I Corpi Civili di Pace: una stabile opportunità per il futuro

di Giuseppina Scala
Dopo anni in cui i Corpi Civili di Pace (CCP) sono stati soprattutto un’idea, una possibilità discussa più in Parlamento e nei documenti che praticata nella realtà, a un certo punto è iniziata una loro sperimentazione lunga e concreta. Non un progetto isolato, ma più cicli di esperienze che, tra il 2016 e il 2024, hanno coinvolto centinaia di giovani volontari e volontarie che hanno lavorato in contesti e in territori difficili, in Italia e all’estero, tra conflitti, tensioni sociali ed economiche ed emergenze ambientali. È da qui che bisogna partire: dal fatto che finalmente questa esperienza abbia davvero preso avvio e che molto è stato fatto in termini di supporto a comunità in difficoltà.
Insieme ai professori Pierluigi Consorti e Andrea Valdambrini e alla dott.ssa Linda Fregoli – un gruppo di ricerca che lavora presso il Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace – ho lavorato alla stesura del Rapporto che valuta i Corpi Civili di Pace e che prova a mettere insieme quello che è successo in questi anni, a capire cosa ha funzionato e cosa invece è rimasto fragile in questa esperienza. La sensazione più netta che ho è che siamo davanti ad una progettualità che ha dimostrato di avere un senso compiuto, ma che molto si può ancora fare. È come se i Corpi Civili di Pace avessero aperto una strada, senza però essere ancora riusciti a percorrerla fino in fondo.
Pochi giorni fa è uscito un nuovo bando per partecipare ai CCP, che arriva proprio dopo questa lunga fase di prova. Non è solo un passaggio tecnico, perché alcune delle indicazioni contenute nel Rapporto sono state puntualmente riprese. Questo, per chi come noi ha lavorato alla valutazione, è un segnale interessante: significa che il lavoro fatto non è rimasto chiuso in un cassetto, ma ha iniziato ad influenzare chi deve fare delle scelte. È uno di quei momenti in cui ricerca e decisioni pubbliche si confrontano per il bene dei e delle giovani.
Ma al di là dei passaggi istituzionali, la cosa più significativa che emerge riguarda le persone coinvolte.
Quando si leggono i dati e, soprattutto, quando si ascoltano i racconti dei e delle partecipanti, si capisce che i Corpi Civili di Pace non sono stati semplicemente un’attività formativa o un’esperienza di volontariato tout court. Per molti sono stati un punto di svolta. Circa l’85% delle persone coinvolte dice che quell’esperienza ha inciso in modo significativo su come vedono sé stesse e su quello che vogliono fare dopo. Non è poco.
In questi percorsi si impara a stare dentro ai conflitti senza evitarli, a lavorare con persone con background culturali molto diversi, a muoversi in contesti complessi dove le soluzioni non sono mai immediate. Si sviluppano competenze, certo, ma soprattutto cambia lo sguardo.
In uno dei progetti analizzati nel Rapporto, ad esempio, un gruppo di volontarie e volontari ha lavorato in un territorio segnato da forti tensioni sociali tra popolazione locale e persone migranti. Il loro intervento non si è limitato ad attività di supporto, ma ha coinvolto scuole, associazioni e amministrazioni locali in percorsi di ascolto e mediazione. Non si sono “risolti” i conflitti in senso definitivo, ma si sono creati spazi di dialogo che prima non esistevano e si sono ridotte alcune situazioni di isolamento e incomprensione reciproca.
E questo portato rimane, anche una volta terminato il progetto. L’esperienza dei CCP si riflette nelle scelte di lavoro future, nell’impegno sociale, nel modo di interpretare il proprio ruolo nel mondo. Non sorprende allora che il livello di soddisfazione sia alto e che tante volontarie e volontari consiglierebbero questa esperienza ad altre e ad altri. Non è solo una questione individuale: è anche il segnale che esiste una domanda, da parte delle giovani generazioni, di percorsi concreti di partecipazione alla costruzione della pace.
Un altro aspetto che va sottolineato è che i Corpi Civili di Pace non si esauriscono in una dimensione di volontariato. O, almeno, non dovrebbero. In quello che abbiamo osservato si intravede qualcosa di più: la possibilità di costruire uno strumento reale di difesa civile non armata e nonviolenta. Non come slogan, ma come pratica. Nelle attività di mediazione, nella prevenzione dei conflitti, nel lavoro quotidiano nei territori questa idea può prendere forma in maniera istituzionale.
Per questo motivo andrebbero riviste anche alcune criticità che rischiano di rallentare il percorso. Per esempio la discontinuità: i progetti CCP durano troppo poco (un anno) e ci sono stati periodi di pausa troppo lunghi tra un ciclo e l’altro. Questo rende complicato costruire relazioni solide nei contesti in cui si lavora e limita l’efficacia delle azioni nel medio periodo. Poi c’è una questione di identità, che nel Rapporto di valutazione emerge molto chiaramente: a volte i Corpi Civili di Pace tendono a confondersi con il servizio civile più tradizionale. Se non è chiaro cosa li rende specifici, diventa difficile anche farli crescere e riconoscerne il valore.
Ci sono anche problemi più pratici, legati alla qualità dei progetti: obiettivi dichiarati che non sempre corrispondono a ciò che poi viene realizzato, una certa variabilità tra esperienze anche molto diverse tra loro. E infine c’è una questione che, pur essendo meno visibile, è decisiva: capire davvero che impatto hanno queste esperienze nei contesti in cui intervengono. Non è semplice misurare la trasformazione di un conflitto o il cambiamento sociale in un determinato territorio, ma senza strumenti più chiari il rischio è di rimanere in una zona grigia, dove si intuisce che qualcosa accade ma si fatica a dimostrarlo.
Il nuovo bando prova a intervenire proprio su questi aspetti, introducendo più attenzione al modo in cui si seguono i progetti e si raccolgono informazioni sui risultati. Può sembrare un dettaglio tecnico, ma in realtà non lo è: significa iniziare a considerare questa esperienza come qualcosa che va compreso e fatto evolvere, non semplicemente ripetuto.
Resta poi una questione più ampia, che non si risolve con un singolo passaggio. Se i Corpi Civili di Pace vogliono crescere davvero e divenire uno strumento stabile, serve continuità nel tempo, serve una definizione più chiara del loro ruolo, serve investire di più sulla formazione, serve soprattutto prendere sul serio la domanda di fondo: che cosa sono e che funzione vogliono avere. Perché restare in una posizione intermedia – un po’ volontariato, un po’ altro – rischia di limitarne il potenziale.
Alla fine, la domanda che resta è forse la più semplice, ma anche la più importante. Siamo arrivati al punto in cui non ha più molto senso discutere se questa idea sia interessante. Lo abbiamo visto: funziona, produce effetti, intercetta un bisogno reale. La questione adesso è se si vuole farne una politica stabile, riconoscibile, capace di durare nel tempo e i tempi per fare ciò sono maturi.
In un contesto internazionale segnato da conflitti persistenti e crisi che si intrecciano sempre più, strumenti di intervento nonviolento non sono qualcosa di marginale. I Corpi Civili di Pace, così come sono stati valutati dal gruppo di ricerca del CISP, possono essere uno dei modi per costruirli davvero. Sta a noi decidere se lasciarli a metà o portarli fino in fondo.
Giuseppina Scala è Post-doc fellow presso il Centro Interdisciplinare “Scienze per la Pace” dell’Università di Pisa. Esperta di Diritto e Religione, è stata membro del gruppo di ricerca che ha predisposto il Rapporto di Valutazione dei Corpi Civili di Pace commissionato dal Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale.


