mercoledì, Agosto 12, 2026
AmbienteConflitti

Dal colonialismo ambientale in Palestina all’ecocidio di Gaza

di Serena Caporioni

 

Dal 7 ottobre 2023 alla fine del 2025, secondo le fonti più affidabili, sono stati danneggiati o distrutti almeno 15.000 ulivi palestinesi, soprattutto in Cisgiordania, a opera di coloni israeliani spesso protetti dall’esercito di occupazione israeliano: una notizia che non ha trovato quasi attenzione nei media occidentali. Eppure, proprio nel Territorio Palestinese Occupato, un ulivo non è solo un albero: è un simbolo di identità e radicamento, una memoria di famiglia tramandata insieme alla terra e agli usi tradizionali, uno strumento di resistenza. Abbatterlo è una forma di violenza sotto molteplici aspetti: non è solo un attacco alle fondamenta economiche della società palestinese, condotto anche attraverso blocchi e aggressioni che impediscono ai palestinesi di raggiungere le proprie terre, ma esprime l’intenzione di sradicare un’intera comunità dal proprio territorio.

È così che la terra e le colture palestinesi vengono trattate da oltre un secolo: come una risorsa che si può distruggere e sostituire impunemente, all’interno di una strategia coloniale di espulsione, appropriazione e insediamento. Non ci può essere contesto migliore per capire che il paesaggio non è un dato naturale e non è mai neutrale. È un campo di battaglia simbolico in cui si decide chi appartiene, chi è visibile, chi può tornare e chi deve essere dimenticato. Ogni albero piantato, ogni foresta creata, ogni deserto evocato racconta una storia di potere.

La trasformazione ecologica della Palestina precede di decenni il genocidio in corso nella Striscia di Gaza. Negli anni Venti del Novecento, il prosciugamento delle zone umide della Valle di Hula – un intervento guidato dal Jewish National Fund (JNF) e poi incorporato nelle politiche del nascente Stato di Israele – fu celebrato come l’esito di una missione civilizzatrice che avrebbe “bonificato” l’area, resa produttiva, modernizzata. Questa narrazione ha a lungo occultato la realtà: la distruzione di un ecosistema unico, la scomparsa di innumerevoli specie animali e vegetali e il collasso di una delle più importanti zone di sosta per le rotte migratorie degli uccelli. In nome della redenzione della terra, un paesaggio complesso e vitale fu cancellato e sostituito da un ordine territoriale funzionale al progetto coloniale.

La deviazione del Giordano ha seguito la stessa logica. Prima del 1948 il fiume immetteva circa 1.350 milioni di metri cubi d’acqua all’anno nel Mar Morto. Negli anni Duemila quella cifra era scesa a meno di venti. Nel frattempo, milioni di alberi coltivati per generazioni, in particolare ulivi, carrubi e mandorli, venivano sradicati per fare spazio a insediamenti e zone militari, o sostituiti da foreste monoculturali di pini europei: un paesaggio importato, funzionale all’idea di una terra recuperata e trasformata, e riappropriata attraverso questa trasformazione. La giurista Irus Braverman ha sostenuto che le distese di pini attenuavano lo spaesamento degli ebrei arrivati dall’Europa: “Vivendo a Gerusalemme, potevano immaginare di essere ritornati a Lipsia”. Lo scrittore e antropologo Amitav Ghosh ha parlato a questo proposito di terraformazione: i territori colonizzati vengono trasformati in un paesaggio ideale, immaginario.

 

“Far fiorire il deserto” e altre narrazioni colonialiste

Da oltre un secolo, la narrazione sionista ha rappresentato la Palestina pre‑1948 come un deserto vuoto: un territorio incolto che avrebbe atteso la fondazione dello Stato di Israele per “fiorire”. Questa immagine, profondamente radicata nell’immaginario coloniale europeo, non è solo una falsificazione storica; è un dispositivo ideologico che trasforma un paese abitato, coltivato e complesso in una terra disponibile, pronta per essere rigenerata da un progetto civilizzatore. In questa cornice, gli indigeni palestinesi vengono descritti come incapaci di prendersi cura dell’ambiente e del territorio, quasi estranei alla terra su cui hanno vissuto per millenni. È una retorica che naturalizza la conquista e la presenta come un atto di rigenerazione ecologica.

