Alle radici della sollevazione palestinese

di Andrea Vento

L’improvvisa esplosione delle proteste palestinesi a Gerusalemme Est, nei primi giorni di maggio, ha riacceso il conflitto armato fra Israele e la Striscia di Gaza, gli scontri nelle città a popolazione mista all’interno dello stato di ebraico e, in Cisgiordania, fra esercito e popolazione palestinese. Se, da un lato, queste vicende hanno sorpreso l’opinione pubblica e la politica internazionale, dall’altro non hanno colto impreparati gli osservatori più attenti e gli analisti delle vicende mediorientali.

 

La tregua non affronta né risolve i problemi di fondo

Mentre scriviamo è in vigore da qualche giorno, tra Hamas e Israele, una tregua “reciproca e senza condizioni” mediata dall’Egitto di al-Sisi, che cerca così di riaccreditarsi sulla scena internazionale. Completata la fase uno, con il silenzio delle armi, i mediatori egiziani hanno iniziato a lavorare muovendosi tra la Striscia e Israele per preparare l’avvio della fase due: si tratta dell’avvio dell’ennesima ricostruzione di Gaza, dell’ampliamento della zona di pesca e dell’apertura dei valichi, che hanno ripreso a funzionare ma molto a intermittenza per consentire il passaggio di aiuti umanitari e di giornalisti. La grande incognita resta la fase tre: quella che dovrebbe portare a intese di più ampio respiro, ad esempio sul rilascio di permessi di lavoro verso Israele. Nulla si dice però, nella tregua, su come affrontare e risolvere i motivi scatenanti di questa ultima escalation, né su come riprendere un vero e sostenibile percorso di pacificazione.

Per la durata dello scontro armato, in cui si contano al momento almeno 220 morti palestinesi e 12 all’interno di Israele (di cui 3 immigrati dall’Asia meridionale), la politica e la diplomazia internazionali, salvo rare eccezioni, hanno taciuto. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu è stato bloccato dal veto degli Stati Uniti e l’Unione Europea si è limitata ad annunciare un blando vertice dei Ministri degli esteri. Il silenzio assordante di chi aveva il compito e gli strumenti per imporre un “cessate il fuoco” è stato rotto dalle numerose e partecipate manifestazioni che, nei paesi occidentali e in Medio Oriente, hanno chiesto di rispettare i diritti dei palestinesi e di far tacere le armi. Un atto indubbiamente necessario per impedire un ulteriore spargimento di sangue di civili inermi, ma che deve rappresentare solo il primo passo sulla strada della risoluzione dell’annosa questione che tutt’oggi, a oltre 50 anni dall’inizio dell’occupazione militare israeliana dei Territori Palestinesi, costituisce non solo la causa prima della negazione di diritti e dell’oppressione, ma rappresenta una piaga aperta e una fonte di instabilità perdurante per l’intero Medio Oriente.

La confisca delle abitazioni a 28 famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah, la chiusura dell’accesso alla Spianata delle Moschee durante il venerdì più sacro del Ramadam e le provocazioni degli ebrei ortodossi estremisti, hanno rappresentato solamente un casus belli occasionale, che ha fatto da detonatore all’insostenibile condizione in cui è stato relegato il popolo palestinese nell’indifferenza internazionale. Per comprendere le radici dell’esplosione della rabbia dobbiamo, pertanto, considerare la frustrazione accumulata dal popolo palestinese che, nei 20 anni successivi al definitivo fallimento del cosiddetto Processo di Pace sancito a Camp David nel luglio 2000, ha subito ancora una volta nel silenzio della comunità internazionale l’inesorabile avanzamento della colonizzazione ebraica della Cisgiordania e l’ebraizzazione di Gerusalemme Est, accompagnate da continue confische di terre e di edifici, con relative espulsioni.

