domenica, Aprile 14, 2024
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Musei per la pace: percorsi tra storia, memoria e comunicazione

a cura di Chiara Magneschi

Il 9 e 10 dicembre 2021, nell’auditorium dellUniversità IULM, si è tenuto il Convegno internazionale “Trails of Peace between history, memory and communication”, co-promosso da Università IULM e Politecnico di Milano, con il patrocinio di Rete delle Università per la Pace, della CRUI, dell’International Network of Museums for Peace e della Red Internacional de Universidades Lectoras.

Seguendo un percorso che va dalla battaglia di Solferino alla Grande Guerra, da Guernica a Hiroshima, fino allo scenario post-bipolare, il convegno ha invitato a riflettere sul significato dei musei della pace, sul ruolo delle città, delle università, del mondo della comunicazione e dell’arte nella tutela dei diritti umani, nonché sulle forme di narrazione della pace e della guerra negli ultimi due secoli.

I lavori si sono articolati in due giornate. Il 9 dicembre si è svolta, presso il Mantova Campus del Politecnico di Milano, una tavola rotonda con i principali Musei per la pace italiani, moderata da Elena Montanari. Il giorno successivo, presso l’Auditorium dell’Università IULM, hanno avuto luogo tre sessioni dedicate rispettivamente al tema della memoria, della storia e della comunicazione, in rapporto all’attività di alcuni dei più importanti Musei per la pace al mondo che, in questa sede, hanno presentato le proprie attività.

 

Musei per la pace: riflessioni introduttive

La sessione introduttiva è stata aperta dai saluti di Guido Formigoni, pro-rettore dellUniversità IULM, che ha riportato un messaggio di Dario Franceschini. Il ministro ha riconosciuto il ruolo che i musei hanno nella promozione dei diritti umani e della pace e nel custodire, valorizzandoli, quei patrimoni documentali sapientemente occultati e difesi durante i vari conflitti e tornati alla luce dopo la loro conclusione. Il ministro ha anche sottolineato il ruolo dell’Italia nel coltivare il legame tra pace e cultura, ad esempio attraverso la promozione presso l’Unesco dei “caschi blu della cultura”, inviati nelle missioni per la salvaguardia del patrimonio culturale in zone di conflitto.

Sono seguiti i saluti di Enza Pellecchia, coordinatrice della Rete delle Università per la pace, che ha colto l’occasione per comunicare ufficialmente la notizia della Convenzione siglata tra la CRUI e il Segretariato Permanente dei Premi Nobel per la pace. Infine, sono arrivati i saluti di Akihiko Kimijima, coordinatore mondiale della Rete Internazionale dei Musei per la pace.

Le riflessioni introduttive, condotte da Massimo De Giuseppe (Università IULM), hanno ricordato come dicembre sia un mese di celebrazioni significative per la pace. Il 9 dicembre 1901, infatti, è stato consegnato il primo premio Nobel per la pace, ed esattamente 73 anni fa è stata adottata dalle Nazioni Unite la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Rispetto ai lavori preparatori di quest’ultima, De Giuseppe ha richiamato alcuni dettagli meno conosciuti, come alcune osservazioni personali del relatore Charles H. Malik sulla figura di Eleanor Roosevelt e sull’atteggiamento con cui arrivò a Parigi nel 1948 per scrivere la Dichiarazione, atteggiamento che si mostrava ancora più fervente rispetto a quando si erano incontrati a Londra nel 1946 per le sessioni preliminari.

La rievocazione del relatore ha toccato anche altri punti cruciali, e meno conosciuti, del cammino verso la pace e dei suoi ostacoli nella storia. Ha ricordato, ad esempio, come fin dal 1944, in occasione della Conferenza di Bretton Woods, John M. Keynes avesse insistito affinché l’Economic Social Council (uno degli organismi delle Nazioni Unite che meno appare a livello mediatico) funzionasse da cinghia di trasmissione” tra le nuove istituzioni (come la Banca Mondiale) e quelle tradizionali, più politiche e rappresentative, come l’Assemblea generale, e come il progetto keynesiano, tuttavia, si fosse arenato.