La geografa Diana K. Davis ha definito questo meccanismo “orientalismo ambientale”: la tendenza, diffusa nell’Ottocento anglo‑europeo, a rappresentare gli ecosistemi arabi come degradati, corrotti, bisognosi di intervento esterno per essere ripristinati, normalizzati, salvati. In questa prospettiva, l’ambiente diventa un argomento politico: se la terra è “malata”, il colonizzatore può presentarsi come il medico. La Palestina, dunque, non è descritta per ciò che è, ma per ciò che la colonizzazione ha bisogno che sembri.

Questa logica si è manifestata con particolare chiarezza nel progetto di rimboschimento guidato dal già menzionato JNF, un’istituzione parastatale israeliana che ha svolto un ruolo centrale nella costruzione del paesaggio della Palestina post‑Nakba. Attraverso la piantumazione di foreste e parchi, il JNF ha cercato di cancellare i resti fisici e simbolici di 86 villaggi palestinesi distrutti nel 1948.

La studiosa Ghada Sasa si è riferita a queste pratiche come “colonialismo verde”: l’appropriazione della retorica ambientalista per facilitare l’espropriazione, la rimozione e la sostituzione di una comunità. Come ha mostrato Sasa, Israele ha utilizzato e utilizza la realizzazione di parchi nazionali, riserve naturali e aree protette per giustificare l’accaparramento delle terre, impedire il ritorno dei palestinesi allontanati, cancellare la storia e l’identità del luogo, presentare una buona immagine di sé a livello internazionale. La cura dell’ambiente diventa così un modo per mascherare una violenza strutturale, trasformando l’espropriazione in tutela, la cancellazione in cura, la colonizzazione in paesaggio fiorente.

Il controllo dell’acqua racconta una storia analoga, costituendo uno degli strumenti centrali della colonizzazione ecologica della Palestina. La letteratura sul water grabbing descrive precisamente questo processo: l’appropriazione asimmetrica delle risorse idriche attraverso dispositivi militari, amministrativi e infrastrutturali.

In questo quadro, l’espressione “far fiorire un deserto” non è un semplice slogan: è la sintesi di un intero immaginario politico. Presenta la colonizzazione come un’opera di miglioramento, mentre oscura la distruzione di ulivi secolari, la frammentazione territoriale, la desertificazione prodotta da politiche di controllo e segregazione. Il deserto, lungi dall’essere un dato naturale, è spesso il risultato di scelte politiche aggressive; e la fioritura esaltata è resa possibile dalla rimozione di chi quel territorio lo abitava e lo coltivava.

 

Ecodicio: rendere la terra inospitale per chi la abita e coltiva

L’ecocidio è la forma tipica di un’occupazione militare che agisce sul territorio e sulle persone simultaneamente, anzi: un dispositivo che agisce sulle persone attraverso il territorio. Il filosofo Malcom Ferdinand ha definito questa logica “abitare coloniale”, un modo di rapportarsi alla terra orientato dalla volontà di appropriarsi di corpi e di risorse a unico beneficio di chi occupa. Gli studiosi di colonialismo ambientale in Palestina hanno chiamato questo processo “Nakba ambientale”: una spoliazione ecologica parallela e intrecciata a quella umana del 1948, in cui la popolazione palestinese e il territorio stesso sono stati ridefiniti attraverso lo stesso atto di appropriazione.

Come ha mostrato Shourideh C. Molavi nel suo Environmental Warfare in Gaza, l’ambiente non è un semplice sfondo della violenza armata: è un campo di battaglia attivo, manipolato attraverso pratiche coloniali che trasformano terra, acqua e vegetazione in strumenti di controllo militare. In questa prospettiva, la distruzione delle aree residenziali e quella degli spazi agricoli non sono processi separati, ma parti di un’unica strategia.

Il genocidio è al tempo stesso un ecocidio perché non si limita ai bombardamenti, alle uccisioni mirate o alle demolizioni: è anche una guerra contro le condizioni materiali che rendono possibile la vita. Studi basati su immagini satellitari mostrano che oltre il 60% dei terreni agricoli della Striscia di Gaza è stato distrutto o reso inutilizzabile attraverso bombardamenti e contaminazione chimica. A maggio 2025 la Missione permanente palestinese nei Paesi Bassi ha formalmente dichiarato l’ecocidio di Gaza, precisando che meno del 5% delle terre coltivabili rimane utilizzabile. Oliveti, serre e fattorie che garantivano l’autosufficienza alimentare di intere comunità sono stati obiettivi deliberati: la ricercatrice Ahlam Abuawad e i suoi colleghi documentano la distruzione ambientale a Gaza come strategia intenzionale volta a rendere il territorio inabitabile. Più del 70% degli habitat delle specie endemiche sono stati cancellati.

