La condizione delle donne nell’Afghanistan dei Talebani: intervista a Renata Pepicelli

Negli anni in cui i Talebani erano già stati al potere in Afghanistan, tra il 1996 e il 2001, le donne erano state private del diritto all’istruzione, non potevano lavorare fuori casa, dovevano essere accompagnate da un uomo per uscire nelle strade, erano costrette a indossare il burqa. Quanto è realmente migliorata nel paese la condizione femminile nel corso degli ultimi vent’anni? E quanto invece sta già peggiorando, col ritorno dei Talebani al potere, la vita delle bambine e delle donne afgane?

Ci sono diverse cose da tenere presente, a mio avviso, quando si affronta il tema della condizione femminile in Afghanistan. La vita delle donne afgane, negli ultimi vent’anni, era nel complesso migliorata ma soprattutto per coloro che vivono in contesti urbani e in ambienti medio-alti. Tuttavia, come più volte denunciato da diverse associazioni locali, ostacoli, limiti e pericoli (inclusi quelli relativi al rischio attentati) erano all’ordine del giorno e coloro che vivono in aree rurali avevano più difficoltà a godere dei benefici dei cambiamenti. Tra i risultati positivi più importanti ottenuti va ricordata la libertà d’istruzione femminile, la possibilità di un’esposizione pubblica delle donne all’interno di contesti politici e culturali, così come anche la possibilità per le donne di lavorare, seppure tra non poche difficoltà. Dobbiamo, tuttavia, fare attenzione a non credere che la situazione fosse ideale.

Ora la situazione sta rapidamente e drammaticamente peggiorando: le promesse che i Talebani avevano fatto all’indomani della presa di Kabul, di rispettare i diritti delle donne, e più in generale i diritti umani, si stanno rivelando del tutto fasulle. È, ad esempio, di qualche giorno fa l’annuncio che, almeno temporaneamente, le bambine potranno frequentare la scuola solo fino ai 12 anni. Mentre i maschi potranno continuare con l’istruzione.

Quello che fino al 15 agosto era il Ministero per gli affari femminili è stato convertito nella sede del Ministero per la preghiera, la prevenzione del vizio e la promozione della virtù, vale a dire quello che un tempo era l’organo che si occupava della “polizia morale”. Le donne che, con grande coraggio, nelle ultime settimane sono scese in piazza per protestare contro le restrizioni ai loro diritti imposte dai Talebani e per difendere le conquiste ottenute sono state minacciate e represse.

Tuttavia, malgrado la gravità della situazione attuale, non dobbiamo dimenticare che gli anni di presenza militare occidentale non hanno automaticamente liberato le donne, come un certo tipo di propaganda vuol far credere. In questi anni diverse volte le attiviste hanno denunciato la falsa retorica di una “guerra di liberazione” delle donne, denunciando viceversa una condizione femminile ancora assai pesante e grave all’interno del paese. Il discorso sul “liberare le donne afgane” è stato una forte arma nella propaganda di guerra, per giustificare l’intervento armato e l’occupazione militare. Ma, nella realtà, i progressi non sono stati quelli sperati e la modalità con cui è stato gestito il ritiro delle forze di occupazione dall’Afghanistan ha fatto sprofondare la situazione, lasciando le donne sole e doppiamente tradite dalle promesse dell’Occidente.

 

La condizione femminile, così come si configura nell’ideologia talebana, si giustifica alla luce dell’Islam? Cosa vuol dire il governo Talebano quando afferma che tale condizione sarà determinata “applicando la Sharia”? E qual è, più in generale, la visione dell’Islam e del “diritto islamico” a cui i Talebani si richiamano?

Il concetto di Sharia è molto complesso: indica, letteralmente, la via che conduce verso l’acqua, ovvero il sentiero che conduce verso Dio. Essa racchiude una serie di principi a cui il musulmano si deve attenere nella vita terrena per avvicinarsi il più possibile a Dio e conquistarsi il Paradiso dopo la morte. Il punto è che molti di questi principi derivano dal Corano e sono, dunque, parola di Dio. Il Corano, ricordiamolo, è un testo sacro per i musulmani proprio perché non è considerato un testo umano, ma la diretta parola di Dio. Oltre al Corano, la seconda fonte della Sharia è la Sunna, che raccoglie atti e detti autentici attribuiti a Muhammad. Mentre però il Corano è uno, esistono diverse raccolte di atti e detti del profeta dell’Islam.

