La scelta della resistenza: rileggendo “Banditi” di Pietro Chiodi

di Andrea Panzavolta
Nel film di Roberto Rossellini Il generale Della Rovere, la sequenza in cui il regista riassume la sua visione morale e civile è probabilmente quella in cui il capo partigiano Fabrizio, a un compagno di prigionia che, maledicendo la propria cattiva sorte, chiede a gran voce di essere rimesso in libertà perché non «ha fatto niente», così replica: «È proprio questo il suo torto: di non aver fatto niente. Mi scusi: perché non ha fatto niente? Da cinque anni il mondo è in guerra, milioni di uomini sono morti, centinaia di città sono state rase al suolo e lei non ha fatto niente!». Di rincalzo un altro partigiano, catturato anch’egli dai tedeschi, aggiunge: «Bisognava fare qualcosa. Bisognava stare da una parte o dall’altra, con gli uni o con gli altri».
Viene in mente questo momento del capolavoro di Rossellini leggendo una pagina, senz’altro più potente, di Banditi: il diario che Pietro Chiodi, professore di filosofia al liceo classico di Alba e studioso di Heidegger (sua la prima traduzione italiana di Essere e tempo), ha scritto tra il 1945 e il 1946 per tramandare accadimenti di cui era stato diretto testimone negli anni della Resistenza.
Valerio – questo il nome di battaglia che Chiodi si è dato – è stato fatto prigioniero dai repubblichini nel corso di un rastrellamento. Insieme ad altri Banditen, come le forze naziste di occupazione chiamano i partigiani, si trova all’interno di uno stanzone dove giungono dall’esterno voci tranquille di passanti e grida di bambini. Lo scarto tra la normalità di quei suoni, che dicono lo scorrere feriale del tempo senza che accada nulla di eccezionale, e il tempo abnorme che Valerio sta vivendo, in cui si decide la sorte che toccherà a lui e a tanti compagni di prigionia, non potrebbe essere più irriducibile.
Valerio-Chiodi è assalito da dubbi circa l’opportunità della scelta fatta, quella della lotta partigiana, e si domanda se non fosse stato preferibile vivere nascostamente il proprio antifascismo cercando di scamparla, trovando soddisfazione soltanto in una vita di letture e di ricerca. Ma poi all’improvviso, con l’ineludibile evidenza della verità, ecco ritornare alla memoria i corpi straziati di quattro uomini ammassati sopra un carro. Scrive l’autore: «Ripenso alla mia vita di studio […] perché ho abbandonato tutto questo? Mi ricordo con precisione: una strada piena di sangue e un carro con quattro cadaveri […]. Sì, è allora che ho deciso di gettarmi allo sbaraglio. Avevo sempre odiato il fascismo, ma da quel momento avevo sentito che non avrei più potuto vivere in un mondo che accettava qualcosa di simile, fra gente che non insorgeva, pazza di furore, contro queste belve. Una strana pace mi invade l’animo a questo pensiero. Ripeto dentro di me: Non potevo vivere accettando qualcosa di simile. Non sarei più stato degno di vivere».
Nella prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno Italo Calvino scrive che, il più delle volte, bastava un nulla per decidere da che parte stare. Questo fattore imponderabile, in cui caso e necessità si mescolano, è onnipresente in Banditi. Chi tiene la trama e l’ordito del destino umano? Come è possibile continuare ad appoggiare regimi criminali, anche dopo che questi si sono resi responsabili delle peggiori nefandezze? Qual è l’origine del riso che deforma il volto di una giovanissima SS nel grugno «d’un animale eccitato dalla preda»? E, sull’altro fronte, da dove scaturiscono l’intelligenza, l’acume, l’ironia, la bontà di Leonardo Cocito, professore di lettere e collega di Chiodi, che prima d’essere impiccato insieme ad altri sette partigiani grida «Via l’Italia»? E da dove nasce quel senso di fraternità che spinge alcuni internati in un campo di lavoro a rifocillare per due mesi, a rischio della propria vita, un compagno nascosto sotto un mucchio di fieno, rinunciando ogni giorno a una parte della loro razione di cibo?