Nel corso degli anni ‘50, ha rammentato ancora De Giuseppe, è cresciuto un movimento mondiale per la pace. Nel 1954 Bertrand Russel ha pubblicato il saggio breve Man’s Peril”, sul tema del rischio atomico e sul pericolo che la memoria del genere umano si estinguesse nel suicidio collettivo di una guerra nucleare. Poco tempo dopo ha visto la luce il celebre Manifesto Russell-Einstein, redatto a distanza di pochi mesi dagli esperimenti atomici degli Stati Uniti nel Pacifico: il documento, firmato da illustri scienziati del tempo, puntava a sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso canali comunicativi dinamici e innovativi.

Un altro “racconto”, estremamente significativo per il tema del convegno, ha riguardato Giorgio La Pira. Il sindaco di Firenze amava invitare gli studenti dei suoi corsi di diritto romano all’Ara Pacis, per stimolare una riflessione sulla musealizzazione del passato e sull’assenza di musei per la pace: «ce ne sono molti che celebrano la guerra – osservava con lucidità La Pira – perché non ne esistono della pace?». Veniva così messo a fuoco il significato pubblico di simili monumenti, creati per celebrare la pace e reinterpretati nel tempo in direzione opposta: nelle intenzioni dell’imperatore Augusto, l’Ara Pacis doveva essere il luogo della pax romana, ma il fascismo ne ha fatto un monumento precursore dell’Italia fascista e delle sue velleità imperiali, mentre l’Italia repubblicana lo ha trascurato tanto che, ancora oggi, non è percepito quale simbolo di pace.

Affrontando, infine, la questione dell’attualità dei Musei per la pace, De Giuseppe ha anticipato quanto emerso dalla Tavola rotonda successiva del convegno, ovvero che essi hanno impostazioni molto diverse: alcuni sono memoriali post-bellici, altri mettono al centro la storia del pacifismo, altri si occupano di incontri di negoziazione, altri ancora hanno come punto focale l’aspetto formativo. Del resto, la pace presenta un vasto range di chiavi interpretative. Il punto centrale resta comunque quello di fare una comunicazione efficace su questi temi, per rompere il perdurante silenzio mediatico sulle questioni fondamentali connesse alla costruzione della pace. Si pensi all’ultimo rapporto del SIPRI, dal quale emerge che la spesa globale in armamenti, nonostante la situazione pandemica, sia andata aumentando e, nel 2020, sia stata la più alta di sempre. Eppure il tema non ha trovato spazio nei mass media, nonostante le continue innovazioni tecnologiche rendano la guerra sempre più un potenziale fattore di sterminio del genere umano.

Comunicare i temi della pace in modo efficace significa tenere viva la memoria, far dialogare tra loro generazioni diverse e formare l’immaginario collettivo globale, facendo dialogare linguaggi e tecniche diverse, comprese le arti, il cinema e la fotografia. In questa strategia, è centrale la funzione dei Musei della pace, che hanno come obiettivo proprio quello di accrescere la sensibilità e lo spirito critico dell’opinione pubblica intorno a temi generalmente trascurati dai grandi media.

Conclusa l’introduzione di De Giuseppe, si è aperta la prima sessione, moderata da Roy Tamashiro (Webster University, Stati Uniti), durante la quale sono stati presentati alcuni dei Musei per la pace più rappresentativi a livello mondiale. Tali musei seguono, come detto, modelli diversi, ma presentano anche molti tratti in comune: attraverso alcune domande chiave è possibile cogliere sia gli elementi di comunanza che quelli di differenza.

 

Cosa sono i Musei per la pace?

I musei per la pace sono enti senza scopo di lucro, il cui statuto prevede la promozione di una cultura di pace attraverso vari percorsi, in cui si concretizza la peculiarità di ogni singolo museo: si va dalla raccolta, elaborazione e diffusione di documenti sulla storia della pace e del pacifismo, ai laboratori per bambini e bambine sullo sviluppo personale di un’idea di pace.

La loro origine risale ai primi anni ’90 del Novecento, quando l’Onu e l’Unesco hanno promosso un progetto volto alla loro creazione, ispirato all’idea della complessità concettuale ed esperienziale della pace e del pacifismo: dall’approccio rigorosamente nonviolento alla versione “moderata”, che contempla il ricorso alla forza armata per tutelare i diritti umani nei contesti in cui essi sono violati. Nel 1992 è nato l’International Network of Peace Museums (INPM) e, tre anni dopo, su questa prima base l’Onu ha pubblicato una sorta di Manifesto dei Musei per la pace (il Peace Museum Worldwide), che già prevedeva la loro messa in rete. Nel 1998 lINPM ha ottenuto lo status di “ONG associata” al Dipartimento dell’informazione pubblica delle Nazioni Unite, e comprende attualmente circa 130 istituzioni museali.

