, it just takes time and I’m interested in doing it but I have no other reason to do it other than trying to promote health. So we thought as people in society who have the ability to do talk about it we should.

Over time our numbers have grown. Our objective is to figure out the best approach to tackle the issue of climate change and how to create greater awareness about the issue. We’ve been meeting with our health authority, as well as analysing our own impacts, we’re also looking at engaging on the community level. In fact some members have been contacting our local newspaper, others are talking to our elected representatives in order to raise awareness about the effects we’re witnessing on our patients.

We are still a relatively new group but, we are not alone: there are other groups across the province that are springing up as well and like our own they are trying to make a difference.

 

Your organisation pertains mostly to your local area, or is it a network of international doctors and nurses collaborating ?

Over time the linkages are forming on the national an international level. I see evermore people wanting to talk about it within their social groups and within their work spaces. There’s a group in Vancouver, another in Victoria, but there’s also an organisation that spans country wide called: Canadian Association of Physicians for the Environment and many of our members are also members of that bigger organisation. Then there are the United States, where there’s a big organisation called Health Care without Harm, founded in 1996 with the objective of creating an ethical approach to the health care profession, fighting for sustainability and against the impacts of modern healthcare practices. Our network is growing stronger because we’re all advocating for the same thing.

 

Have you seen any political impact following the organisation’s creation, at least at the local level?

I think it’s always hard to define a direct linkage of cause and effect from our collective action and political decisions. For example: could it be said that following the protests against the governments inaction, that have been on the rise since 2019 until today, that these protests somehow influenced the decisions made at the COP26 in Glasgow ? It is not easy to create a direct relation between the two.

What I’ve noticed, personally, is the strong interest demonstrated by the public in regards to this theme. In the past I never really talked about climate change or environmental issues on a day-to-day basis: I didn’t really know what to talk about and it often seemed like an awkward subject to bring up. 

As soon as this story came out, everybody wanted to talk to me about it, my patients started talking to me about it, old friends began contacting me about it, my kids teachers wanted to talk to me to let me know that they to were concerned and  that they were glad that I was speaking about it so openly. This reaction, partly unexpected, made me realise how many people are actually interested in discussing this topic. Perhaps the story made it easier for me to talk about this issue.

Even our political representatives have been very supportive. When our group has asked to meet with them, they’ve been very open to hosting these meetings. Our provincial representative would send me messages when articles, about my work, were in the newspaper, manifesting his support and his satisfaction. I believe that the connections and discussions would have evolved regardless, but my actions and those of Doctors and Nurses for Planetary Health have definitely helped create connections with both the hospital’s leadership and the political leadership; which will hopefully bring further positive outcomes.

 

When Doctors and Nurses for Planetary Health asked Victoria’s provincial legislator to declare an ecological emergency what was intended by this request? How would you define an ecological emergency?

Our objective was to push our political representatives to really deal with the problems that we’re seeing concerning the climate and biodiversity loss: we’re not going to be able to deal with it adequately in the time frame that we have, unless we’re treating it like a public health emergency. 

We’ve really been able to treat COVID like an emergency: many people changed their day-to-day life, we were able to make massive changes to the way that society works. The government was there every day, updating us on the numbers, informing us about what was going on and what they were doing to address this emergency, really treating it like an emergency. This was what allowed the economy to shift and peoples habits to shift dramatically in a short time frame. 

The message was that climate change is just as big of a problem for our health as COVID if not a bigger, especially for the long/medium-term, so we should be treating it as such. 

Politicians should be talking about it daily. We should be putting plans in place as we do for emergencies, much like in wartime or during a public health crisis: that’s how we should be addressing climate change. That’s what we were asking for. 

 

The chief coroner of British Columbia established that over 595 deaths during the June heatwave were actually caused by the heatwave itself. How do you believe that your diagnosis could help reduce the impacts of future ecological events of this magnitude?

I was glad that the coroner tried to identify, in a scientific manner, how many deaths were related to the heat dome: I think it is essential to document via empirical data, the consequences of extreme weather events on human health, and this was the idea behind putting it in a patient’s chart, to link these bigger issues like climate to   people’s individual health.