Il problema è che la Sharia, in quanto codice di condotta morale, per ispirare una legislazione deve essere tradotta in termini normativi. Come “tradurre” la parola di Dio in norme di diritto? Chi lo può fare? Nel corso dei secoli, in quella che siamo soliti chiamare età medievale, sono sorte varie scuole giuridiche che hanno creato quello che si chiama il Fiqh, ovvero la giurisprudenza islamica. Le norme giuridiche che vanno a comporre il “diritto islamico” sono il risultato dell’interpretazione di giuristi che, nella loro opera, risentono del proprio tempo storico e della corrente dottrinaria a cui appartengono. Siamo evidentemente di fronte a un procedimento umano attraverso cui i principi rivelati del Corano e i precetti della Sunna assumono veste giuridica: un procedimento passibile di una pluralità di esiti e anche di errori interpretativi. Teniamo presente, ad esempio, che in ambito Sunnita abbiamo quattro principali scuole giuridiche, che si differenziano tra loro non poco per i metodi interpretativi utilizzati: basta questo per avere un’idea di come non esista un’unica possibile interpretazione della Sharia.

Su molte questioni le scuole e i singoli giuristi divergono, compresi proprio i diritti delle donne: abbiamo così posizioni più liberali e progressiste, e posizioni più conservatrici. Questo diritto giurisprudenziale si traduce, a sua volta, nei singoli diritti islamici in vigore nei diversi territori e Stati, normando i diritti della persona e della famiglia che regolano la condizione delle donne nel mondo islamico. Quindi se noi guardiamo oggi al “diritto islamico” non vediamo una realtà unica e uniforme, ma una estrema varietà di codici e di posizioni, frutto della successiva stratificazione storica e delle varie letture storicizzanti della Sharia. Affermare che “si applica la Sharia” vuol dire tutto e nulla: occorre vedere in concreto quale tipo di interpretazione si intende applicare. E su questo il mondo islamico è molto diviso e combattuto.

Nel caso dei Talebani, prevale una visione ultra-conservatrice dell’Islam e della Sharia, che si traduce in precetti restrittivi e lesivi dei diritti e delle libertà delle donne, e più in generale degli individui. Si tratta di una delle letture più retrograde e violente verso le donne tra quelle oggi presenti nel vasto e articolato mondo islamico. Molte interpretazioni dei testi sacri dell’Islam riconoscono, infatti, un ruolo attivo alle donne all’interno della vita religiosa e politica. I Talebani presentano spesso questa loro interpretazione come un “ritorno alle origini” dell’Islam, ma tale auto-rappresentazione è in conflitto con una lunga tradizione che assegna alle donne musulmane ruoli decisamente più centrali, dinamici e pubblici nella società. Anche diversi gruppi islamisti oggi riconoscono un ruolo della donna all’interno della società che va oltre l’essere moglie e madre.

Quando si pensa alle interpretazioni più retrograde della Sharia, che negano i diritti delle donne, si pensa soprattutto alle forme estreme di punizione, come la lapidazione per l’adulterio o le frustate. In realtà la Sharia prevede una serie di pene di questo tipo anche per gli uomini. Tuttavia la “sensibilità” verso i comportamenti “devianti” delle donne è diversa e più acuta: per questo il risultato finale è che sul corpo femminile si abbatte una violenza più intensa ed esibita che non sul corpo maschile. Comunque teniamo presente che il governo talebano è un governo violento contro tutte e tutti coloro che non si allineano alle sue posizioni: certamente c’è una violenza mirata verso le donne, ma va tenuto presente che c’è anche una violenza generalizzata e trasversale nella società. Altrimenti non si può capire perché anche tanti uomini hanno provato e proveranno a scappare dall’Afghanistan.

 

Queste ultime osservazioni si applicano bene, mi pare, anche alle soggettività LBGTQI. Qual è la loro condizione in Afghanistan e, più in generale, nel mondo islamico?

