domenica, Giugno 16, 2024
Diritti

Non solo green pass: nella pandemia sono in gioco democrazia, transizione ecologica ed equità vaccinale

di Luca Baccelli

Questa estate si è molto discusso di una letterina scritta da due dei più importanti filosofi italiani, Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, contro l’introduzione del green pass, visto come una misura discriminatoria e avvicinato al passaporto interno che era imposto ai cittadini dell’Unione Sovietica per muoversi nel paese. Intervenendo su Micromega, Giorgio Cremaschi ha ricondotto il tema a uno scontro fra “perfetti liberali e liberisti reazionari”, da una parte, e altri liberali più “pragmatici” dall’altra: gli uni “fanatici dell’individualismo” contrari a qualsiasi regolazione statuale, gli altri disposti ad accettare qualche regola per non fermare l’economia. Ma, forse, la questione è un po’ più complicata.

Le differenti posizioni sul Covid-19 e sulle misure per fronteggiarlo, dal lockdown al distanziamento, dall’uso delle mascherine ai vaccini, attraversano la linea di frattura fra destra e sinistra che, a sua volta, non può essere schiacciata su una sola dimensione. Basti pensare a due pamphlet di grande successo pubblicati nei decenni scorsi: se Norberto Bobbio ha ricondotto ciò che definisce la sinistra all’affermazione dell’uguaglianza1, Carlo Galli ha invece insistito sulla libertà2.

Credo sia impossibile connotare la sinistra se non si fa riferimento a una qualche articolazione dei principi dell’uguaglianza e dell’emancipazione, dell’equità e della liberazione. Riconoscendo che tra questi principi c’è una tensione, che si manifesta con più evidenza nelle crisi. D’altra parte anche nel campo della destra l’esaltazione della libertà individuale contro i vincoli imposti dalle istituzioni pubbliche non è semplice da conciliare con i valori dell’ordine, della tradizione, dell’identità escludente. Non è nuova neanche l’idea che certe istanze antiautoritarie, come il “vietato vietare” e il “vogliamo tutto”, coltivate nei movimenti radicali a partire dagli anni sessanta, siano state assunte successivamente nella narrazione che ha legittimato le politiche neoliberali attraverso una promessa di liberazione individuale3.

Ma, allora, la linea di frattura passa piuttosto fra una visione che potremmo definire, usando il lessico della teoria politica, “libertaria4, e una concezione “repubblicana”5, che rimandano a loro volta a differenti visioni della libertà, dell’uguaglianza e dei diritti? A contrapporsi sono l’uguaglianza formale come assenza di discriminazione e l’uguaglianza sostanziale come superamento degli ostacoli che la impediscono? Chi vede la libertà come assenza di vincoli e chi la interpreta come assenza di dominio arbitrario? Chi insiste sulla dimensione individuale e sottolinea che i diritti sono una “proprietà” del soggetto e chi li vede, invece, come espressione dei processi collettivi di rivendicazione? Da una parte, l’enfasi sull’autodeterminazione del soggetto, il sospetto per le politiche pubbliche che si rivelano dispositivi di controllo biopolitico; dall’altra, l’idea che la liberazione individuale si ricollega all’emancipazione collettiva e che la libertà, per essere effettiva, richiede determinati vincoli e limiti?

Agamben non ci aiuta a venirne a capo. Nell’articolo del febbraio 2020 “L’invenzione di un’epidemia” è partito da posizioni negazioniste, denunciando le “frenetiche, irrazionali e del tutto immotivate misure di emergenza” che sarebbero state ispirate al modello dello stato d’eccezione su cui ha molto scritto in passato. Purtroppo è stato smentito nei giorni successivi, ma di fronte all’escalation dei contagi, al collasso degli ospedali, alla mancanza di respiratori nelle terapie intensive, alle file di bare e all’urlo delle sirene, non ha concesso nessuna forma di autocritica. Piuttosto, ha via via spostato l’oggetto dei suoi interventi, dalla nozione stessa di contagio – ignota, ci ha ricordato, alla medicina ippocratica – al distanziamento sociale, all’uso della mascherina, all’ “abolizione dell’amore”, alla vaccinazione, mantenendo il tono apocalittico e lo stile oracolare. Il green pass è stato così assimilato alla stella gialla imposta agli ebrei dai nazisti, e il suo scopo è stato identificato nella “discriminazione di una categoria di uomini, che diventano automaticamente cittadini di seconda classe”. In un intervento di poco successivo, invece, ha affermato che la “tessera verde” “ha di mira non i cittadini esclusi, ma l’insieme della popolazione che ne è munita”. L’obiettivo dei “governi […] è, infatti, un controllo minuzioso e incondizionato su qualsiasi movimento dei cittadini”6.