Nella parte araba della città, dove è inizialmente deflagrata la rivolta, la requisizione delle abitazioni, gli abbattimenti e il reinsediamento ebraico attuati dai governi israeliani ha confinato i residui 330.000 palestinesi, pari al 60% del totale degli abitanti, nel solo 14% dello spazio urbano di Gerusalemme Est, peraltro in condizioni di apartheid legislativo. Israele, infatti, seppur con atto unilaterale e illegale abbia annesso de facto la parte della città occupata con la Guerra dei Sei Giorni del 1967, non ha proceduto ad analoga operazione con i palestinesi riservando loro lo status di “stranieri residenti permanenti” che, oltre ad essere soggetto a revoca, prevede diritti limitati, rispetto agli ebrei che vivono nella stessa Gerusalemme Est.

 

Ricostruire la storia per andare alla radice del problema

I bombardamenti, le distruzioni e le morti civili di questi giorni stanno attirando l’attenzione della società civile mondiale, ma è assolutamente necessario evitare che una volta placatesi le armi e spento il clamore mediatico, la situazione del popolo palestinese venga lasciata ancora una volta al di fuori dell’agenda politica internazionale, come avvenuto dopo le tre precedenti operazioni militari israeliane contro Gaza del 2008/9, 2012 e 2014.

L’opinione pubblica mondiale, che in questi giorni ha mostrato capacità interpretative e di mobilitazione nettamente più spiccate rispetto alla leadership politica internazionale ferma a generici appelli a cessare le violenze, come se lo scontro fosse fra pari e non fra uno degli eserciti più efficienti dell’area, milizie male armate e popolazione civile in rivolta, deve continuare a mantenere alta l’attenzione sul dramma del popolo palestinese e ad esercitare pressioni sui rispettivi governi. I paesi occidentali e l’Unione Europea, che si ritengono i difensori del rispetto dei diritti umani, devono essere indotti, attraverso un’azione dal basso, ad attivare azioni diplomatiche concrete tese ad esigere il rispetto della legalità internazionale da parte di Israele. Come stabilito dalle numerose Risoluzioni delle Nazioni Unite (si veda il Dossier a cura del GIGA), Israele deve ritirarsi dai Territori palestinesi occupati militarmente, smantellare gli insediamenti colonici e consentire la nascita di uno Stato palestinese entro i confini antecedenti il 5 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale.

Le esortazioni a cessare le violenze o l’ipocrita refrain dei governi occidentali sul “diritto di Israele a difendersi”, puntualmente riemersi ad ogni esplosione di violenza, sono in realtà funzionali al progetto sionista, disvelato dallo storico israeliano Ilan Pappe ne “La pulizia etnica della Palestina“, di espulsione, colonizzazione e annessione territoriale, attuato ai danni del popolo palestinese. Invocare la pace senza effettivamente adoperarsi per garantire il rispetto dei diritti della controparte più debole e da decenni soggiogata, è un mero esercizio retorico che non porta ad alcuna risoluzione della questione.

Ripercorrendo la storia dell’Occupazione militare israeliana dei Territori palestinesi possiamo verificare come la Prima Intifada, la sollevazione del popolo palestinese, sia avvenuta a causa di frustrazione e mancanza di prospettive di risoluzione politica, a fine 1987, vale a dire dopo vent’anni dall’inizio dell’Occupazione stessa. Lo stesso arco di tempo che è intercorso dal fallimento del Processo di Pace e dal conseguente scoppio della Seconda Intifada, ad oggi. Ancora una volta la storia insegna alla “distratta” leadership politica mondiale che la negazione di diritti, la sottomissione e le discriminazioni non costituiscono alcun presupposto per la pacificazione, anzi sono foriere di sollevazioni popolari e di scontri armati.