Per le persone LGBTQI che vivono in Afghanistan essere scoperte è una vera tragedia, in quanto la loro soggettività non è minimamente ammessa. Se per le donne eterosessuali possiamo parlare negli ultimi vent’anni di un certo miglioramento sul piano delle libertà e dei diritti, sia pure con le limitazioni di cui ho parlato prima, diverso è il caso delle soggettività LGBTQI. Si tratta di una problematica comune a tutti i paesi musulmani, con gradi diversi di possibilità per le persone LGBTQI di vivere il proprio orientamento sessuale e poter esprimere la propria voce nello spazio pubblico. Per esempio, nella Tunisia post-rivoluzione discorsi e pratiche collegate ai diritti LGBTQI sono riusciti ad emergere pubblicamente: sono apparsi festival di arte, cultura e cinema in cui si è potuto parlare apertamente della questione. Mi è capitato personalmente di partecipare, a Tunisi, a un concerto di una band libanese molto amata, i Mashrou’ Leila, che era pieno di bandiere arcobaleno. Certamente si è trattato di un contesto molto particolare: era uno spazio pubblico ma regolamentato, con forti controlli di sicurezza all’ingresso, e con un biglietto di ingresso alto per gli abitanti locali, cosa che ha selezionato il pubblico in partenza. Però, indubbiamente, questi eventi segnalano l’apertura di uno spazio di visibilità, in cui è possibile una presa di parola, e che alimenta un dibattito politico-culturale all’interno della società tunisina, ad esempio intorno alla depenalizzazione dell’omosessualità. Non dimentichiamo, infatti, che l’essere omosessuale è ancora un reato nel paese, anche se quella tunisina è tra le società più avanzate sul terreno dei diritti e delle libertà individuali nel mondo arabo. Anche in altri paesi, in cui si verifica una certa emersione del tema LGBTQI nel dibattito pubblico, come il Marocco e ancora di più il Libano, l’omosessualità resta un reato: quello che cambia è la severità nell’applicazione delle norme repressive, cosa che varia a seconda del momento storico e della fase politica attraversata dal paese.

 

Il burqa è spesso visto in Occidente come il simbolo dell’oppressione talebana sulle donne. Costituisce anch’esso un’interpretazione radical-conservatrice dei principi islamici? Come si posiziona rispetto agli altri “veli” indossati dalle donne nel mondo musulmano?

Il dibattito sul tema del velo è molto acceso, sia dentro che fuori l’Islam. Si discute in particolare se la copertura completa di alcune parti del corpo (i capelli, il volto) o dell’integrità del corpo femminile, sia un requisito islamico o meno. Le posizioni diverse e le diverse prescrizioni derivano dalle varie interpretazioni dei testi di riferimento, nel Corano (in particolare nelle sure XXIV: 31 e XXXIII: 59) e nella Sunna.

Per tante, indossare il velo è un precetto che va seguito per mostrare la propria devozione e “modestia”, la propria obbedienza a Dio; per altre, invece, non costituisce un requisito per sentirsi buone musulmane. Sempre in riferimento ai versetti del Corano relativi alla copertura, alcuni sostengono che faccia riferimento solo alla testa delle donne, altri che riguardi le sole parti intime, altri ancora che si applichi all’intero corpo femminile. Tra coloro che ritengono che vada coperta la testa, c’è anche una parte, minoritaria, che crede che vada coperto anche il volto, come facevano le mogli del profeta Mohammad.

I vari tipi di “velo” all’interno del mondo islamico hanno a che fare con queste diverse interpretazioni, ma anche con le diverse aree geografiche e le diverse culture locali. Tuttavia oggi queste distinzioni vengono in parte superate dalla globalizzazione dei costumi.

Anche la storia dei “veli” nel mondo musulmano non è una storia unica né lineare. Fino agli inizi del ‘900 le donne, prima di entrare in uno spazio pubblico, coprivano la testa e anche il volto. Poi, nel corso del secolo scorso, molte donne hanno iniziato ad abbandonare la copertura del volto e poi anche quella dei capelli. In alcune zone le coperture del volto e dei capelli sono tornate, in alcune ci sono sempre state e in altre vi è stata una reinvenzione della tradizione. La pratica del coprire il volto nella storia dell’islam è certamente presente, non c’è solo quella di coprire il capo. È però una pratica tornata in vigore in diversi contesti dopo molti anni di disuso, guardando anche altre culture. Ad esempio in Egitto, dagli anni ’90 del secolo scorso, vi è stata una nuova diffusione della copertura del volto da parte delle donne perché molti uomini, dopo aver lavorato nei paesi del Golfo, tornavano nella società d’origine portando con sé usi, costumi e tradizioni proprie della penisola arabica, diversi da quelli della cultura egiziana.