Sarebbe interessante tentare di rivalutare le categorie del suo pensiero, espresse in bestseller internazionali come Homo sacer, alla luce di questi interventi, e c’è chi ha cominciato a farlo. Qui dico solo che l’approccio adottato da Agamben in questi due anni mi sembra un modello, a suo modo esemplare, di come non dovrebbe essere affrontato il millenario dilemma del rapporto fra filosofia e contesti sociali: di fronte all’incalzare di eventi drammatici, la filosofia dovrebbe cercare di interrogarsi, di mettere in discussione le sue premesse e i suoi assunti, di argomentare in funzione degli interessi comuni. Essa finisce per assumere, piuttosto, una postura autocelebrativa, attingendo al repertorio del pensiero sapienziale. Il “no vax” può anche citare Omero, Esiodo e Ferecide, ma non facciamo grandi passi avanti nella riflessione critica, e neppure sul piano etico e giuridico.

Eppure di una filosofia realmente critica e autocritica abbiamo bisogno, perché i problemi ci sono. In un articolo su La fionda intitolato “Sovrano è chi discrimina i non vaccinati”, Geminello Preterossi – tutt’altro che un libertario antistatalista – ha colto “le pulsioni autoritarie del potere neoliberale […] sia quando si tratta di lavoro sia quando si tratta di green pass”. Ha certamente ragione nel tenere insieme questione sociale ed emergenza democratica […], diritti sociali e diritti di libertà” e non c’è dubbio che il neoliberalismo mescola promessa di liberazione e prassi oppressive, controllo sociale, politiche sicuritarie. Ma come si disarticola questo nesso? Come si contrasta questa narrazione di grande successo? Quando Preterossi scrive che “si è cominciato con i diritti sociali e il lavoro, si è proseguito con la sovranità democratica, adesso si arriva alle libertà civili” mi sembra alludere a un passaggio lineare che non convince. Eppure solleva una serie di questioni decisive, dallo smantellamento della sanità pubblica ai dubbi sulla vaccinazione di ragazze e ragazzi, alla tendenza – tipica del neoliberalismo – a scaricare sull’individuo la responsabilità: penso alla recente introduzione per decreto dell’obbligo di green pass in tutti i luoghi di lavoro pubblici e privati, con interruzione dello stipendio e, nelle imprese con meno di 15 dipendenti, la possibile sostituzione temporanea per chi ne è sprovvisto; ma penso anche al fatto che, come è noto, per vaccinarsi occorre firmare un documento che esonera il servizio sanitario da responsabilità per effetti collaterali, fatta salva la possibilità nei casi più gravi di chiedere un indennizzo.

La pandemia c’è ed è una tragedia globale. Come scrive anche Preterossi, una serie di pratiche cautelari e i vaccini sono necessari per cercare di contenerla e superarla. Non credo che si possa negare che ci troviamo in una situazione di emergenza, che ha richiesto e richiede interventi straordinari e procedure straordinarie. Il problema è che da anni ci troviamo su un piano inclinato che ha via via fatto diventare l’emergenza una forma ordinaria di governo. A venti anni dall’11 settembre il riferimento immediato è alla War on Terror, con quella devastazione del diritto attraverso provvedimenti lesivi della libertà e della dignità personali, come il Patriot Act, che l’ha caratterizzata. Vent’anni dopo marines, parà e governi occidentali sono fuggiti precipitosamente dall’Afghanistan, ma il carcere di Guantanamo è ancora lì e la ferita allo Stato di diritto rimane aperta. Quasi peggio la banalizzazione dello stato di emergenza, nella quale l’Italia ha fatto scuola: penso all’utilizzazione delle procedure speciali previste dall’articolo 24 del decreto legislativo 1/2008, non solo nel caso di terremoti e inondazioni, ma anche per gestire “grandi eventi” come il G8 o i mondiali di nuoto.

Ripeto, il Covid è una crisi reale. Ma non c’è dubbio che l’adozione dello stato di emergenza ha introdotto deroghe ai diritti civili e politici, non solo alle libertà individuali: basta pensare alla fine del governo Conte II. La scelta di non passare dalle elezioni, giustificata dal Presiedente della Repubblica Mattarella con l’emergenza sanitaria, ha pressoché imposto un governo di quasi-unità nazionale a forte impronta tecnocratica. Che sembra attuare una gestione della pandemia assai differente dalla svolta verso una reale transizione ecologica, il rilancio del welfare, la maggiore progressività nella tassazione, le politiche attive del lavoro, la garanzia di reddito e servizi per i soggetti più vulnerabili, il rilancio della sanità pubblica e la ricostruzione di quella territoriale, l’investimento nella scuola e nella ricerca pubbliche. L’inversione di tendenza rispetto alle politiche che, negli ultimi quarant’anni, hanno esaltato le disuguaglianze ed emarginato i lavoratori è tutt’altro che all’ordine del giorno. Il profilo dei consulenti scelti dal governo per gestire il PNRR è eloquente, non solo sul piano simbolico.