È proprio negli anni ’90 che sono nati i primi musei per la pace, tra cui molti di quelli presentati al Convegno: Guernica nel ’98, il Kyoto Museum for World Peace nel ‘92, il Museum of Japanese Colonial History in Korea nel ’91, il Peace Museum di Bradford nel ‘92. Nel decennio successivo sono stati aperti il Dayton International Peace Museum, risalente al 2004, e il Fredens Hus Museum di Uppsala, nato tra il 2006 e il 2007.

 

Identità specifiche

I Musei per la pace sparsi per il mondo hanno, come si è anticipato, ragion d’essere e obiettivi specifici molteplici: pur essendo tutti motivati dalla causa irenica, declinano quest’ultima diversamente a seconda dei contesti storico-geografici di riferimento. Anche solo rispetto ai musei partecipanti al Convegno in oggetto, colpisce l’eterogeneità del lavoro svolto, al punto che, quasi sempre, è dato rintracciare in ciascun Museo una molteplicità di obiettivi e profili. Così, spesso accade che un unico museo possa raccogliere vocazioni diverse.

È il caso del Guernica Peace Museum (rappresentato da Iratxe Momoitio), unico museo per la pace dell’intera Spagna. Un suo primo obiettivo è quello di far conoscere al vasto pubblico le persone che hanno costruito la pace nella storia, come Gandhi, Luther King e Mandela: molti dei visitatori, osserva Momoitio, non le conoscono, ma citano come esempi di pacifisti personaggi dell’attualità quali Greta Thunberg e Angelina Jolie. In questo quadro, si inseriscono le informazioni date ai visitatori sull’opera di studiosi della pace, come Galtung, o sulle varie forme di pacifismo esistenti. Un secondo obiettivo è quello di essere un museo-memoriale, dedicato in particolare alla Guerra civile spagnola e al bombardamento della cittadina basca che dà il nome al museo, con ricostruzioni realizzate attraverso documenti storici (è presente un vero e proprio centro di documentazione su tali eventi) ma anche attraverso le voci dei sopravvissuti, che portano la loro testimonianza in ordine alla riconciliazione con i loro attentatori. Il Museo si dedica anche alla relazione tra pace e promozione dei diritti umani, ponendo al pubblico una domanda drammaticamente cruciale: cosa ne è dei diritti umani oggi? Il museo ha, infine, una vocazione pedagogica: ha una parte dedicata ai visitatori più piccoli, con molti differenti percorsi.

Il Kyoto Museum for World Peace/Ritsumeikan University (presentato da Junko Kanekiyo) è il primo museo universitario dedicato alla pace. Estremamente significativa la sua storia: la Ritsumeikan University era in origine un’organizzazione privata volta a fornire agli studenti un training militare; divenne poi un centro di ricerca nazionale per la difesa (che inviò più di 3000 studenti sui campi di battaglia), fino a trasformarsi in un’università che ha come obiettivo principale la formazione per la pace e la democrazia. Il museo universitario promuove un concetto di pace come assenza di violenza (non solo di guerra), condizione che a sua volta permette all’essere umano di far fiorire il proprio potenziale. Alcune delle nuove sfide che le esibizioni si propongono sono la creazione di una memoria globale, il riconoscimento dei crimini di guerra e le responsabilità del colonialismo, la comunicazione del punto di vista delle vittime e degli aggressori, e l’inclusione, nel concetto di pace, di tematiche di grande attualità e interesse per la vita collettiva, come la crisi climatica.

