sabato, Febbraio 24, 2024
DirittiEconomia

Effetti redistributivi del tasso di inflazione e non-neutralità delle misure di contrasto

di Pompeo Della Posta

Quali sono le cause dell’attuale inflazione? Un recente articolo pubblicato da Reuters, che invitiamo a leggere, avanza un’ipotesi del tutto eterodossa per rispondere alla domanda. Mentre la visione prevalente è quella secondo la quale l’inflazione sarebbe determinata dai costi delle materie prime o del lavoro e/o da squilibri fra domanda e offerta, nell’articolo si sostiene, dati alla mano, che in realtà una delle sue componenti più rilevanti sarebbe determinata da un aumento dei profitti da parte delle imprese.

L’ipotesi non è nuova. Già dallo scorso anno, infatti, quando i tassi di inflazione hanno cominciato ad aumentare, c’è stato chi ha avanzato questa possibile spiegazione (si veda, a titolo d’esempio, qui, qui, e qui).

L’idea di fondo è che le imprese abbiano preso gli aumenti dei costi di produzione causati dall’impennata dei prezzi come “scusa” per poter aumentare i prezzi dei loro prodotti. Un po’ come accadde con il passaggio all’euro, quando i livelli dei prezzi aumentarono perché i produttori approfittarono del changeover per ritoccare prezzi in molti casi fermi da tempo. In quella occasione, quindi, sarebbe stato il passaggio all’euro la “scusa” per ritoccare i prezzi al rialzo (con la differenza che in quel caso si ebbe un aumento discreto “one shot” del livello dei prezzi, piuttosto che un aumento del loro tasso di crescita nel tempo).

La versione mainstream obietta che in realtà sarebbe chiarissimo il fatto che, a fronte di strozzature nell’offerta, si sia verificato un eccesso di domanda, soprattutto quando i paesi e le loro economie hanno cominciato a riaprirsi dopo le chiusure legate al COVID e l’offerta non è stata capace di bilanciare questa maggiore domanda. Va anche detto che questa ipotesi è rafforzata dal fatto che, grazie alla ripresa dopo il COVID, il tasso di disoccupazione si sta riducendo un po’ ovunque: segno, appunto, che la domanda sta spingendo la produzione ad adeguarsi. Una parte importante, in questo aumento di domanda, l’avrebbe avuto certamente anche il comportamento (poco assennato, secondo questi interpreti) delle banche centrali che, per contrastare gli effetti nefasti della pandemia sull’economia, avrebbero immesso troppa liquidità sul mercato, liquidità che inevitabilmente non avrebbe poi fatto altro che alimentare la domanda spingendo così i prezzi al rialzo.

La ricetta di politica economica coerente con questa linea di pensiero è quella di aumentare i tassi di interesse: solo così, infatti, si riuscirebbe a ridurre la domanda (mi permetto di rimandare a questa mia spiegazione semplificata dei meccanismi del tasso di inflazione).

Coloro che sostengono, invece, che l’inflazione possa essere stata alimentata da un aumento dei profitti più che da aumento dei costi dell’energia e men che meno da un aumento dei salari (è unanime il consenso sul fatto che in questi mesi di inflazione il potere d’acquisto dei salari sia diminuito) forniscono dati precisi al riguardo, dati ai quali si fa riferimento nell’articolo pubblicato da Reuters. Si può obiettare che, in fondo, si tratta del noto fenomeno tendenziale che data ormai dagli anni Ottanta del secolo scorso, quando prese avvio il processo di liberalizzazione dell’economia, il cosiddetto “wage squeeze” (schiacciamento dei salari). La ragione della compressione dei salari a vantaggio dei profitti è dovuta al fatto che la componente lavoro dei paesi sviluppati ha trovato sostituti sia nel capitale sia nella forza lavoro dei paesi in via di sviluppo. Si tratta però di un fenomeno che avviene a parità di prezzi, determinando un cambiamento delle rispettive quote, ma appunto per prezzi dati.

In questi ultimi mesi, invece, si è assistito sì a un cambiamento di quote relative, ma con prezzi crescenti.

L’obiezione che può essere fatta all’ipotesi che le imprese abbiano aumentato i prezzi approfittando di questo momento di confusione sui mercati è che in un contesto concorrenziale nessuna impresa può permettersi di aumentare i prezzi senza temere di perdere quote rilevanti di mercato. Ma è facile anche ribattere, argomentando che è proprio la realtà pseudo-monopolistica dei mercati attuali a suggerire che le imprese possano permettersi di aumentare i prezzi senza timore di perdere quote di mercato.

E allora arriviamo al punto centrale della questione. Se il tasso di inflazione cresce a causa del comportamento delle imprese che, in un contesto di aspettative di inflazione crescenti, aumentano esse stesse per prime i prezzi, la scelta di politica economica di aumentare il tasso di interesse e così facendo raffreddare la domanda, è quella giusta?

Una scelta del genere comprime la domanda per consumi e investimenti di famiglie e imprese e rischia di causare una recessione dell’economia, penalizzando ulteriormente lavoratori e famiglie. La scelta di politica economica coerente con un’inflazione alimentata da un aumento dei profitti delle imprese, invece, è di quelle più impopolari fra gli economisti ortodossi, vale a dire porre dei limiti ai prezzi (misura che, va riconosciuto, è certamente di difficile attuazione e calibrazione). Non è un caso che proprio a tetti ai prezzi di alcuni prodotti (principalmente delle materie prime) o anche alla tassazione redistributiva degli extra-profitti delle imprese abbiano fatto riferimento molte proposte di economisti e osservatori eterodossi. Dovrebbe essere sufficientemente chiaro che l’una o l’altra misura per fronteggiare l’inflazione vanno a colpire classi di agenti economici ben diverse fra loro.

L’economia non è una scienza neutrale, come in molti invece raccontano: gli effetti redistributivi – questo mi pare il nodo politico – del tasso di inflazione e le misure di politica economica proposte per ridurla ne sono una chiara dimostrazione.

Pompeo Della Posta è full professor alla Belt and Road School della Beijing Normal University (Campus di Zhuhai) ed è in aspettativa dall’Università di Pisa. È stato presidente eletto della International Trade and Finance Association per l’anno 2019 ed è direttore della rivista scientifica Scienza e Pace/Science and Peace. È autore di monografie e di numerosi articoli scientifici su riviste nazionali e internazionali. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente su temi di economia internazionale, globalizzazione economica, Unione europea e debito pubblico.

L’autore tiene a ringraziare Tommaso Luzzati per il ricco scambio di opinioni che ha preceduto la stesura di questa nota e Valentina Mangano per averne sollecitato la redazione.