mercoledì, Agosto 12, 2026
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Guerra dei droni: la rivoluzione in corso nei conflitti armati

 

di Alessandra Garosi 

Il modo di fare la guerra sta attraversando una trasformazione radicale e rapida, paragonata da alcuni studiosi all’introduzione delle armi da fuoco o ad altre rivoluzioni negli affari militari. Al centro delle operazioni militari non vi sono più missili, aerei da combattimento, carri armati o truppe, bensì veicoli senza pilota: i droni, così chiamati per il caratteristico ronzio emesso da alcuni di loro, simile a quello dei fuchi.

Per il diritto internazionale umanitario e per gli studi sui conflitti e sulla pace, la crescente capacità di colpire e uccidere a distanza solleva interrogativi profondi sulla possibilità di circoscrivere e limitare l’uso della violenza armata, specie ora che le decisioni vengono affidate sempre più spesso a macchine integrate con sistemi di intelligenza artificiale (IA).

 

Una breve storia dei veicoli militari senza pilota

I veicoli senza pilota di per sé non costituiscono una novità in ambito militare. Dopo la Seconda guerra mondiale, Stati Uniti e Regno Unito hanno iniziato a sperimentare velivoli radiocomandati per l’addestramento antiaereo e per missioni di ricognizione. Si trattava di macchine rudimentali, spesso semplici adattamenti di piccoli aerei, concepite per ridurre i rischi corsi dai piloti nelle missioni più pericolose. Negli anni Sessanta e Settanta, durante la guerra del Vietnam, sono comparsi i primi droni da sorveglianza realmente operativi: raccoglievano immagini e segnali elettronici, consolidando l’idea che le informazioni strategiche potessero essere ottenute senza rischiare vite umane.

Il salto decisivo è arrivato negli anni Novanta, con la miniaturizzazione dei sensori e la diffusione del GPS, che hanno permesso di teleguidare i droni a lunga distanza. Sono nate così piattaforme come il Predator, che hanno trasformato il drone in uno strumento di osservazione persistente, capace di restare in volo per ore, seguire movimenti e guidare operazioni sul terreno.

Dopo l’11 settembre 2001, i droni sono diventati il simbolo della guerra globale al terrorismo. I velivoli senza pilota sono stati armati, dando vita a una sorta di “caccia all’uomo” condotta dall’alto, e aprendo un dibattito globale sulla responsabilità in caso di errori, sulla disumanizzazione della guerra e sul rispetto del diritto internazionale umanitario.

Nel decennio successivo, la tecnologia si è diffusa ben oltre le grandi potenze militari: sono comparsi droni commerciali molto più economici, facilmente modificabili e utilizzabili anche senza particolari competenze militari. La guerra è diventata così più “accessibile”, più rapida e, con l’integrazione di algoritmi di intelligenza artificiale, sempre più automatizzata e sempre meno umana.

 

La nuova generazioni di droni e la “democratizzazione” delle capacità militari

Oggi i droni rappresentano un fattore di cambiamento storico: non solo strumenti militari, ma dispositivi che ridisegnano tattiche, equilibri geopolitici e soprattutto sollevano urgenti domande, etiche e giuridiche, sulla protezione dei civili e sulla possibilità stessa di limitare una violenza demandata sempre più alle macchine.

Per comprendere la portata di questa trasformazione è necessario distinguere tra le diverse tipologie di droni, ciascuna associata a un ruolo specifico. Modelli come l’MQ-9 Reaper statunitense o l’ASU-1 Valkyrja ucraino sono impiegati soprattutto per la ricognizione e l’individuazione di bersagli: raccolgono immagini e dati, li trasmettono in tempo reale e alimentano un campo di battaglia sempre più “trasparente”, dove la superiorità informativa diventa decisiva.

Diversi sono i droni concepiti per l’attacco diretto, che si distinguono per modalità di impiego, raggio d’azione e tipo di danno prodotto. I modelli più grandi e costosi, come il Bayraktar TB2 turco, sono stati utilizzati per lo sgancio di bombe di piccole e medie dimensioni ma sono oggi superati da modelli più piccoli ed economici, dotati di funzionalità nuove e soggetti a costanti modifiche.

