Quando l’architettura incontra i diritti umani: Eyal Weizman e il Forensic Architecture

di Sonia Paone

 

Eyal Weizman, architetto e direttore del Center for Research Architecture al Goldsmiths College di Londra, è uno studioso già molto noto per le sue ricerche sui processi di trasformazione insediativa e infrastrutturale del territorio israelo-palestinese. Tali processi vengono letti come una strategia di dominio da parte dello Stato di Israele: una vera e propria architettura dell’occupazione, più lenta e meno visibile rispetto a quella militare, ma altrettanto violenta1.

Nel 2010 Weizman ha fondato il collettivo Forensic Architecture, di cui il volume Violence at the threshold of detectability (pubblicato da Zone Books nel 2017) costituisce il manifesto. Forensic Architecture è un collettivo multidisciplinare in cui collaborano architetti, artisti, giornalisti, film-makers, sviluppatori di software, scienziati e avvocati. L’obiettivo è quello di condurre ricerche indipendenti da utilizzare come prove di violazione di diritti umani e crimini di stato, da presentare nei tribunali internazionali, affiancando il lavoro delle organizzazioni non governative che si occupano della difesa dei diritti umani, e davanti all’Assemblea generale e ad altri organi delle Nazioni Unite.

Partendo dalla constatazione che guerre, conflitti e violenze hanno sempre più come scenario le città, il collettivo costruisce le sue prove facendo “parlare l’architettura”: le crepe, le rovine, il fumo, i fori dei missili e degli spari sugli edifici sono segni raramente presi in considerazione in quanto tali, ma che molto possono dire su come si svolge un conflitto o su come è avvenuta la violenza. Da queste tracce lasciate nello spazio, recuperando materiale visuale, sia open source prodotto “dal basso” e circolato su blog e social media, sia rilasciato dai governi, e raccogliendo testimonianze e memorie, vengono ricostruiti gli spazi in cui il crimine o la violenza sono avvenuti. Si arriva cioè a presentare una “prova spaziale” che, grazie alla visibilità e alla possibilità di immersione nella dimensione tridimensionale, intacca il regime di invisibilità su cui spesso si fonda la violenza di stato.

Come ricorda Weizman, sono tre gli ambiti in cui il collettivo si muove: il campo dove si cercano e raccolgono i dati; il laboratorio in cui si analizzano; il forum, cioè il momento di pubblicità dei dati e quindi di visibilità, come suggerisce l’etimologia stessa della parola forense.

Nel volume, il complesso modus operandi e la filosofia del collettivo sono presentati attraverso una serie di casi come, ad esempio, il progetto svolto in collaborazione con Amnesty International riguardante la ricostruzione virtuale della struttura architettonica di Saydnaya, un centro di detenzione e tortura siriano. La prigione, risalente agli anni Settanta, è situata a venticinque chilometri a nord di Damasco. Qui a partire dal 2011 sono stati tenuti prigionieri e hanno subito brutali torture migliaia di siriani (più di 17.000 secondo Amnesty International): manifestanti, professori universitari, avvocati, medici, giornalisti e persone sospettate di essere oppositori del governo di Assad.

La ricostruzione virtuale della prigione è avvenuta grazie alle memorie e alle testimonianze di sopravvissuti, rifugiati in Turchia. Attraverso le descrizioni delle celle, delle aree comuni ed esterne, delle scale, delle finestre è stato possibile accedere virtualmente a uno spazio del quale non esistono fotografie recenti e a cui è stato negato l’accesso a giornalisti, avvocati e associazioni. La prigione sostanzialmente è attraversabile e accessibile solo grazie alla memoria di chi è sopravvissuto alla violenza perpetrata in quello spazio.

Altri casi si riferiscono alla ricostruzione di edifici e spazi in cui si sono verificati crimini e violenze a Gaza, in Cisgiordania, in Serbia, in Guatemala e in Pakistan. Il volume offre così uno sguardo inedito su una disciplina che tradizionalmente, come sottolinea lo stesso Weizman, è uno strumento di dominio ma che può divenire un efficace contro-potere. Nello stesso tempo, avvia una riflessione innovativa sul significato della forma architettonica.

Come evidenzia Georg Simmel in un breve saggio sulla Rovina2, l’architettura è una vittoria dello spirito sulla natura, un equilibrio fra la materia meccanica e la spiritualità formativa che la trasforma. Ma questo meraviglioso equilibrio si rompe nel momento in cui la costruzione va in rovina, svelando una tragicità cosmica. Allora questa tragicità cosmica, che nei casi presi in considerazione da Forensic Architecture, non è dovuta alla decadenza e all’abbandono ma alla violenza, diventa il punto di partenza per tornare a uno stato di equilibrio in cui la ricostruzione della forma, seppur in modo virtuale, non è tanto e solo una vittoria dello spirito sulla natura, ma l’affermazione della verità e della giustizia.

 

Note

1 E. Weizman, Architettura della occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele, Bruno Mondadori, Milano, 2009.

2 G. Simmel, Saggi di cultura filosofica, Neri-Pozza, Vicenza, 1998.

 

Sonia Paone è Professoressa Associata in Sociologia dell’Ambiente e del Territorio presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, membro del CISP e Presidente dei Corsi di Laurea in Scienze per la Pace: Cooperazione Internazionale e Trasformazione dei Conflitti.

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