Quando parliamo di burqa parliamo di un velo estremo. È un velo che copre tutto il capo, anche gli occhi tramite una retina, e tutto il corpo, annullando sotto di sé qualsiasi sembianza umana: le forme delle braccia, delle gambe sono cancellate. Il corpo femminile è negato, sottratto alla possibilità stessa di essere percepito come corpo. Occorre dunque fare attenzione a distinguere i diversi tipi di copertura e non identificare il velo in generale col termine burqa poiché, come detto, quest’ultimo esprime una forma estrema di copertura. Tuttavia va riconosciuto che la copertura integrale del corpo femminile nello spazio pubblico non è estranea al mondo musulmano: ci sono altre forme di copertura integrale, praticata da donne che indossano il niqab, velo che copre il capo con l’eccezione degli occhi (anche se talvolta questi vengono sottratti alla vista con l’uso di occhiali da sole, oppure di una tendina scura messa a copertura). Spesso le donne che usano tali forme di copertura integrale indossano anche dei guanti per non mostrare le mani. Una specificità dei Talebani, negli anni in cui hanno governato tra il 1996 e il 2001, è stata l’imposizione violenta del burqa per tutte le donne che volevano entrare nello spazio pubblico. L’obbligo di copertura della testa e in questo caso dell’intero corpo contraddice il pensiero maggioritario nel mondo islamico: e vale a dire che l’utilizzo di veli dovrebbe essere una libera scelta delle donne.

 

In questi ultimi anni ha ripreso vigore, soprattutto nelle aree urbane, una società civile afgana costituita da varie associazioni e movimenti: quale ruolo vi hanno svolto le organizzazioni femminili e femministe? Che ruolo potranno svolgere tali organizzazioni, se non verranno represse, nel restaurato Emirato Islamico dell’Afghanistan?

Le donne afgane sono troppo spesso descritte come vittime senza parola e senza capacità di agire, invece negli anni hanno lottato per la loro autonomia e andrebbero sostenute in questo loro sforzo.

Un’organizzazione molto attiva e conosciuta è RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan). Nata alla fine degli anni Settanta, l’organizzazione rivoluzionaria delle donne afgane ha portato avanti in condizioni spesso di clandestinità una resistenza molto dura contro il precedente regime talebano. Ha sostenuto in tutti gli anni di governo talebano e poi anche in quelli dell’occupazione straniera processi di emancipazione, auto-organizzazione, rivendicazione di diritti e scolarizzazione delle donne, attivandosi su questi temi anche in Pakistan dove vive un’importante diaspora afgana. L’attività di RAWA non è mai stata priva di ostacoli: l’associazione non ha mai rinunciato a ribadire la propria opposizione al regime talebano e alla sua violenza verso le donne, ma non ha neanche rinunciato a criticare l’occupazione militare straniera, a denunciare la prosecuzione della guerra e la strumentalizzazione che veniva fatta della questione femminile in Occidente, subendo repressioni anche sotto i governi post-talebani.

RAWA e altre organizzazioni di donne, indipendenti e radicate sul territorio, così come quelle che in maniera estremamente coraggiosa sono scese nelle strade e nelle piazze in questi giorni, possono svolgere un ruolo importante nella complessa fase politica che si apre: con le loro voci, esse sono il principale baluardo contro la pesante regressione sul piano dei diritti e delle libertà delle donne, rappresentando uno degli anelli più radicali dell’opposizione della società afgana al governo talebano.

 

Sull’onda dell’emozione seguita alla riconquista di Kabul da parte dei Talebani, si è parlato di corridoi umanitari e diritto d’asilo per le donne afgane in fuga. Tuttavia per varie ragioni, economico-sociali ma anche giuridiche, legate alle restrizioni all’espatrio e all’ingresso nei paesi occidentali, la maggior parte delle donne a rischio resterà nel paese. Com’è possibile praticare una vera solidarietà nei loro confronti, finalizzata alla loro effettiva emancipazione, senza cedere allo stereotipo delle donne afgane come “vittime” passive?

