Lo stretto legame tra la “nostra” libertà e il corpo dei detenuti

di Roberto Cornelli

Le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere non possono diventare l’ennesima occasione di scontro politico. A lato delle indagini della magistratura, occorre discutere attentamente dell’uso della forza nelle carceri, evitando di cadere nella trappola per cui gli agenti penitenziari “sono sempre innocenti” o, al contrario, “sono tutti torturatori”.

Provo a spiegarmi. Le carceri sono sistemi di amministrazione della coercizione, in cui la forza necessaria alla restrizione delle libertà gioca un ruolo essenziale. Gli agenti di Polizia penitenziaria sono gli unici a poter usare legittimamente la forza fisica per controllare i detenuti e garantire ordine e sicurezza, nei casi previsti dalla legge. È l’art. 41 comma 1 dell’ordinamento penitenziario a stabilire il divieto dell’impiego della forza fisica nei confronti delle persone ristrette salvo che «non sia indispensabile per prevenire o impedire atti di violenza, per impedire tentativi di evasione o per vincere la resistenza, anche passiva, all’esecuzione degli ordini impartiti».

C’è un limite, dunque, all’uso della forza da parte degli agenti, superato il quale la forza legittima diventa violenza illegittima. Questo limite legislativo alla possibilità di fare del detenuto ciò che si vuole richiama, al fondo, l’habeas corpus che ha costituito un riferimento per ogni costituzione liberale occidentale.

Di che si tratta? In origine, l’ordine di habeas corpus (esibizione del corpo) era emesso dalla corte reale inglese perché venisse consegnata una persona che si trovava in custodia presso giurisdizioni o poteri locali, con lo scopo di centralizzare le funzioni giudiziarie ma anche di proteggere i sudditi della corona dall’arbitrarietà dei poteri amministrativi locali. Col tempo assume più chiaramente la forma di diritto di richiedere a un giudice l’emissione di un ordine rivolto all’autorità che ha eseguito un arresto per rendere ragione della detenzione. La possibilità che venga ordinata l’esibizione del corpo perché sia sottoposto a giudizio, verificando se la persona sia ancora viva, sia stata torturata, quali siano le accuse a suo carico e come sia avvenuto il suo arresto, costituisce ancora oggi un efficace strumento di tutela della libertà individuale contro detenzioni arbitrarie ed extragiudiziali.

L’habeas corpus, per farla breve, ha a che fare con la limitazione della discrezionalità delle polizie (tanto in una prigione quanto per strada) a tutela di diritti, innanzitutto all’integrità fisica e alla dignità, che nemmeno in luoghi di detenzione possono essere compressi arbitrariamente. Forse può sembrare strano a chi si schiera a prescindere con chi è accusato di torture, ma il concetto di libertà personale che oggi rivendichiamo come conquista dell’Occidente nasce proprio dalle limitazioni alla “presa del corpo” da parte delle istituzioni carcerarie e di polizia.

Ora, davvero vogliamo trattare in termini di tifoseria l’uso della forza da parte degli agenti di polizia?

Nel libro che ho pubblicato qualche mese fa (La forza di polizia. Uno studio criminologico sulla violenza, Giappichelli, 2020) ho cercato di comprendere come accade che un agente, piuttosto che attivare altre modalità comportamentali, scelga di usare violenza sul corpo di una persona. Com’è evidente anche da quanto accaduto a Santa Maria Capua a Vetere i gesti violenti (manganellate, calci, pugni, schiaffi, strattoni, umiliazioni) ripetuti in modo seriale e organizzati anche dal punto di vista scenico (i corridoi umani di agenti) accadono non per un’improvvisa incapacità degli agenti di gestire i propri eccessi emotivi, ma come strategia di controllo sociale per ristabilire simbolicamente un ordine che si è percepito violato. E l’ordine di cui si parla non è certo astratto: è l’ordine carcerario, quello che stabilisce i rapporti di potere e di subordinazione presenti in un determinato istituto di pena. Un ordine che può essere anche molto lontano da ciò che l’ordinamento giuridico indica e che lo è tanto più quanto più chi deve orientare in senso democratico-costituzionale il governo delle carceri (o di uno specifico carcere) cede alla logica della sottomissione violenta come unica modalità di relazione con le persone ristrette. Che – è bene ricordarlo – rimangono cittadini. Ed erano cittadini anche le vittime delle violenze perpetrate venti anni fa nella caserma di Bolzaneto, in cui si ritrovarono ristrette senza un motivo legittimo. A proposito dell’importanza dell’habeas corpus!

La qualità del rapporto tra cittadini e istituzioni, a partire da quelle a cui è attribuita la possibilità di usare la forza, è specchio della qualità della nostra democrazia e ci riguarda tutti. Vi siete mai chiesti, per esempio, se è preferibile per un agente di polizia penitenziaria lavorare in un contesto dominato da violenza e paura oppure in un ambiente intriso di cultura del rispetto e della dignità umana? Io sì, insieme a molti altri studiosi che hanno svolto ricerche in carcere. E i risultati sono chiari nell’indicare che condizioni di stress, disturbi di burnout, dipendenze e suicidi sono minori tra il personale penitenziario laddove le carceri sono organizzate attorno a principi sostanzialmente democratici.

La direzione di riforma in campo penitenziario dovrebbe essere chiara e ne beneficerebbero proprio tutti.

 

Roberto Cornelli è Professore di Criminologia e Politica Criminale nell’Università di Milano-Bicocca.

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