domenica, Aprile 14, 2024
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Non solo Gaza. Cosa succede nella Cisgiordania occupata

Dal 7 ottobre, mentre l’attenzione internazionale è concentrata su Gaza, i territori occupati della Cisgiordania sono teatro di crescenti violenze da parte dei coloni e desi soldati israeliani. Migliaia di palestinesi sono stati arrestati e almeno 370 sono stati uccisi. 477 attacchi di coloni sono stati registrati dalle Nazioni Unite in Cisgiordania e Gerusalemme Est. L’intera regione è stata posta in stato d’assedio: gli accessi alla maggior parte dei villaggi e delle città palestinesi sono stati bloccati da posti di blocco militari israeliani e dalla chiusura di numerose strade. Queste restrizioni alla circolazione hanno bloccato il flusso di merci e lavoratori e hanno sconvolto la vita dei/delle palestinesi, impedendo a molti di loro di raggiungere i propri campi e i propri armenti. Sulla situazione in Cisgiordania e a Gaza, pubblichiamo le riflessioni che un laureato del corso triennale in Scienze per la Pace dell’Università di Pisa, attualmente attivo come apicultore nei Territori occupati, ha voluto condividere con noi.

di Ibraheem Alkhmoor

Stiamo vivendo giorni molto difficili. C’è un massacro quotidiano a Gaza e, intanto, le forze di occupazione approfittano dell’attenzione dei media diretta tutta sulla Striscia per lasciare liberi i coloni e gli estremisti in Cisgiordania, col sostegno dell’esercito. Io e tanti altri contadini palestinesi stiamo per perdere più del 50% della nostra terra nella valle del Giordano senza poter fare niente. Le piante, che ci sono state donate da un’organizzazione giordana, stanno soffrendo e la maggior parte è già deperita per mancanza di acqua e di cure, perché la gente non può più arrivare fisicamente alla propria terra. Nel frattempo gli alberi del colono accanto prosperano ed è veramente triste vedere le gazzelle sempre più vicine alla terra dei coloni e sempre più lontane dalla nostra terra.

Spostarsi era difficile già prima della guerra, con un traffico assurdo a causa dei posti di blocco. Pensavamo che non potesse andare peggio. Invece sì! Abbiamo creato un gruppo su Telegram solamente per poter conoscere la situazione delle strade e dei posti di blocco in Cisgiordania. I posti di blocco sono molto pericolosi. Una volta, infatti, stavo per essere sparato da un soldato arrabbiato mentre ne stavo attraversando uno per andare a Betlemme ed è un rischio che è normale correre ormai. Altra gente, poi, è stata ammazzata ai posti di blocco perché accusata di voler attaccare i soldati con dei coltellini.

Ci sono persone che vengono fermate dai soldati a cui viene preso il cellulare per controllare i loro profili sui social media. Se ai soldati non piace quello che vedono, possono picchiare il palestinese e umiliarlo pubblicamente. Per questo la maggior parte di noi viaggia con due cellulari, uno nascosto e uno da consegnare, oppure lasciano direttamente il cellulare a casa. Come se questo non bastasse, abbiamo ogni giorno un paio di coloni armati che si mettono a fermare macchine e persone, picchiandole o addirittura uccidendole. Il tutto con la tacita protezione dell’esercito.

Dal punto di vista economico, stiamo vivendo un declino molto rapido. Dal 7 ottobre i lavoratori occupati in Israele non possono più svolgere la propria mansione. Inoltre, i palestinesi non riescono a entrare a Betlemme e il turismo si è fermato, anche a Natale. Ci sono conseguenze anche per i contadini, che non riescono ad accedere alla propria terra, vengono minacciati e allontanati, perché accanto a ogni terra coltivata palestinese, specialmente a Betlemme, c’è sempre un colono che sta avverando il suo “sogno” di fare il contadino o il pastore nella Terra santa, protetto dall’esercito. Ciò rende la vita dei contadini palestinesi che vivono là attorno un inferno, specialmente in tempi di guerra.

Vedo che l’odio sta aumentando rapidamente, da entrambi le parti. Per i palestinesi che hanno vissuto e sperimentato l’attuale guerra sarà più che difficile poter perdonare e andare avanti. Le forze di occupazione intendono fare massacri a Gaza, lanciando tonnellate di esplosivi su quartieri sovraffollati di gente. La prova di questo è che abbiano ucciso persino degli ostaggi del 7 ottobre, che avevano chiesto aiuto in ebraico ai soldati israeliani. Le uccisioni riguardano anche i giornalisti e le loro famiglie, con lo scopo di silenziare la voce dei palestinesi: almeno 88 giornalisti sono stati uccisi soltanto negli ultimi mesi. Wael al Dahdouh, corrispondente di Aljazeera, ha perso la sua intera famiglia mentre si dirigeva verso una “zona sicura” indicata dall’esercito israeliano stesso.