Tipici di questa categoria, protagonisti centrali della guerra russo-ucraina, sono i droni FPV (First Person View). Nati in ambito commerciale e poi riadattati alla guerra, gli FPV sono pilotati da remoto tramite un visore che restituisce in tempo reale al combattente la prospettiva stessa del velivolo, su cui è montato un sensore visivo, consentono incursioni rapide e di grande precisione contro veicoli, trincee, edifici, altri combattenti sia fermi che in movimento. La guerra si avvicina pericolosamente all’immaginario del videogioco, con implicazioni profonde sulla percezione del rischio e sulla distanza psicologica dal nemico.

Una novità ancora più inquietante è rappresentata dai droni kamikaze a lungo raggio, le cosiddette loitering munitions ossia “munizioni vaganti”. Qui il drone non trasporta l’ordigno: è esso stesso l’arma. Dopo essere stato lanciato, vaga in territorio nemico alla ricerca di un bersaglio, per poi autodistruggersi all’impatto. Modelli come lo Shahed 136 iraniano (impiegato dalla Russia) o il Lancet 3 russo vengono spesso utilizzati contro infrastrutture critiche e centri urbani anche lontani dal fronte, saturando le difese aeree e rendendo più labile la distinzione tra zona di guerra e retrovia civile.

Accanto ai droni aerei, i conflitti odierni vedono un uso crescente di droni marini di superficie (USV, unmanned surface vessel) e di droni sottomarini, impiegati per attaccare navi, porti, infrastrutture energetiche o per effettuare ricognizioni subacquee. Anche qui la logica è la stessa: ridurre il rischio per il personale militare, estendere la capacità di colpire e sorvegliare, spostare sempre più in là il confine tra guerra “tradizionale” e guerra automatizzata.

In questo nuovo ecosistema bellico, la tecnologia dei droni non è solo un tema militare, ma un nodo cruciale per la riflessione sulla pace: rende più facile iniziare e prolungare un conflitto, abbassa la soglia politica del ricorso alla forza e complica l’applicazione delle norme umanitarie pensate per un campo di battaglia diverso. 

 

Il laboratorio della guerra contemporanea

Il fronte russo‑ucraino è diventato il principale laboratorio della guerra contemporanea, dove l’impiego dei droni si è trasformato in un processo industriale caratterizzato da innovazione accelerata e continua sperimentazione. Il ciclo di obsolescenza dei sistemi è estremamente rapido: nuovi software di guida, algoritmi anti‑interferenza e soluzioni di navigazione autonoma vengono superati nel giro di pochi mesi da contromisure avversarie. Questa dinamica non riguarda solo la tecnologia, ma modifica il modo stesso di concepire l’azione militare, rendendola più adattiva e dipendente da aggiornamenti costanti.

L’accelerazione è resa possibile dalla trasformazione della circolazione delle informazioni. L’impiego massiccio di droni ha indebolito la tradizionale catena di comando verticale: i dati non devono più essere trasmessi attraverso vari livelli gerarchici, ma confluiscono direttamente nella piattaforma digitale Delta, che integra informazioni provenienti da droni, sensori terrestri, telecamere di sorveglianza e segnalazioni dei civili. Il fronte diventa così uno spazio informativo condiviso, in cui la consapevolezza della situazione è immediata e distribuita, e la rapidità decisionale diventa essenziale.

Questa trasformazione tecnologica è al centro della visione del Ministro della Difesa ucraino Mychajlo Fedorov, che considera la guerra un campo pronto a una radicale automazione. Fedorov promuove l’integrazione dell’intelligenza artificiale nelle operazioni militari, sostenendo che le armi autonome diventeranno un elemento decisivo della sicurezza nazionale. La sua strategia, denominata “Air, Land, Economy”, mira a combinare droni avanzati, capacità di intercettazione e attacchi mirati alle infrastrutture economiche russe per costringere Mosca a negoziare.