I’m hoping my actions are going to allow us to adapt not only in mitigating what’s happening, but also to adapt in a variety of ways so that when these events happen again, as we know that they will, we’re better prepared and our health systems respond promptly to these situations.

 

A recent study published by the World Weather Attribution Institute concluded that June’s heatwave was a direct consequence of human caused climate change. How do you view this analysis of the situation?

It surprised me in a positive way. I think it’s traditionally been a difficult task to establish cause and effect when global phenomena and complexities are in play, such as those that define climate change. To say, for example, that a hurricane was made worse or more intense due to climate change, is to make a statement that can be difficult to prove scientifically.

This study confirms my original intuition: without climate change, the symptoms of my patient wouldn’t have presented themselves, or at least not in such and aggressive form. The data analysed and distributed by the World Weather Attribution Institute makes the scenario more clear cut and makes it easier for all of us to wrap our heads around the causes and the effects on human health.

 

A recent article by Wired mentioned that you were contacted on behalf of Health Canada to help establish a diagnostic code for climate change in  order to help reinforce the capabilities of society and the public health system to react to the climate crisis, even in a preventive manner. How did this evolve? How would you go about creating a diagnostic code for climate change?

Unfortunately that process hasn’t gone far. I haven’t had any  specific meetings with Health Canada Officials but I came to understand that it was something that was on the radar ahead of time and that it garnered more attention once the story of my actions, about annotating climate change as an underlining factor in my patients chart, was published.

With regards to the specifics of coding, I must admit that I do not know how that would work, but I’d certainly be happy to talk to anyone who wanted to talk about it.

I’m not sure about the specifics of coding climate change, I imagine it would be quite challenging, but I believe that it is very important that we are able to track the consequences, of extreme climate events, on the public’s health, in and efficient fashion.

For COVID you can track the numbers very easily, we are able to track positive test numbers and hospitalisations, positivity rates and in our daily news these numbers are recorded and they seem to mean something to people, whereas, in the case of the heat dome, it was only after the fact that the coroner’s investigation was able to establish direct numbers. To have the availability of reliable data and indicators would be of great utility for the planning of healthcare resources, especially since we expect to see these events recurring more often in our near future. In order to act efficiently we require reliable and registered data analysed on the basis of a shared coding system.

When trying to imagine how this coding system might work, ideally what would happen is that there would be an identifier that could be tracked and implemented on an institutional level, in order to avoid relying on the single coding practices of the individual practitioner and their own sensitivities regarding the issue of climate change. I also believe that it should concentrate on specific periods of the year, for example: it should be activated during periods where there are visible heat spikes and wild fires, or when there are cases of severe flooding.

 

While waiting for an official coding standard, will you continue to use this annotation of climate change as an underlying factor in your patients charts ?

I would much prefer that there was something standard that I could use, a code through which I could verify and insert climate change in my patients charts. However, if in the future I were to be presented with another case where the conditions are clear and defined, such as was the case with my patient last June, where the connection between the patients condition is clearly linked to natural phenomenons, I don’t see why I wouldn’t include it again in that patients chart. 

Again, I must insist on the importance of a standardised coding system, as it is clearly self evident that the occasional annotation of similar cases in patients charts has almost no impact on the healthcare system as a whole, nor does it serve the health of the individual patients.

 

In conclusion, how do you believe that your annotation and the actions of your organisation can influence future political and healthcare practices?

I hope that it will allow more people within the healthcare profession to think more clearly about their role in climate change: both in term of sustainability of the healthcare system, as well as in terms of healthcare assistance of the patients most vulnerable to the effects of climate change, in order to adapt and deliver better healthcare to all our patients. 

I also hope that it would allow patients to understand more about the impact of climate change on their own health so that they can become more aware, much like the way we talk to people about smoking (I admit it’s not a perfect analogy). What I’m trying to say is:  if there is some underlying risk factor in someone’s health that we could address then we, as doctors, can bring it up with the patients and talk to them about it. 

The patients, unlike smoking, of course, can’t stop being exposed to climate change or to the effects of extreme weather events. But by helping them understand the impacts of climate change on their health we can create citizens that are more conscious of the need to change our economic and social system as well as our modes of  energy production and consumption. At least that’s my hope. 

[interview executed on the 3rd of February and concluded in the newsroom on the 7th of March 2022]