sabato, Febbraio 24, 2024
Cultura

Corsa contro la morte: le “Lettere dalla prigionia” di Aldo Moro, rapimento

di Andrea Panzavolta

TENTATORE – Ma pensa, Thomas, pensa alla gloria dopo la morte. Morto un re se ne fa un altro e un altro re vuol dire un altro regno. Un re si fa presto a dimenticarlo quando un altro è salito sul trono, ma il Santo e il Martire regnano dalla tomba […].

THOMAS BECKET – No! Chi sei tu per tentarmi con i miei stessi desideri?

Sovviene questo frammento, tratto da Assassinio nella cattedrale di T.S. Eliot, leggendo il prezioso saggio di Miguel Gotor che accompagna l’edizione Einaudi delle lettere scritte da Moro nei suoi cinquantacinque giorni di prigionia, là dove si ricorda che in molti storsero il naso per le ripetute richieste del politico democristiano di giungere a un compromesso con i brigatisti, nella forma di uno scambio di prigionieri, sì da avere salva la vita.

A questi benpensanti parve sconveniente, se non addirittura indegno per un uomo come Aldo Moro, al cui invidiabile cursus honorum mancava soltanto l’elezione al Quirinale (la sua candidatura al Colle nel 1971 fallì a causa di oscure trame di potere dietro alle quali vi era la loggia P2, che proprio in quello scorcio di tempo stava operando un selvaggio proselitismo ai vertici delle istituzioni), lasciarsi andare a suppliche, implorare aiuto, scrivere parole di affetto ai familiari, agli assistenti universitari e agli amici più cari. Si riteneva poco virile il suo comportamento, soprattutto se confrontato all’indomabile ardimento mostrato dai partigiani, del quale le lettere dei condannati a morte nella Resistenza offrono una incomparabile testimonianza. Insomma, si sarebbe preferito un Moro che non solo acconsentisse al martirio, ma che addirittura aspirasse a esso quale estrema testimonianza della sua militia Christi. Atteggiamento, questo, tipico di un paese cattolico, abituato a venerare i santi fino a sostituirli, non di rado, con la primizia di tutti i santi, con quel Gesù di Nazaret che, all’approssimarsi della sua ora, fu assalito da un indicibile turbamento tanto da sudare sangue e da chiede, se possibile, di allontanare da sé “il calice”.

Le insidie del martirio sono colte anche da Thomas Becket nel passo sopra richiamato: il Quarto cavaliere è quello che tenta di sedurre l’arcivescovo di Canterbury servendosi della tentazione più infida di tutte: quella di una fedeltà alla Chiesa usque ad effusionem sanguinis, fino all’effusione del sangue e al sacrificio della vita. Drappo sontuoso dietro al quale, però, può allignare uno smisurato orgoglio.

Al contrario, se c’è qualcosa che davvero convince circa la grandezza fuori del comune di Aldo Moro è proprio la sua volontà di vivere. Leggendo le lettere è impossibile non avvertire uno scarto tra questa tensione implacabile alla vita e la sua condizione di prigioniero. Condizione resa terribile, più ancora che dalla privazione della libertà, dal ricordo degli uomini della sua scorta trucidati senza pietà (a questi, nelle lettere, si allude in un solo veloce passaggio in cui, però, ogni parola ha la potenza di un tuono), dall’impossibilità di comunicare con i propri cari e dall’intimo convincimento che sarebbe stato comunque ucciso (“in questa, probabilmente inutile, corsa contro la morte”).

Se una delle possibili definizioni del Dio cristiano è quella di “amante della vita”, chi aspiri a farsene discepolo non potrà a sua volta che amare la vita. Se così stanno le cose, non le reiterate richieste inoltrate dal prigioniero affinché ci si adoperasse per la sua salvezza, bensì una sua ostentata ricerca del martirio sarebbe stata la spia di un suo “disagio mentale”. Questa indomita tensione a vivere è stata resa poeticamente da Marco Bellocchio in Buongiorno, notte là dove Aldo Moro, nell’indimenticabile sequenza che suggella il film con un futuro possibile ma storicamente inattuato, esce dall’appartamento dov’era stato prigioniero e si incammina lungo una strada, tirandosi su il bavero del cappotto per proteggersi dalla guazza delle prime ore del mattino.

Miguel Gotor, con l’acribia dell’autentico storico, dimostra come un’avveduta ermeneutica delle lettere non possa darsi senza considerare le censure operate dai brigatisti, nonché il modo e i tempi con cui esse furono recapitate (l’epistolario della prigionia di Moro è tutt’oggi mutilo). Di questa strategia lo stesso prigioniero dovette ben presto rendersi conto se è vero, come validamente dimostra Gotor, che buona parte del corpus epistolare è non soltanto un capolavoro di reticenza, ma anche un arazzo, per così dire, intessuto da registri stilistici quanto mai diversi tra loro: dal ricordo nostalgico dei figli quando erano bambini all’invettiva dal timbro dantesco contro i maggiorenti della DC, dalla lamentazione (nel significato biblico della parola) agli slanci di tenerezza verso la moglie Norina.