In questo quadro, la collaborazione con la società di analisi e integrazione dati Palantir assume un ruolo centrale. Fedorov ha incontrato più volte Alex Karp, amministratore delegato della società statunitense, e ha dichiarato che l’Ucraina sta lavorando con Palantir per integrare ulteriormente l’intelligenza artificiale nella guerra: analisi degli attacchi aerei, elaborazione dei dati di intelligence, pianificazione di operazioni in profondità nel territorio russo. L’Ucraina ha inoltre avviato il programma Avenger Labs, che mette a disposizione delle aziende alleate un vasto archivio di dati raccolti sul campo – oltre cinque milioni di video provenienti da droni di sorveglianza e d’attacco – per addestrare modelli di IA, con la condizione che tali modelli vengano restituiti all’Ucraina. Palantir è il partner più rilevante in questa infrastruttura di analisi, che punta a trasformare la guerra in un processo guidato da sistemi algoritmici e da decisioni automatizzate.

La trasformazione della guerra guidata dai droni ha effetti diretti sull’esperienza dei combattenti. Come osserva Gianluca Di Feo nel saggio Cielo sporco, i soldati ucraini vivono sotto una presenza costante di droni nemici, che rende ogni movimento potenzialmente visibile e ogni rumore un segnale di minaccia. Le giornate limpide sono percepite come le più pericolose, mentre nebbia e pioggia offrono una tregua naturale. L’impiego dei droni FPV ha inoltre modificato la natura della violenza: il pilota, distante dal fronte, può inseguire un singolo soldato attraverso un visore ad alta definizione, riducendo la distanza psicologica tra chi colpisce e chi viene colpito. I video degli attacchi, diffusi su piattaforme come Telegram, alimentano una spettacolarizzazione della guerra e producono effetti psicologici significativi sui combattenti.

Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista di medicina militare ungherese Honvédorvos ha analizzato in particolare gli effetti acustici dei droni FPV come fonte autonoma di stress psicologico. Il rumore caratteristico di questi velivoli, che segnala simultaneamente sorveglianza e minaccia immediata, è in grado di generare paura, ansia e reazioni di panico non solo tra i soldati in trincea, ma anche tra piloti e operatori. Secondo gli autori, i droni modificano l’esperienza stessa del combattimento: chi si muove sul campo non può sapere se, quando e da dove viene osservato. Ogni gesto operativo—spostarsi, accendere un motore, radunare un’unità, evacuare un ferito—diventa più rischioso perché immediatamente visibile, trasformando il fronte in uno spazio di esposizione continua.

 

Le problematiche etiche e giuridiche connesse alla guerra delle macchine

La crescente autonomia decisionale dei droni armati rappresenta uno dei cambiamenti più radicali introdotti nel conflitto russo‑ucraino. Per renderli meno vulnerabili alle interferenze elettroniche e alle operazioni di disturbo condotte dal nemico, molti sistemi sono stati progettati per operare senza alcun collegamento continuo con gli operatori umani. Una volta superata la linea del fronte, interrompono le comunicazioni e agiscono in modo indipendente.

I droni impiegati attualmente integrano sistemi di riconoscimento visivo e termico: quando individuano la sagoma di un carro armato o la firma termica di un corpo umano, decidono autonomamente di colpire, senza attendere un’autorizzazione finale da parte di un operatore. L’eliminazione dell’essere umano dal ciclo decisionale riduce la possibilità di intervento correttivo e finisce per trasferire la decisione di uccidere direttamente al sistema autonomo.

Questa trasformazione produce una nuova e inquietante forma di deresponsabilizzazione di fronte all’uso letale della forza. Già la distanza fisica introdotta dalla guerra aerea del Novecento aveva attenuato la percezione diretta delle conseguenze delle proprie azioni: premere un pulsante per sganciare una bomba significava non assistere alle devastazioni provocate. L’autonomia dei droni compie un ulteriore passo, perché sottrae all’essere umano anche l’ultima decisione operativa. Il soldato non è più chiamato a confermare l’attacco, e la responsabilità dell’atto letale viene attribuita al sistema. In questo modo, la tecnologia non solo modifica le tattiche di combattimento, ma incide sulla relazione tra chi combatte e gli effetti della violenza, allontanando ulteriormente l’autore dalle conseguenze delle proprie azioni.