Oltre ai massacri, i palestinesi sopravvissuti devono combattere la fame e la sete, perché l’esercito ha occupato tutte le zone agricole di Gaza, gli aiuti umanitari non vengono fatti entrate e la maggior parte delle cisterne d’acqua è stata distrutta. Ci sono tantissime persone a Gaza con sintomi di malattie che si sarebbero potute prevenire o curare facilmente in altri contesti.

Dal punto di vista politico, l’Autorità Palestinese guidata da Fatah ha perso ancora credibilità ed è stata indebolita di più di quanto già non lo fosse. Il primo ministro israeliano Netanyahu non nasconde di voler indebolire l’Autorità Palestinese in Cisgiordania. Gli estremisti che fanno parte del suo governo non nascondono il fatto che il loro scopo finale è quello di cacciarci dalla nostra terra, rendendo la vita in Palestina impossibile per gli stessi palestinesi, sia economicamente, che socialmente e demograficamente.

Qualche tempo fa ho incontrato un mio amico, cresciuto nel mio stesso quartiere: si ricordava di quando eravamo piccoli e, nelle campagne fuori Betlemme, si passava attraverso tante terre piene di alberi di ulivo. Abbiamo fatto il confronto con che cosa è diventato adesso, quel territorio: un mucchio di mattoni adibiti a residenze per accogliere la gente, con un muro o una zona militare inaccessibile alla fine delle costruzioni. Ci chiedevamo come fosse possibile far crescere un bambino in questa prigione a cielo aperto, riflettendo soprattutto sui traumi psicologici che potrà sviluppare crescendo. Il mio amico mi ha detto chiaramente che sta provando a uscire da qui e andare in qualunque altro paese, per farsi una famiglia.

In questa situazione il supporto popolare per Hamas cresce, come cresce l’intenzione di darsi alla resistenza armata. Il crollo totale degli Accordi di Oslo e di qualunque tentativo diplomatico o pacifico di risolvere l’occupazione. Agli occhi del popolo palestinese, Hamas è stato l’unico movimento a riportare dei successi contro l’occupazione israeliana dal 1993 fino ad oggi, anche se questi successi non sono stati ottenuti sempre in un modo pacifico o diplomatico. Nella trattativa per il cessate il fuoco a Gaza, nella lista dei prigionieri palestinesi di cui Hamas chiede il rilascio, in cambio dei prigionieri del 7 ottobre, c’è anche lo storico leader Marwan Bargouthi: riuscire a liberarlo sarebbe un grande risulato, che potrebbe influenzare anche il dopo guerra. Mentre l’Autorità Palestinese in Cisgiordania non è stata in grado di impedire gli arresti arbitrari che stanno avvenendo in tutta la regione (dal 7 ottobre a fine 2023 se ne contano quasi 5000), né di fermare l’espansione delle colonie che, nel 2023, ha raggiunto il suo massimo.

Dall’altra parte del muro sembra che Netanyahu si trovi sotto una pressione enorme, specialmente da parte delle famiglie dei prigionieri israeliani a Gaza e dai coloni spostati verso Gaza. La “soluzione” di Netanyahu sembra quella di voler creare un’altra striscia attorno alla Striscia di Gaza (la cosiddetta “Buffer Zone“) della profondità di un chilometro, mangiando altro territorio dai 352 chilometri quadrati attuali, già estremamente ridotti per i 2.3 milioni di persone che la abitano.

Anche se continua a mostrare sicurezza e proclama di voler continuare fino alla “vittoria totale”, Netanyahu sembra politicamente finito: la guerra è l’unica cosa che lo fa rimanere al potere. Quando finirà la guerra a Gaza, dovrà affrontare tante domande e accuse, un processo, la prigione o peggio. Finché la guerra continua, lui prende tempo per capire come aumentare il suo consenso. Finché la guerra continua, lui spera di poter sfuggire a quello che avverrà dopo. Parte degli israeliani, però, hanno cominciato a chiedere di indire nuove elezioni e ciò pone ancora di più il governo sotto pressione.

L’esercito israeliano, al di là delle dichiarazioni ufficiali, è in difficoltà: è riuscito a distruggere più della metà delle strutture civili di Gaza, uccidendo almeno 28.000 persone tra cui molti bambini e molte donne, ma non pare possa realizzare gli scopi dichiarati della guerra, ossia “sradicare” Hamas e permettere ai prigionieri israeliani di ritornare dalle loro famiglie.

Da palestinese, spero che la resistenza a Gaza possa riuscire a lottare fino ad arrivare a un cessate il fuoco permanente e all’inizio dei negoziati con le forze di occupazione, per una soluzione più giusta per i palestinesi. Questa resistenza sta ricevendo grande supporto in tutto il mondo. Anche per questo, in conclusione, vi chiedo di pregare e operare per una Palestina libera e giusta per tutti gli esseri viventi: musulmani, cristiani, ebrei, non credenti, api, olivi e gazzelle.

Ibraheem Alkhmoor è laureato triennale in Scienze per la Pace all’Università di Pisa. Vive e lavora come apicultore in Cisgiordania.