C’è un altro aspetto inquietante: condizione necessaria perché un sistema sia democratico in senso non meramente formale, oltre alle elezioni libere e alla tutela dei diritti civili, è la pressione, l’“assedio” sulle istituzioni rappresentative da parte dei cittadini e dei movimenti sociali che questi esprimono. La partecipazione del popolo nasce nei “tumulti”, ossia nel conflitto sociale attraverso cui si rivendicano diritti nello spazio pubblico, come ci ha insegnato Machiavelli cinque secoli fa. Nell’emergenza è ardua l’organizzazione del conflitto sociale strutturato e produttivo mentre, paradossalmente, si apre lo spazio alle forme corporative, particolaristiche, anomiche di protesta.

Oggi, d’’altra parte, le certezze sull’efficienza e l’efficacia dei sistemi democratico-costituzionali vacillano, anche senza ritornare alle analisi sulle “promesse non mantenute”7, sui “rischi evolutivi”8 e sullo “sfiguramento”9 della democrazia, affetta da una “sindrome postdemocratica”10. I successi del sistema autoritario cinese nel fronteggiare l’epidemia in un paese di un miliardo e mezzo di abitanti vanno riconosciuti, senza ovviamente sottovalutare le limitazioni delle libertà civili e politiche, ad esempio in materia di libertà d’informazione, denunciate da più parti. Non è più vero, come si diceva qualche anno fa, che la democrazia si trovi in una condizione di “solitudine normativa”, che sia cioè l’unica forma di governo considerata legittima; ci sono alternative di successo.

Al di là del dibattito sul green pass, sono queste le criticità profonde che accompagnano il contrasto alla pandemia fondato sull’“emergenza” e su una qualche limitazione dei diritti, non solo civili ma anche e soprattutto sociali e politici. Tutto questo andrebbe, infine, inquadrato nei rapporti fra capitalismo globale, crisi ecologica e insorgenza delle epidemie: su questo terreno è possibile immaginare politiche efficaci di prevenzione, a condizione di rivedere il modello di sviluppo attuale, fondato sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse e sull’alterazione degli equilibri naturali, e di avviare una reale transizione ecologica.

E se si allarga ancora lo sguardo, in una prospettiva di salute globale, i nostri dubbi sui vaccini scolorano rispetto all’esclusione dalla campagna vaccinale di gran parte dell’umanità. “È chiaro che l’obiettivo delle grandi aziende farmaceutiche non sia il miglioramento della salute pubblica, ma il profitto dei propri azionisti. Un’equa distribuzione di vaccini, però, è una questione di rispetto dei diritti umani e anche di lungimiranza. Se le vaccinazioni non procederanno speditamente e diffusamente ovunque, rischieremo che da qualche parte nel mondo si sviluppino altre mutazioni del virus che potrebbero rendere inefficaci i vaccini disponibili”.Dobbiamo tutti mobilitarci e pretendere che i vaccini raggiungano tanto la California quanto il Pakistan” . Sono alcune fra le ultime parole di Gino Strada.

 

Luca Baccelli è Professore ordinario di Filosofia del diritto presso la Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Camerino e Presidente di Jura Gentium. Centro di filosofia del diritto internazionale e della politica globale.

 

Note

1 N. Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Roma, Donzelli, 1994.

2 C. Galli, Perché ancora destra e sinistra, Roma-Bari, Laterza, 2010.

3 L. Boltanski – E. Cabello, Il nuovo spirito del capitalismo (1999), Milano-Udine, Mimesis, 2014.

4 Il termine libertarian si utilizza qui per designare concezioni che tendono a promuovere il valore della libertà individuale in contrapposizione ai vincoli imposti dallo Stato. In un senso diverso, “libertario” è quasi sinonimo di “anarchico”.

5 Il termine republican non ha nulla a che fare con le denominazioni di forze politiche, come i Repubblicani statunitensi o italiani, ma si riferisce a una corrente del pensiero politico che valorizza l’attivismo civico e vede la libertà come assenza di dominazione, compatibile con l’azione di istituzioni rappresentative. Cito a riguardo solo Ph. Pettit, Il repubblicanesimo. Un teoria della libertà e del governo (1997), Milano, Feltrinelli, 2000.

6 L’insieme degli interventi di Agamben è accessibile su Quodlibet.

7 N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984.

8 D. Zolo, Il principato democratico. Per una teoria realistica della democrazia, Milano, Feltrinelli, 1992.

9 N. Urbinati, Democrazia sfigurata. Il popolo fra opinione e verità, Milano, Università Bocconi Editore, 2014.

10 C. Crouch, Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari, 2003.