The Museum of Japanese Colonial History in Korea (rappresentato da Kim Yeonghwan), con sede a Seul, lavora nel quadro della complessa storia tra Corea e Giappone, proponendosi di favorire il superamento del colonialismo e la costruzione della pace in Asia Orientale, anche attraverso il coordinamento delle relazioni tra giapponesi e coreani. In questo senso, esso svolge un ruolo di ausilio attivo di un conflitto in essere, quello che contrappone ancora oggi la Corea del Nord e il Giappone, ponendosi come soggetto “attivista” per i diritti. In effetti, l’esperienza del Museo mostra quanto forte sia il legame tra gli obiettivi di una struttura come questa e il Movimento per i diritti civili, e quanto perciò sia calzante a riguardo l’espressione utilizzata da De Giuseppe, più in generale, di “musealizzazione viva”. Yeonghwan ha sottolineato il forte impegno del Museo a far sì che i nomi delle vittime del conflitto nippo-coreano vengano mostrati, rilevando l’importanza di dare un nome per la ricostruzione e il riconoscimento di valore delle identità personali. Non a caso sono presenti al suo interno mostre speciali che raccolgono testimonianze di vittime e di spettatori dei soprusi da esse subiti, come i lavori forzati. Anche in questo caso, poi, c’è un forte interesse al coinvolgimento dei giovani affinché divengano sostenitori della pace tra i due popoli.

The Peace Museum di Bradford, nel Regno Unito (presentato da Clive Barrett), è un grande centro di documentazione su tematiche di pace, con una vastissima collezione delle più varie tipologie di documenti (poster, libri, articoli, fascicoli, foto, bandiere, dipinti, cartoline, film e documentari, carteggi) tutti originali, più altri documenti on-line. Una sezione del museo è dedicata, anche in questo caso, a scopi didattici per i visitatori più piccoli. Molto curata è la ricostruzione della storia del pacifismo e dell’obiezione di coscienza, con l’obiettivo di alimentare la ricerca su questi temi, in stretta collaborazione con il mondo accademico.

Tra le principali collezioni presenti nel Museo, due meritano particolare attenzione: la collezione “Piccoli oggetti, grandi storie”, una raccolta di oggetti che raccontano storie importanti, come quelle dei sopravvissuti dello sterminio o del Muro di Berlino, capace di un grande impatto sul pubblico; la collezione “Cos’è la pace?”, volta a stimolare possibili risposte a tale domanda attraverso la conoscenza delle differenti “culture di pace”, inclusa l’arte della non violenza: una pace dinamica, orientata alla presa di coscienza e alla creazione di valori condivisi, in cui la memoria delle generazioni passate ispira quelle presenti e future. Meritevoli di menzione anche le parti dedicate ai vincitori dei Premi Nobel per la Pace e ai movimenti antinucleari. Creare questo genere di musei, osserva Barrett, vuol dire creare dei simboli di pace che raccontano storie e influenzano la visione del pubblico: anche in questo caso, il concetto di “memoria attivista” è quanto mai calzante.

Il Fredens Hus Museum di Uppsala, in Svezia (rappresentato da Jasper Magnusson), è strettamente legato all’attivismo di pace, rispetto al quale mira a coinvolgere soprattutto i bambini attraverso programmi dedicati: finora, sono stati almeno 220.000 gli studenti coinvolti. Un obiettivo centrale del Museo è la sostenibilità, concetto auspicabilmente trasversale e destinato a intersecarsi con molti altri temi, quali la sostenibilità sociale, l’anti-razzismo e tolleranza, uguaglianza di genere e la prevenzione delle violenze contro le donne, la gestione dei conflitti più in generale. Interessante la scelta di sottolineare la dimensione sociale e locale della “pace”, prima ancora di quella internazionale, in modo da affrontare le problematiche legate alle discriminazioni personali, allintolleranza, al razzismo, ai pregiudizi e al bullismo.

Il Museo è continuamente al lavoro per mettere a punto nuovi strumenti interattivi, al fine di comunicare con il grande pubblico e con la cittadinanza, spingendola a farsi “attiva”. Non è trascurato nemmeno, in questa realtà, l’aspetto della memoria storica, attraverso l’incontro tra studenti e testimoni storici dello sterminio.

Il Dayton International Peace Museum nell’Ohio (presentato da Kevin Kelly), pone al centro della propria attività il legame tra pace, nonviolenza e diritti umani. In questa prospettiva ritiene fondamentale sviluppare strumenti da offrire ai visitatori per incoraggiare l’empatia, fin dalla più tenera età, in collaborazione serrata con le scuole. Il Museo è, non a caso, membro dell’Associazione dei Musei per bambini. Si propone, inoltre, di contribuire ai processi di riconciliazione in corso, anche in onore agli Accordi di Dayton che, nel 1995, hanno posto fine alla guerra in Bosnia. Attualmente, il Museo sta sta affrontando un’ambiziosa ristrutturazione, che lo porterà a ingrandirsi e a divenire ancora più “interattivo”.

