Con Gitta Sereny nelle tenebre dello sterminio

di Andrea Panzavolta

 

Moltissimo è stato scritto sulla Shoah. Ma, forse, i due libri che più di altri aiutano se non a comprenderla, certo a conoscerla, per usare la distinzione proposta da Primo Levi, sono il suo stesso I sommersi e i salvati e In quelle tenebre di Gitta Sereny, anche se in queste opere lo sforzo di comprensione non è affatto negletto. Se entrambi gli autori fissano lo sguardo nelle tenebre dello sterminio, non è solo per descriverle ma anche, e soprattutto, per capire come si sono formate, chi le ha alimentate spegnendo la propria coscienza, quali mostri si agitano in esse. Non solo: i due autori sembrano procedere allo stesso modo, senza rancore né pregiudizi, ma con una fiducia incrollabile nella ricerca e nell’analisi fondate sulla verifica scrupolosa delle fonti e delle testimonianze. 

Si può dire che sia Levi che Sereny abbiano fallito, perché irrealizzabile era il compito che si erano prefissi: quello, appunto, di com-prehendere, cioè di sistemare (syn-títhemi, tenere-insieme) e logicizzare (ridurre a lógos, a parola-ben-ragionata) la Shoah. Ma questo fallimento non fa venire meno la necessità delle loro pagine e la forza del loro coraggio. Anche se non sono riusciti a disegnare la mappa di quelle tenebre e a tracciare una compiuta tassonomia delle creature che in esse si celano, Levi e Sereny hanno colto, tuttavia, uno dei momenti genetici di quell’orrore e forse di tutti gli orrori, che consiste nella rinuncia a pensare, ad alimentare la propria coscienza, a sottoporre le proprie azioni a un implacabile giudizio per poter scorgere in esse perfino il minimo germoglio di male e, quindi, per poterlo immediatamente deradicare.

In quelle tenebre, apparso per la prima volta nel 1974, ha in apparenza la forma di un reportage e del grande reportage d’autore segue le regole essenziali: meticolosa documentazione, pluralità di testimonianze, confronto tra le stesse mediante un meccanismo “a incastro”, analisi dei fatti condotta sine ira et studio. Più si procede nella lettura, e di conserva nelle tenebre, ci si accorge che il libro è qualcosa di più e di diverso rispetto a un’indagine giornalistica, seppur ottima.

Nel caso di Franz Stangl, capo del Lager di Treblinka, l’unico Kommandant di un campo di sterminio nazista finito alla sbarra e condannato all’ergastolo, non è temerario parlare di tragedia. Alcune considerazioni concorrono a sostenere questo assunto. Prima di tutto, lo stesso protagonista. A differenza di Adolf Eichmann, così come lo conosciamo dalla lettura de La banalità del male di Hannah Arendt, Stangl è un personaggio irriducibilmente più complesso. Se il primo, infatti, fino al capestro, ostenta una cecità assoluta dinanzi al collasso morale che lo aveva portato a essere prima consenziente e poi obbediente a un sistema criminale che, lungi dall’essere l’esecrabile passatempo di una banda di debosciati, aveva assunto la forma di un “nuovo ordine” giuridicamente normato, Stangl, invece, durante i lunghi colloqui con la Sereny che si svolsero nel 1971 nel carcere di Düsseldorf, mostra una progressiva presa di coscienza dinanzi al male compiuto attraverso il ricordo dello stesso. Anche se è impossibile affermare che il suo “tornare sopra” i fatti si sia sostanziato in un reale pentimento (in una biblica teshuvah), è incontestabile che egli alla fine appaia come un uomo affatto diverso da quello che era all’inizio.

Nel corso degli incontri, prima in modo del tutto rapsodico, poi con una frequenza sempre più insistita, lampeggiano osservazioni capaci di rischiarare le tenebre sia pure per pochi istanti. Due di esse sono particolarmente significative. Richiestogli come avesse potuto, “in tutta coscienza”, prendere “una qualsiasi parte” (così nel testo: non sfugga la potente laconicità di quel corsivo e il netto giudizio morale a esso sotteso) in crimini così abietti, Stangl risponde che per sopravvivere limitava le proprie azioni soltanto a quelle di cui nella sua coscienza poteva rispondere. Mettendo a partito ciò che gli avevano insegnato alla scuola di polizia – e cioè che un’azione, per essere definita ‘criminale’, doveva avere un soggetto e un oggetto, concretizzarsi in un’azione e perseguire uno scopo –, egli si era convinto che, qualora difettasse soltanto uno di questi requisiti, l’azione non poteva definirsi ‘criminale’ e quindi essere punita. All’obiezione della Sereny, che un simile ragionamento è inapplicabile in un campo di sterminio, Stangl replica: “È proprio quello che sto cercando di spiegarle; l’unico modo che avevo per sopravvivere, era di dividere la coscienza in compartimenti stagni”.

Dividere in compartimenti stagni la propria coscienza, parcellizzarla, isolarla: ci domandiamo se non sia proprio questo ciò che sopra ho chiamato “il momento genetico” del male, di ogni male. Coscienza è formata dalla parola scienza e dal prefisso co-, che allude a un’azione auto-riflessiva del soggetto sciente: l’attività del pensiero in quanto tale implica la capacità e insieme l’abitudine a porre in krísis, a giudicare tutto ciò che accade, a prescindere dai contenuti e dalle conseguenze degli eventi. Se viene meno quel prefisso, ci sarà soltanto un’attività del pensiero dimidiata e parziale: ridotta, appunto, a parti che non comunicano tra loro.