L’oscuramento mediatico sulla realtà del popolo palestinese, l’appiattimento della politica internazionale sulle posizioni di Israele e l’abbandono di ogni prospettiva di risoluzione equa dell’occupazione per via negoziale, sono equivalse ad aver nascosto la polvere della dramma palestinese sotto il tappeto della storia, magari sperando che lì restasse per sempre. Se la leadership politica internazionale avesse avuto più chiare le vicende storiche, maggior onestà intellettuale e capacità di adempiere al proprio ruolo, non avrebbe potuto non immaginare che la disperazione palestinese sarebbe di nuovo esplosa in manifestazioni di protesta.

La Realpolitik su cui si è adagiata la leadership politica internazionale si è rivelata miope e fallimentare: chiedere formalmente il rispetto da parte di Israele del diritto internazionale senza adoperarsi concretamente per il suo rispetto e continuare a intrattenere ottime relazioni economiche, commerciali, militari e di intelligence con Israele equivale di fatto ad avallare il progetto sionista, abbandonando a se stessi i palestinesi, alla loro frustrazione e alla loro rabbia.

La società civile non può restare inerte di fronte all’immobilismo dei governi, anzi: deve acquisire consapevolezza nei suoi mezzi e comprendere che attraverso la mobilitazione consapevole può ergersi a soggetto storico, imponendo dal basso un cambiamento di rotta alle politiche del proprio paese. Fondamentale diventa, pertanto, la conoscenza approfondita delle vicende storiche e delle politiche vessatorie attuate da Israele nei confronti dei palestinesi per poter agire con piena cognizione di causa.

 

Israele: un paese a lungo in bilico fra stato confessionale e stato democratico

Lo Stato di Israele costituisce tutt’oggi uno dei sei stati insieme a Canada, Regno Unito, Arabia Saudita, Nuova Zelanda e San Marino che risulta privo di Costituzione formale, nonostante la “Dichiarazione di istituzione dello Stato di Israele”, del 14 maggio 1948, avesse disposto che un’assemblea costituente avrebbe dovuto elaborarne una entro il 1° ottobre 1948. Lo scoppio della Prima Guerra Arabo-Israeliana all’indomani della proclamazione e l’incapacità dei diversi gruppi della società israeliana di concordare sullo scopo, sull’identità e su una sua visione a lungo termine dello Stato, oltre all’opposizione di Ben Gurion, sfociarono nella cosiddetta “Decisione Hariri” del 13 giugno 1950, la quale stabilì di procedere gradualmente attribuendo alla Knesset, l’assemblea parlamentare, il compito di legiferare una costituzione capitolo per capitolo. Ogni capitolo normativo assunse la denominazione di “Legge Fondamentale” e, solo al termine dell’intero processo legislativo, i vari atti sarebbero stati assemblati in una costituzione completa ed effettiva.

A partire dagli anni ’50 la Knesset ha, quindi, approvato una serie di Leggi Fondamentali riguardanti principalmente l’assetto istituzionale dello Stato, i rapporti fra i vari organi e la protezione dei diritti civili come la “Human Dignity and Liberty”, Legge Fondamentale”Dignità umana e libertà” del 1992 e la “Freedom of Occupation”, la Legge Fondamentale “Libertà di occupazione” del 1994. Tuttavia, la difforme applicazione di queste ultime due Leggi Fondamentali in base all’appartenenza etnico/confessionale dei propri cittadini, ha sollevato le proteste delle minoranze arabe e druse e aperto un dibattito giuridico sull’effettivo carattere democratico dello stato di Israele, con molti quesiti e riflessioni che, pur aleggiando nel confronto politico all’interno del paese sin dalla sua fondazione, sono rimasti a lungo aperti.