 

Caratteri comuni

I Musei per la pace offrono, nel loro complesso, una gamma molto ampia di analisi e contestualizzazioni del concetto di pace. Sono, tuttavia, accomunati dalla scelta di sensibilizzare all’importanza di porre la domanda “che cosa è la pace?”, piuttosto che fornire una risposta preconfezionata: si tratta di ispirarela pace, più che educare a essa, come ha commentato Roy Tamashiro della Webster University, Stati Uniti, moderatore della sessione “Memoria”.

Molti dei rappresentanti dei musei presenti hanno raccontato che, dopo aver posto ai visitatori la domanda su cosa sia la pace, molto spesso cala il silenzio: le persone non sanno cosa rispondere o, semplicemente, non si sono mai poste questa domanda. Al contrario, quando si chiede cosa sia la guerra, la risposta arriva con facilità. Ebbene: i Musei si impegnano a porre la domanda sulla natura della pace, offrendo strumenti per elaborare una risposta personale. È comunque indubbio che un tratto comune dei focus sia la declinazione del concetto di pace come non violenza, intesa come terreno “minimo” affinché il potenziale umano possa fiorire.

Il coinvolgimento dei giovani è un altro dei tratti condivisi dai diversi musei per la pace. Si tratta di una strategia fondamentale per più ordini di motivi. Da una parte, è cruciale fornire ai protagonisti del prossimo futuro spazi per immaginare altri mondi possibili, nonché fonti di ispirazione e strumenti per diventare promotori attivi della pace, sia tra i popoli che nelle società in cui vivono, promuovendo la costruzione di una realtà inclusiva e tollerante. Dall’altra parte, è essenziale coltivare la memoria del passato per costruire il futuro. Come messo in luce da tutti i relatori intervenuti, in assenza di eredi che la raccolgano, la memoria storica è destinata a scomparire o ad affievolirsi, via via che scompaiono i suoi diretti protagonisti: la trasmissione del loro vissuto può, allora, non solo formare i giovani ma perpetuare la loro memoria, in modo che continui a essere monito per il futuro.

Il dato confortante è che i Musei per la pace si stiano rivelando capaci di richiamare molti “nuovi testimoni”, e che i loro visitatori siano soprattutto studenti. Tutti i Musei vogliono che le città che li ospitano siano città che, forti e consapevoli della loro storia, guardino al futuro per contribuire alla pace nel mondo.

Altro comune denominatore è la molteplicità dei soggetti che collaborano alle attività dei Musei. Alcuni hanno soprattutto partner governativi, come il Guernica Peace Museum o il Museo di Bradford. Quest’ultimo, in particolare, è nato da donazioni di privati ma è poi cresciuto grazie all’apporto degli enti locali, interessati tra le altre cose a veicolare il messaggio antinucleare.

Quasi tutti i musei, inoltre, hanno collaborazioni strette con il mondo accademico. Attivisti e ricercatori spesso lavorano in sinergia, ad esempio nella fase di raccolta dei documenti, nell’individuazione di nuovi ambiti di studio o nella realizzazione di pubblicazioni sui temi della pace. In particolare, le acquisizioni dei più recenti studi nell’ambito degli studi comparati sui movimenti pacifisti sono linfa vitale per i musei di matrice storiografica. Più in generale, avere un background accademico è molto importante per la credibilità delle narrazioni esposte nei musei: questa consapevolezza ha spinto ben presto l’INPM ad accogliere nella sua rete anche dipartimenti universitari e centri di ricerca. Esemplare, da questo punto di vista, l’attività dei musei di Kyoto, Bradford e Dayton. La strada da intraprendere in futuro è quella di creare legami ancora più stretti con le università, anche attraverso la creazione di stage per gli studenti.