Scritto in uno stile massimamente scabro e disadorno, del tutto refrattario alla retorica, privo di qualsivoglia riflessione esoterica, incalzante nel suo procedere paratattico, Banditi narra di eventi tragici, di giovani costretti a imprimere alla propria vita un corso affatto diverso da quello vagheggiato, a prendere le armi e a farsi a loro volta assassini. A riguardo, la parola forse definitiva è stata pronunciata da Giorgio Caproni nel racconto Il labirinto che, fin dal titolo, allude all’incertezza radicale di chi sceglie di porsi fuori della legge per un ideale ed è costretto da ciò a prendere decisioni crudeli, in nome di una necessità che sembra non permettere scelte diverse.
Il contagio del male non risparmia neppure coloro che hanno scelto la parte migliore, quella di una futura umanità, come lo stesso autore. Dopo aver fatto fortunosamente ritorno in Italia da un Lager vicino a Bolzano, dove ha patito la fame – «non sono più che un animale affamato» dirà – e veduto prigionieri subire punizioni atroci, Chiodi apprende la sorte toccata a Cocito e ad altri compagni e si rende conto che quelle morti, con il loro smisurato carico di ingiustizia, lo stanno uccidendo. Avverte di essere diventato insensibile agli orrori che lo circondano. Eppure sente che in lui vi è «qualcosa più forte del dolore», e cioè la vita stessa, con le sue umane (troppo umane) passioni: prima fra tutte la vendetta, sotto il cui segno avviene la presa di Torino, narrata nell’ultima parte del diario.
In queste pagine i partigiani acquistano una statura omerica, tanto ricordano Odisseo che fa strage di chi ha usurpato il suo regno e depredato la sua casa. La vendetta, nel finale di Banditi, è circonfusa da un’aura quasi sacrale: non nasce da un regressivo e cieco spirito di rivalsa, ma da un chiaro ancorché terribile ideale di giustizia, che esige di rimettere nei cardini il mondo e di cercare la venerabile, nuda nettezza delle parole che chiamano male il male.
Una frase, rivolta da Chiodi a un ufficiale della milizia appena fatto prigioniero, riassume mirabilmente non solo lo spirito resistenziale di quegli anni, ma anche quello della successiva Italia repubblicana: «Sono venti mesi che ci braccate come belve, che ci fucilate, che ci impiccate, che incendiate. O per voi, o per noi non c’è posto in Italia». Ecco la nettezza della parola a cui sopra si accennava: o voi o noi. La scelta è volutamente, ostentatamente esclusiva perché si tratta di una scelta di civiltà, che dà forma alla pólis e al suo futuro.
Qui risiede, forse, la domanda capitale che risuona in Banditi: da dove nasce la pólis? Quali sono le sue fondamenta? La risposta la si legge alla data 28 aprile 1945. Chiodi sta descrivendo il pietoso trasporto di un partigiano di ventuno anni, a cui una pallottola esplosiva ha squarciato il petto. A ogni passo un fiotto di sangue «cola giù per la camicia grigioverde e cade in piccole gocce segnando la strada percorsa». Per parafrasare le commoventi parole con le quali Piero Calamandrei chiudeva il suo Discorso sulla Costituzione, pronunciato dieci anni dopo agli studenti di Milano, se vogliamo conoscere il luogo dove sono nate le nostre città, bisogna seguire la strada tracciata dal sangue di quell’anonimo giovane partigiano. Chi non si ritrova in essa si mette di fatto fuori della Repubblica. Ma una sorte ancora peggiore tocca a chi dovesse smarrire quella strada, perché sarebbe condannato a ripetere i medesimi fatti di sangue.
Il diario è stato scritto, dice Chiodi nella premessa, non per rinfocolare antichi odi, ma perché i giovani «guardando consapevolmente [al passato], vengano in chiaro senza illusioni del futuro che li attende se per qualunque ragione permetteranno che alcuni valori – come la libertà nei rapporti politici, la giustizia nei rapporti economici e la tolleranza in tutti i rapporti – siano ancora una volta manomessi subdolamente o violentemente da chicchessia». Come aveva detto una volta i suo collega Cocito, ci sarà lotta di resistenza ogniqualvolta ci saranno soprusi da sanare e ingiustizie da ripianare, e ci saranno ‘partigiani’, per necessità se non per vocazione.
Andrea Panzavolta è giornalista pubblicista. Collabora alla rubrica “Film in discussione” di Iride. Filosofia e discussione pubblica, e ad alcune riviste di critica cinematografica. Dal 2014 è il direttore artistico della rassegna concertistica forlivese “Passioni in musica”.