L’immagine diffusa di una società israeliana divisa, tra coloro che aspirano a conformarsi al modello della democrazia occidentale e altri che mostrano una ostinata adesione alla tradizione religiosa, è probabilmente riduttiva. Per approfondire questo fondamentale e peculiare aspetto dobbiamo tenere in considerazione che gli ebrei israeliani mostrano, a livelli diversi, un notevole attaccamento alle loro tradizioni e pratiche religiose e la maggior parte di loro, a prescindere dal fatto di definirsi laica o osservante, considera molto importante che lo stato preservi un qualche carattere ebraico. Pertanto, non è certo risultato agevole negli anni l’impegno profuso dai sistemi giudiziario e legislativo nel tentativo di armonizzare le leggi dello Stato con il corpo della giurisprudenza tradizionale derivata da fonti religiose, con il risultato che l’ebraismo, considerato dai padri fondatori come elemento portante dello Stato, è menzionato in tutte le leggi del paese scandendo molti aspetti della vita privata e pubblica, matrimonio incluso.

 

La trasformazione di Israele in stato nazionale ebraico

La peculiare realtà istituzionale, di uno stato sovrano ebraico, ha sollecitato profonde riflessioni da parte di intellettuali e legislatori, all’esterno e all’interno del paese, senza riuscire tuttavia ad arrivare a una conclusione univoca. Ciò dipende dal fatto che Israele non è mai stato esclusivamente uno stato ebraico, uno stato degli ebrei o uno stato per tutti i suoi cittadini ma, probabilmente, ha costituito una complessa miscela di tutti e tre. Tale instabile equilibrio è stato, tuttavia, definitivamente alterato il 18 luglio 2018, allorché, dopo un dibattito durato anni e che ha diviso il paese e le forze politiche anche al loro interno, è stata approvata, con 62 voti favorevoli, 55 contrari e 2 astenuti, una nuova Basic Law “Israel as the Nation State of the Jewish People (“Israele: stato-nazione del popolo ebraico”). L’ultima delle 14 Leggi Fondamentali che, per la prima volta nella storia del paese, definisce ufficialmente lo stato come “la casa nazionale del popolo ebraico“, istituzionalizzando il processo di giudaizzazione dello stato.

La trasformazione di Israele da stato ebraico sostanziale in stato ebraico ufficiale, sancito dall’approvazione della quattordicesima Legge Fondamentale, è il risultato di un processo durato decenni che ha, tuttavia, subito un’accelerazione con l’inizio del nuovo millennio, a causa del graduale ridimensionamento delle forze progressiste, peraltro anch’esse sioniste (Partito Laburista e Meretz) ma più disponibili al dialogo coi palestinesi, e dell’ascesa delle forze di destra, sia quelle laiche come il Likud, Israel Beitenu (Israele, casa nostra) e Yamina (Destra), che la galassia dei partiti tradizionalisti religiosi, decisi nel procedere sia nell’opera di giudaizzazione del Paese, che su quella di colonizzazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. Entrambi i processi nei decenni si sono sviluppati di pari passo con quello di annessione delle terre palestinesi occupate con la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Anche quest’ultimo processo, in linea con gli altri, è stato avallato da atti legislativi interni del massimo livello, come le Leggi Fondamentali, a lungo, tuttavia, non riconosciuti a livello internazionale.

 

I processi di annessione e di colonizzazione

Tramite la Legge Fondamentale “Gerusalemme, capitale di Israele”, approvata dalla Knesset allora a maggioranza di destra il 30 luglio 1980, “Gerusalemme, completa e unita, è dichiarata capitale di Israele”: come conseguenza, viene ufficialmente annessa la parte Est della città, escludendo però i suoi 330.000 abitanti palestinesi attuali, riservando loro lo status di stranieri “residenti permanenti” con diritti limitati. L’atto unilaterale di annessione e il mutamento di status di Gerusalemme sono stati più volte condannati, senza ottenere riscontri da parte israeliana, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’annessione, invece, dalle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza n. 252 (21 maggio 1968), n. 267 (3 luglio 1969) n. 271 (15 settembre 1969) e la n. 298 (25 settembre 1971), mentre il cambio di status giuridico è stato contestato dalla Risoluzione n. 478 (20 agosto 1980) che ha dichiarato la Legge fondamentale “nulla e non valida”.