Altri musei, invece, come quello di Uppsala, collaborano strettamente con ONG (che, nel caso specifico, hanno anche contribuito a fondare il museo). È inoltre interessante la partnership con artisti che realizzano prodotti per esposizioni d’impatto, o che performano all’esterno dei musei, per incentivare la partecipazione dei cittadini, specialmente dei più giovani che hanno spesso un’idea del museo come luogo noioso, dove sono richieste conoscenze pregresse per accedere.

Un dato che colpisce è la collocazione fisica di questi musei, molto spesso ubicati nei centri delle città (si pensi, per citarne uno, a quello di Seoul). Tale circostanza favorisce l’integrazione di tali centri nel tessuto urbano e l’interazione con la cittadinanza. Allo stesso tempo, i musei sono spesso il frutto dell’apporto concettuale e materiale dei cittadini. È il caso del museo coreano, sorto grazie alle donazioni, alla solidarietà e alla collaborazione della società civile, o al museo di Bradford, anch’esso nato dall’iniziativa di alcuni cittadini (due insegnanti e un veterano del Vietnam), oltre che una ONG. Questa sinergia testimonia come, fin dalla loro origine, i Musei per la Pace siano luoghi di comunicazione e condivisione, e come l’apporto della società civile sia il motore della loro vitalità.

 

Qual è l’impatto del Covid-19?

A causa della pandemia in corso, molti dei musei partecipanti sono attualmente chiusi al pubblico in presenza”. Questo ostacolo ha, però, prodotto un’implementazione della loro visibilità sui social media e ha incrementato la possibilità di visite virtuali “a distanza”: una modalità che, si ipotizza, potrebbe essere mantenuta anche una volta terminata la fase emergenziale.

Significativa la proposta, emersa durante il convegno, di realizzare una rete virtuale tra tutti i Musei per la pace, in modo da renderli visitabili “a distanza” congiuntamente. Una simile collaborazione è auspicabile anche nell’ottica di creare un fronte comune, di fare della rete dei Musei per la Pace una comunità di protezione rispetto alla violenza e alle diseguaglianze che la pandemia, com’è noto, ha esacerbato.

L’ulteriore sfida posta dal Covid riguarda la perpetuazione della memoria. A causa del virus, infatti, si sono persi molti sopravvissuti: ciò rende ancora più importante ed urgente la trasmissione a “nuovi testimoni” del prezioso lascito delle molte vittime delle guerre e delle violenze, affinché questo patrimonio di esperienze non vada perduto ma, al contrario, si trasformi in “memoria attiva”.

 

Conclusioni

I Musei per la Pace sono realtà molteplici. Essi non restituiscono un quadro frammentato delle esperienze pacifiste e delle idee di pace che coltivano, ma compongono un panorama complessivamente coerente e variegato, capace di connettere culture di pace distinte tra loro per origine e approccio.

Ciò che ne emerge, insomma, risponde esattamente a quanto auspicato da Massimo De Giuseppe in un suo contributo del 2020, pubblicato su Scienza&Pace Magazine: “un prototipo di museo della pace open-minded, in grado di stimolare l’interesse anche di persone estranee al circuito pacifista, secondo la logica del progetto Onu”. Anche l’auspicio, formulato in quell’occasione, a colmare al più presto il ritardo italiano nella costruzione di Musei per la pace, sembra essere avviato al suo soddisfacimento, in particolare grazie al coinvolgimento attivo delle università: la fondazione, nel 2020, della Rete delle Università per la pace, su iniziativa della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, costituisce una chiara evoluzione in termini di ricerca, scambi di esperienze e internazionalizzazione, ma anche di costruzione di una cultura e di una sensibilità più diffusa sui temi della pace, affrontato nelle sue più varie declinazioni.

C’è quindi da sperare che fioriscano anche in Italia, sulla scia degli ottimi esempi forniti da altri paesi, sempre più numerose realtà museali volte a sviluppare nuovi modi di curare la memoria e costruire percorsi di pace fruibili da un ampio pubblico, tra cui soprattutto i più giovani. Si tratterebbe, senz’altro, di un importante contributo alla piena realizzazione del dettato costituzionale, secondo cui “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

 

Chiara Magneschi è avvocata, ricercatrice aggregata al Centro Interdisciplinare “Scienze per la Pace” e docente a contratto in Teorie giuridiche e politiche e diritti umani presso il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa. E-mail: chiaramagneschi@gmail.com