Per fare qualcosa di realmente utile, bisogna ascoltare le donne che sono ancora sul territorio e quelle che sono scappate, rifugiandosi nei paesi limitrofi o venendo in Occidente. Passata l’onda emotiva del “salviamo le donne afgane” le donne sono spesso lasciate da sole, al loro destino. Sono state tra le prime a denunciare la guerra di occupazione, la strumentalizzazione dei loro diritti e poi il “tradimento occidentale” nei loro confronti, quando da maggio scorso sono stati via via occupati dai Talebani vari territori ed è iniziato il ritiro degli Stati Uniti e della Nato, senza un piano che mettesse le donne e le persone in genere più a rischio al sicuro. Dopo la lunga occupazione, la fuga occidentale ha provocato sentimenti diversi ma anche rabbia per il modo in cui è stata gestita la fuoriuscita dal paese, per i negoziati fatti con i Talebani.

Va capito insieme, con l’ascolto, che percorsi di protezione ed emancipazione è possibile costruire: percorsi che abbiano una visione lunga, che non si esauriscano nel breve periodo, operando soltanto sull’onda emotiva. Inoltre, non ci sono solo le donne che scappano dall’Afghanistan, ci sono anche uomini che si oppongono al nuovo governo che rischiano tantissimo sotto il regime talebano.

Rispetto al dibattito che si è sviluppato in Italia e in altri paesi occidentali sul tema dell’accoglienza verso i profughi, occorre essere chiari: il diritto alla fuga va assicurato a tutte e tutti. È inaccettabile pensare a forme di “selezione”, salvando donne e bambini e non anche gli uomini che rischiano per i loro posizionamenti politici o per i loro orientamenti sessuali. Questo dibattito, per altro, è in continuità con una pratica selettiva su cui quasi nessuno in Occidente ha preso parola criticamente: quella per cui nell’evacuazione dal paese sono state “salvate” fondamentalmente le persone (e neanche tutte) che avevano collaborato con le forze straniere. È mancato un piano articolato per far uscire dall’Afghanistan tutte e tutti coloro che, per varie ragioni, erano a rischio col ritorno al potere dei Talebani.

Lo ripeto: il diritto di asilo va assicurato a tutte e tutti quelli che fuggono da rischi di persecuzione, violenza, discriminazione e violazione sistematica dei propri diritti. E non vanno dimenticati tutti coloro che già negli anni precedenti hanno lasciato il paese e che, tra numerosi pericoli, hanno raggiunto la Turchia, hanno intrapreso la rotta balcanica verso l’Europa occidentale, sono stati respinti alle varie frontiere e vivono tuttora “intrappolati” lungo la rotta, ad esempio in Bosnia. E non dimentichiamoci poi i profughi degli altri paesi, donne, uomini e bambini che scappano da persecuzioni, guerre, violenze, discriminazioni ma che non sono sotto i riflettori, accesi in questo momento sull’Afghanistan. Tutte le volte che si afferma una pratica selettiva nei confronti dei profughi, e dei migranti in generale, si aprono scenari pericolosi e inquietanti.

Nei riguardi di chi resta in Afghanistan, o per scelta o per mancanza di alternative, l’ottica di intervento non deve essere salvifica ma di sostegno solidale, attraverso progetti di lungo respiro, e deve partire da contatti con le realtà associative che conoscono bene il territorio. Penso, innanzitutto, a Emergency ha avuto un ruolo importante in Afghanistan con i propri ambulatori aperti a tutti/e, che conosce molto bene il contesto e continuerà a lavorare nel paese. Ma penso anche al CISDA, il Comitato di Sostegno alle Donne Afgane, che da più di venti anni porta in Italia la voce di RAWA. Ciò che tutte e tutti possiamo fare è continuare a informarci in maniera consapevole e critica su quanto avviene in Afghanistan, facendoci carico della responsabilità che anche l’Italia si è assunta nel momento in cui ha partecipato alla lunga guerra che si è conclusa con il ritorno dei Talebani.

 

[Intervista a cura di Federico Oliveri, conclusa il 19 settembre 2021]

 

Renata Pepicelli è professoressa associata presso il Dipartimento di Forme e civiltà del sapere dell’Università di Pisa, dove insegna Islamistica e Storia dei paesi islamici, e membro del Centro Interdisciplinare “Scienze per la Pace”. Email: renata.pepicelli@unipi.it

 

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