Il Consiglio di Sicurezza ha anche più volte condannato la strategia di colonizzazione dei Territori Palestinesi occupati, iniziata da Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni e ingiunto di non procedere alla costruzione di insediamenti colonici nei Territori occupati con le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza n. 446 (22 marzo 1979), n. 452 (20 luglio 1979) e n. 465 (1 marzo 1980).

Dobbiamo rimarcare come Il Consiglio di Sicurezza si sia limitato in questa prima fase ad emettere delle Risoluzioni di condanna, senza, peraltro, effettivamente adoperarsi per ottenerne il rispetto sostanziale e senza comminare alcuna sanzione per le violazioni, come avvenuto anche nel caso della Risoluzione n. 497 (17 dicembre 1981) tramite la quale “Il Consiglio di Sicurezza dichiara nulla l’annessione israeliana delle Alture del Golan e chiede ad Israele di annullare immediatamente la propria decisione“.

Questo vero e proprio status privilegiato ha visto per decenni Israele violare il diritto internazionale, comprese le numerose Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che, al contrario di quelle dell’Assemblea Generale, hanno valore vincolante, senza subire, al là delle condanne formali, alcuna effettiva sanzione e di continuare a godere dell’appoggio degli Stati Uniti. A causa di vari fattori, tale status è andato progressivamente modificandosi, a partire dagli anni ’90, a ulteriore vantaggio dello Stato di Israele.

 

I mutamenti geopolitici hanno giocano a favore di Israele

Il profondo cambiamento geopolitico mondiale di inizio anni ’90, provocato dalla disgregazione dell’Urss e dalla fine del Bipolarismo, l’allentamento della tradizionale politica estera filo-araba da parte di un numero crescente di paesi europei e il loro graduale avvicinamento a Israele, il riconoscimento politico di Israele da parte della Giordania nel 1994 e l’avvio dell’effimero processo di pace fra israeliani e palestinesi (Accordi di Oslo del 1993), hanno costituto fattori fondamentali nella modificazione degli equilibri internazionali a vantaggio di Israele.

Questo favorevole nuovo scenario geopolitico emerge chiaramente dalla scansione temporale delle Risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu di condanna dell’operato del governo di Tel Aviv. Delle 74 Risoluzioni censite dal Giga (si vedi il Dossier), ben 68 sono state emesse fino al 1994 e solo le restanti 6 nei 27 anni successivi, fra cui 4 nel 2002 durante la Seconda Intifada e le altre 2 successivamente.

Eppure, in questi anni i governi di destra succedutisi alla guida del paese non hanno certo modificato, a parte il ritiro strategico da Gaza disposto da Ariel Sharon nel 2005, le strategie annessionistiche e di colonizzazione. Anzi nell’ultimo ventennio tali politiche hanno subito un sensibile incremento (Grafico 1), riuscendo a non ottenere la condanna delle Nazioni unite solo grazie al regolare diritto di veto posto dagli Stati Uniti nell’ambito del Consiglio di Sicurezza, veto che ha bloccato qualsiasi proposta di Risoluzione contro l’operato di Israele.

Israele ha quindi beneficiato del passaggio da una situazione di impunità sostanziale a quella di impunità formale: indubbiamente un vulnus profondo nel sistema giuridico internazionale.

Grafico 1: Espansione delle unità abitative e della popolazione ebraica negli insediamenti colonici in Cisgiordania e a Gerusalemme Est (2002-2018).

 

La rottura fra Obama e Netanyahu porta alla Risoluzione n. 2334

Le due più recenti Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza riguardanti Israele nascono da situazioni particolari: la prima, la n. 1860 emessa tardivamente il 9 gennaio 2009, riguarda il Cessate il fuoco nell’Operazione Piombo fuso, l’attacco militare a Gaza scatenata il 27 dicembre 2008 a 3 settimane dall’insediamento di Obama, non costituisce una condanna diretta ed esplicita ma si rivolge ad Israele in quanto aggressore.