L’adozione di armi a pilotaggio remoto e la loro progressiva autonomizzazione solleva numerose questioni di natura giuridica, oltre che di natura etica, connesse al rispetto del Diritto Internazionale Umanitario (DIU), la parte del diritto internazionale che regola e limita l’uso della forza armata. Basato sulle Convenzioni di Ginevra e dai relativi Protocolli Aggiuntivi, il DIU non regola espressamente l’utilizzo dei droni che, ai tempi in cui queste disposizioni sono state adottate, non erano ancora in uso per azioni di attacco. I principi fondamentali del DIU – distinzione, proporzionalità, precauzione e umanità – si accplicano comunque a tutti i sistemi d’arma, anche a quelli autonomi.

Anche i droni, inclusi quelli dotati di capacità decisionali autonome, restano vincolati all’obbligo di colpire esclusivamente obiettivi militari legittimi e di evitare in modo assoluto i civili e i beni di carattere civile. Il principio di proporzionalità impone che eventuali danni collaterali non risultino eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto dall’attacco. Il principio di precauzione richiede che siano adottate tutte le misure possibili per ridurre al minimo il rischio per la popolazione civile e per le infrastrutture essenziali. Il principio di umanità, infine, vieta l’impiego di mezzi e metodi di guerra che causino sofferenze superflue o inutili.

La questione più complessa riguarda l’integrazione dei droni con sistemi di intelligenza artificiale. Quando un drone non è più guidato da remoto e diventa autonomo nei movimenti e nelle decisioni, si modifica la struttura della responsabilità giuridica. Se un algoritmo identifica una sagoma termica umana o un veicolo militare e decide autonomamente di attaccare, senza un’autorizzazione finale da parte di un operatore, si apre una zona di indecisione: chi risponde di un eventuale crimine di guerra? La società che ha prodotto il sistema, le autorità militari che ne hanno autorizzato l’uso in generale, il comandante che ne ha validato l’uso in una specifica missione, il singolo operatore che lo ha impiegato?

L’assenza di una disciplina internazionale specifica e condivisa rende difficile attribuire responsabilità penali individuali e mette in evidenza l’urgenza di una regolamentazione che definisca chiaramente i doveri degli attori coinvolti nella progettazione, nella produzione e nell’impiego di armi basate sull’IA, più o meno autonome.

 

Conclusioni

Dopo la guerra in Ucraina, i droni non rappresentano più una tecnologia emergente, ma costituiscono lo standard operativo dei conflitti armati contemporanei. Hanno ridotto drasticamente i costi delle operazioni, ampliato la capacità di sorveglianza e limitato la possibilità per i combattenti di sottrarsi alla visibilità del nemico. Hanno inoltre alterato la percezione della violenza da parte dei militari al fronte, che spesso non vedono più l’autore dell’attacco, né possono anticiparne la direzione.

Accanto all’efficacia militare, si osserva una progressiva erosione delle tutele giuridiche. La deresponsabilizzazione prodotta dall’autonomia decisionale e la spettacolarizzazione della morte attraverso la diffusione dei video degli attacchi generano un contesto in cui la distanza psicologica tra azione e conseguenza si amplia ulteriormente.

La comunità internazionale si trova di fronte a un bivio: accettare una crescente disumanizzazione dei conflitti oppure introdurre norme vincolanti che mantengano l’essere umano come unico titolare delle decisioni letali. Solo una regolamentazione chiara può garantire che la morte in guerra resti un evento gravato da precise responsabilità.

 

Alessandra Garosi è laureanda in Scienze per la Pace all’Università di Pisa. Attualmente è tirocinante presso il Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace e “Scienza&Pace Magazine”.