Attraverso questa modalità di scrittura Moro è riuscito, in parte, a eludere la censura o comunque a consegnare il suo estremo magistero, senza sapere, certo, se e quando i posteri lo avrebbero letto. Scrive lo statista democristiano, con accenti che non si ha tema di definire profetici, in una lettera alla moglie giunta a destinazione soltanto nel 1990, quando nel covo brigatista di Via Monte Nevoso, a Milano, furono ritrovate, ciclostilate, missive mai consegnate ai destinatari: “Avevo scritto a tutti i nostri cari in punto di morte, con l’animo aperto in quel momento supremo. Volevo lasciare qualche certezza di amore e qualche motivo di riflessione. Ed ora temo che tutto questo sia disperso, per ricomparire, se comparirà, chissà quando e dove”.

Perché nient’altro che questo sono, a saperle leggere bene, le lettere dalla prigionia: la storia di un’anima. Storia che tanto più riceve il crisma dell’autenticità quanto più il suo autore acquista la consapevolezza che ormai il proprio destino è segnato; il suo e forse anche quello del paese di cui egli si considerò, fino all’ultimo, irreprensibile servitore. Nella solitudine coatta del suo cubicolo in Via Gradoli, a Moro la politica italiana appare desolata, smarrita, priva di un nocchiero che ne governi la barra e ne freni gli istinti più ferini.

In una lettera non recapitata a Benigno Zaccagnini, segretario della DC, lo statista esorta a “capire ciò che agita nel profondo la nostra società, la rende inquieta, indocile, apparentemente indomabile e irrazionale”. Sono aggettivi, questi ultimi, che non si leggono senza provare un acuto senso di malessere; lo stesso che verosimilmente assalì anche Moro, abituato a considerare la politica come una vera e propria tékne, un’arte da praticare con mitezza (nella accezione che Bobbio dà a questa parola) e prudenza (nel suo significato latino, quale capacità di discernere il bene dal male), con tenacia e lungimiranza, come weberiano Beruf: una professione, ma anche una vocazione. Spia di questo amaro disincanto è un passaggio della lettera al figlio Giovanni, pure questa non consegnata, in cui si legge che “la politica ha delle irrazionalità per cui non conviene restarvi al di là dell’esperienza umana”.

A questa epifania del “cuore di tenebra” della politica Moro risponde ripiegandosi in interiore homine e divenendo in qualche modo una “nuova creatura”. Quanto più le cose del mondo mostrano un lato concavo, se non addirittura diabolico, tanto più il suo spirito acquista in altezza e in profondità. Quel passo in cui san Paolo, nella seconda lettera indirizzata ai Corinzi, scrive che “se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno” non potrebbe ridire meglio il prodigio che sta maturando nel cuore di Moro. Soltanto chi ha respinto il martirio fino all’ultimo, con tutte le sue forze e con tutta la sua mente, sa quando esso diviene davvero inevitabile: solo in questo caso la sua testimonianza può essere verace. Le confessiones – utilizziamo volutamente la parola latina usata da Agostino di Ippona per uno dei suoi capolavori – che di quando in quando baluginano, soprattutto nelle missive indirizzate ai familiari e agli amici, sono il racconto di una progressiva imitatio Christi: una dimensione colta, ancora una volta, da Marco Bellochio nella sequenza del suo più recente Esterno notte in cui Moro avanza, incespicando sotto il peso di una croce, seguito dai notabili democristiani.

Si legge nella lettera all’allieva Maria Luisa Familiari: “Che disegno misterioso è mai quello che prima crea il bene e poi lo distrugge. Io m’inchino a questo mistero che avrà certo una ragione profonda. Ecco tutto. Accetto con stupore, con amarezza, con angoscia, quello che accade. Ma non posso che accettare. Penso ai miei. Penso all’adorato [nipotino Luca] che lascio. Penso a te e agli amici carissimi. Sia fatta la volontà di Dio. Cercherò di credere fino in fondo che la vita è mutata, non tolta e che un’altra misteriosa dimensione di colloquio con Dio e con gli uomini, si sostituisca a quella di prima”. Una theo-logia dal sapore antico è racchiusa in queste righe: teologia nel significato più autentico, come parola non su Dio, ma rivolta direttamente a Dio, secondo l’esempio dei patriarchi e dei profeti, di Giobbe e del Servo sofferente di cui scrive Isaia e, ovviamente, secondo l’esempio di Gesù.

Terminata la lettura delle Lettere dalla prigionia le sole parole che ci possono soccorrere sono quelle rivolte, nel dialogo platonico, da Fedone all’amico Echecrate dopo la morte di Socrate: “Questa […] fu la fine dell’amico nostro: un uomo, noi possiamo dirlo, di quelli che allora conoscemmo il migliore; e senza paragone il più intelligente e il più giusto”.

Andrea Panzavolta è giornalista pubblicista. Collabora alla rubrica “Film in discussione” di Iride. Filosofia e discussione pubblica, e ad alcune riviste di critica cinematografica. Dal 2014 è il direttore artistico della rassegna concertistica forlivese “Passioni in musica”.