Mentre la seconda, la n. 2334 del 23 dicembre 2016, che invece condanna duramente la condotta di Israele, è frutto dell’incrinatura dei rapporti fra l’amministrazione Obama e il governo di destra di Netanyahu, a causa delle tensioni scatenate dagli atti unilaterali di quest’ultimo che hanno portato il presidente statunitense, in scadenza di mandato, a non porre il veto alla Risoluzione. Il testo costituisce una condanna generalizzata dell’operato illegale di Israele negli ultimi 50 anni.

 

I regali di Trump a Netanyahu

Lo scenario delle relazioni internazionali era, tuttavia, destinato nel giro di pochi giorni a ruotare a favore della destra israeliana con l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump il 20 gennaio 2017. Il nuovo presidente sin dall’inizio ha instaurato rapporti privilegiati col governo Netanyahu concedendo, da un lato, l’appoggio incondizionato alle politiche espansionistiche e annessionistiche e, dall’altro, addirittura riconoscendole ufficialmente: l’amministrazione Trump ha così stracciato letteralmente il diritto internazionale, compiendo vari passi azzardati e senza precedenti nella storia delle relazioni tra i due paesi.

Il primo atto effettuato in tale direzione dall’amministrazione Trump è stato lo spostamento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme nel maggio 2018: la decisione è stata presentata come un “regalo” per i festeggiamenti dei 70 anni della fondazione del paese, con il conseguente riconoscimento di Gerusalemme come capitale. La decisione è stata accompagnata dalla sollecitazione, rivolta ad altri paesi “stretti alleati”, a fare altrettanto. 

Il secondo atto di rottura da parte dell’ex presidente Trump è stata, nel marzo 2019, la dichiarazione di riconoscimento dell’annessione delle Alture del Golan: in base al diritto internazionale, invece, come ribadito dalla risoluzione delle Nazioni Unite n. 497 del 17 dicembre 1981, quei territori risultano occupati militarmente in quanto parte del territorio della Siria.

Infine, nel novembre 2019, l’amministrazione di Washington ha comunicato di non ritenere più gli insediamenti colonici israeliani in Cisgiordania come illegali, avallando di fatto l’espansione territoriale di Israele oltre i confini stabiliti nel 1967, in violazione del diritto internazionale e delle varie risoluzioni delle Nazioni Unite in merito.

 

Conclusioni

L’attuale esplosione delle proteste a Gerusalemme Est e nel resto dei Territori palestinesi origina, dunque, in un contesto di grave privazione di diritti, di violazione continuativa della legalità internazionale e di falsa equidistanza geopolitica delle principali potenze internazionali, come gli Stati uniti passati sotto Trump a sostegno esplicito alle politiche sioniste.

La presidenza Biden se, da un lato, sembra promettere cambiamenti nella politica economica interna, nelle politiche migratorie e in quelle per il contrasto del cambiamento climatico, dall’altro laton non lascia intravedere possibili cambiamenti significativi in relazione alla questione palestinese. Osserviamo, invece, con interesse il dinamismo sociale e politico che sta interessando gli Stati Uniti: le numerose manifestazioni pro Palestina svoltesi nel paese, la lettera che 25 deputati hanno scritto al Segretario di Stato Blinken e la netta presa di posizione di Bernie Sanders a favore di un movimento internazionale attivo e duraturo, che imponga alla leadership politica mondiale la fine dell’occupazione e il pieno rispetto dei diritti dei Palestinesi.

Il concetto di pace d’altra parte non è astratto, né può essere identificato con la mera assenza di conflitti armati, ma è fondato sulla giustizia e sul rispetto dei diritti negati, come quelli dei Palestinesi.

 

Andrea Vento è tra i fondatori del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati (GIGA) e insegna geografia nell’Istituto “A. Pacinotti” di Pisa. E-mail: andreavento2013@gmail.com