L’ecocidio di Gaza passa anche dalla distruzione dell’accesso all’acqua potabile e delle reti fognarie. La distruzione sistematica delle infrastrutture idriche non è un effetto secondario della violenza armata: è una delle sue forme primarie, con effetti che si prolungano ben oltre la fine dei combattimenti. Gli impianti di desalinizzazione, da una parte, e i sistemi di trattamento delle acque reflue, dall’altra, sono stati colpiti sistematicamente: 130.000 metri cubi di acque non trattate vengono scaricati ogni giorno nel Mediterraneo, mentre le falde acquifere risultano contaminate da tossine e residui bellici.

Anche questa guerra sull’acqua non è un fenomeno nuovo. In Cisgiordania, il Joint Water Committee israelo-palestinese approvava già prima del conflitto tutte le richieste israeliane di nuovi impianti idrici per gli insediamenti, respingendo sistematicamente ogni richiesta palestinese per nuovi pozzi: un’asimmetria strutturale codificata in accordi internazionali, non una conseguenza della guerra. Le sole emissioni dei primi novanta giorni di bombardamenti hanno superato l’impronta carbonica annuale di venti piccole nazioni, mentre l’uso di munizioni al fosforo bianco ha contaminato suoli e falde con effetti che si trasmetteranno attraverso le catene alimentari ben oltre qualsiasi cessate il fuoco.

 

Strumenti per comprendere e denunciare l’ecocidio

C’è una tentazione ricorrente nel modo in cui queste notizie vengono lette in Occidente: separare il danno ambientale dal danno umano, assegnando il primo agli esperti di clima e biodiversità, il secondo agli esperti di politica e diritto. Il caso palestinese mostra chiaramente che abbattere un ulivo, piantare nuove specie, deviare un corso d’acqua sono atti che colpiscono simultaneamente ecosistema e comunità.

Malcolm Ferdinand definisce questo approccio “doppia frattura della modernità coloniale”, ambientale e razziale insieme: due dimensioni di un unico processo che non possono essere comprese guardandone una sola. I palestinesi non vengono semplicemente danneggiati dall’occupazione: vengono espropriati della terra e dell’acqua, della possibilità di abitare un territorio secondo modalità proprie, senza riconoscimento della propria identità e senza nessuna compensazione per la sottrazione di risorse. 

Questa logica affonda le radici in un modo di rapportarsi alla terra e alle popolazioni che la abitano, trattando entrambe come risorse da riorganizzare secondo esigenze esterne. Così come nelle piantagioni coloniali delle Americhe e come nelle attuali zone estrattive del Sud globale, dominio ecologico e dominio razziale non si sommano dall’esterno: si producono reciprocamente, si alimentano all’interno della stessa logica suprematista.

C’è una dimensione ulteriore dell’ecocidio, che il caso palestinese mette in luce con particolare crudezza: la sua normalizzazione. Tutte le università di Gaza sono state distrutte o gravemente danneggiate: l’Islamic University, Al-Azhar University, gli istituti di ricerca ambientale. Così come i laboratori, le banche dei semi, i database sulla biodiversità e le collezioni ecologiche costruite nel corso di generazioni. Un vero e proprio “scolasticidio”: una distruzione sistematica non solo delle infrastrutture fisiche e degli ambienti naturali, ma della capacità collettiva di studiare e documentare il danno, di nominarlo e di avere la possibilità futura di ripristinarlo.

La possibilità di elaborare un proprio sapere territoriale è essenziale per una comunità libera o che voglia emanciparsi. Distruggerla significa rendere quella comunità dipendente da osservatori esterni, sempre più necessari per comprendere la propria situazione e ricostruire le proprie condizioni di vita. 

Per queste ragioni, un ulivo abbattuto non è solo un gesto di crudeltà, né è soltanto una metafora del colonialismo di insediamento israeliano. È il punto cruciale in cui converge ciò che siamo abituati a tenere separato: un ecosistema e una comunità, una perdita economica e una distruzione culturale, un danno ambientale e una violazione di diritti fondamentali. Tenere insieme queste due dimensioni non è un esercizio teorico astratto, ma la condizione per capire e denunciare ciò che sta accadendo, e per chiamare i responsabili a risponderne dal punto di vista giuridico, storico e morale.

 

Serena Caporioni è laureanda in Scienze Politiche all’Università di Pisa. Attualmente svolge un tirocinio di ricerca presso il Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace collaborando a “Scienza&Pace Magazine”.