Le conseguenze nefaste di un simile modo di (non) pensare non tardarono a manifestarsi. A poco a poco agli occhi del Kommandant i deportati non sono più esseri umani, bensì “bestiame”: “Credo che cominciò il giorno in cui vidi per la prima volta il Totenlager di Treblinka. Ricordo Wirth [un collega di Stangl] lì in piedi, accanto a quelle fosse piene di cadaveri lividi, nerastri. Non aveva più nulla a che fare con l’umanità… era una massa… una massa di carne che imputridiva. Wirth disse:«Che cosa dobbiamo fare di questo letame?» Credo che inconsciamente fu da quel momento che cominciai a considerarli come bestiame”. 

Ma forse quel fatale giorno è da spostare più indietro, al periodo in cui Stangl era stato coinvolto nella cosiddetta Aktion T-4, il programma di eutanasia di pazzi e minorati psichici voluto da Hitler tra il 1939 e il 1941 e che fu prodromico allo sterminio degli ebrei (come lo stesso sottotitolo del libro sembra confermare: From mercy killing to mass murder). O, forse, occorre risalire ancora più indietro, al giorno in cui per la prima volta egli sentì definire i non ariani Ungeziefer, “parassiti”, senza fare nulla: la corruzione della parola, descritta da Viktor Klemperer in Lingua Tertii Imperii, trova qui un’icastica dimostrazione.

Stangl, si diceva, ha uno spessore tragico ignoto ad Eichmann. A poco a poco, grazie alle domande di Gitta Sereny, egli acquista una progressiva consapevolezza delle singole tappe, prese in sé apparentemente insignificanti, che lo hanno fatto sprofondare nelle più cupa delle notti. È impossibile non provare sgomento dinanzi alla caduta di quest’anima, che avviene non in modo spettacolare, ma attraverso singoli cedimenti quotidiani, minuscoli compromessi con il male, che finiscono per tessere una rete dalla quale non si può più uscire. 

Ma in che misura si può parlare qui di responsabilità? Pur respingendo l’ipotesi per la quale l’essere umano non è altro che un “burattino del caso”, quanto è imputabile a noi e quanto invece a ciò che i greci chiamavano ananke, l’inflessibile necessità? Certi passaggi dell’intervista hanno un timbro sofocleo: “non era questione di ‘andarsene’; magari fosse stato così semplice! Ormai, ogni giorno si veniva a sapere che il tale o tal’altro era stato arrestato, mandato in campo di concentramento, fucilato. Non era questione di decidere se rimanere o andarsene, nella nostra professione. In brevissimo tempo, era divenuta una questione di sopravvivenza”.

Nel corso dell’ultimo incontro, al quale sopravviverà per appena altre diciannove ore, stroncato da un attacco cardiaco, Stangl sembra aprirsi a una possibile catarsi. A un certo punto le parti si invertono ed è lui a porre una domanda: “Ma, mi dica, se l’uomo ha una meta ch’egli chiama Dio, che cosa può fare per raggiungerla? Lei lo sa?”. “Nel suo caso, non potrebbe essere la ricerca della verità?” gli ribatte la Sereny. Nella Scrittura è detto che la verità rende liberi; non sappiamo se prima della sua morte Stangl si sia affrancato dalla menzogna, ma le sue ultime parole sono quasi un lume nelle tenebre: “Ero lì… E perciò, sì… In realtà condivido la colpa… perché la mia colpa… la mia colpa… solo adesso, in queste conversazioni… ora che ho parlato… ora che per la prima volta ho detto tutto… la mia colpa è di essere ancora qui?”. Il commento della Sereny potrebbe essere pronunciato da un coro: “Credo sia morto allora perché alla fine, sia pure per un momento, s’era messo di fronte a se stesso e aveva detto la verità; era stato uno sforzo ciclopico, per raggiungere quel momento fuggevole in cui era divenuto l’uomo che avrebbe dovuto essere”.

La necessità di un libro come In quelle tenebre non si esaurisce nell’indagine di un personaggio come Franz Stangl. La Verità è la misura con cui Gitta Sereny giudica anche l’atteggiamento tenuto dall’istituzione che, più di qualunque altra, avrebbe dovuto perseguirla, e cioè la Chiesa cattolica romana, a cui l’autrice, con largo impiego di testimonianze, imputa una scandalosa acquiescenza sul programma di eutanasia e una partecipazione attiva volta a favorire la fuga dall’Europa di molti nazisti al termine della guerra. Sono pagine che non si leggono senza sdegno e che fanno sorgere il sospetto che, in quegli anni abnormi, lo Spirito Santo, nella sua anarchica libertà, non soffiasse affatto sulla Chiesa di Roma. “La parola di Dio non è incatenata” scriveva Paolo a Timoteo: ma si fosse almeno udito lo sferragliare dei ceppi, piuttosto che il silenzio.

“La moralità sociale”, scrive la Sereny nell’Epilogo, “dipende dalla capacità dell’individuo di prendere decisioni responsabili, di fare la scelta fondamentale tra il giusto e l’ingiusto; questa capacità deriva da questo misterioso nucleo – che è l’essenza stessa della persona umana. […]. Il fatto che essa esista […] è prova della nostra interdipendenza e della nostra responsabilità reciproca”. Responsabilità anche del bene, vorremmo aggiungere, come Gitta Sereny ha dimostrato attraverso il dono di un libro che aiuta a lottare, vivere, sperare.

 

Andrea Panzavolta è giornalista pubblicista. Collabora alla rubrica “Film in discussione” di Iride. Filosofia e discussione pubblica, e ad alcune riviste di critica cinematografica. Dal 2014 è il direttore artistico della rassegna concertistica forlivese “Passioni in musica”.