Cosa succede nel Mediterraneo? Il naufragio dei diritti e le sue responsabilità

di Gennaro Santoro

1000 vite umane morte nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno. Una stima prudenziale, visto che non può farsi affidamento neanche sui numeri dei morti davanti le coste libiche forniti dalla fantomatica e criminale guardia costiera libica.

Guardia costiera libica che, secondo l’Ammiraglio Agostini della missione navale europea Irini non è più sotto il controllo dell’Europa e dell’Italia (nonostante il rifinanziamento dello scorso 15 luglio votato dal Parlamento italiano). Guardia costiera libica che si è resa protagonista negli ultimi anni di omissione di soccorso e che ha ricondotto nei lager libici richiedenti asilo che avevano tentato la traversata in mare per approdare in Europa.

Soltanto il 26 luglio scorso sono morte 57 persone e tra loro una ventina di donne e un numero imprecisato di neonati e di bambini. Senza un nome e neanche un numero preciso.

Un’altra tragedia è avvenuta lo scorso 22 aprile, con 130 morti al largo della Libia e poteva essere evitata se soltanto le autorità italiane, maltesi o Frontex avessero dato seguito alle ripetute richieste di soccorso di Alarm Phone.

I rappresentanti di alcune organizzazioni ed alcuni avvocati hanno quindi presentato un esposto alla procura di Roma per verificare le responsabilità nazionali ed europee in questo naufragio e Border Forensic ha di recente ricostruito la vicenda in un documento appena pubblicato. I promotori dell’esposto sottolineano che Alarm Phone provò incessantemente a sollecitare il soccorso, ma le autorità italiane e maltesi sono rimaste inerti, né la cd. Guardia costiera libica soccorse le persone. Alarm Phone provò anche a contattare l’armatore del mercantile M/N Bruna, che navigava non distante dal gommone, ma neanche l’imbarcazione privata intervenne in soccorso. Alarm Phone provò allora a sollecitare l’intervento di Frontex, che con il suo aereo di base a Lampedusa avrebbe potuto facilitare l’individuazione del gommone, ma ancora una volta la richiesta degli attivisti non ebbe riscontri. L’esaurimento della batteria del telefono satellitare impedì ulteriori comunicazioni con le 130 persone poi decedute.

Intanto il 15 luglio scorso il Parlamento italiano ha approvato il rifinanziamento della famigerata Guardia costiera libica elargendo una decina di milioni per continuare a favorire lo stillicidio nel Mediterraneo centrale. Omissioni di soccorso (come nel caso del 22 aprile scorso) e condotte attive (rifinanziamento della guardia costiera libica) in continuità con i precedenti governi susseguitisi dal il Trattato di Amicizia stipulato a Bengasi nel 2008, ratificato nel 2009, e poi con la Dichiarazione di Tripoli del 2012.

Tutto ciò, nonostante già nel 2012 fosse intervenuta la condanna dell’Italia nel noto e tragico caso Hirsi Jamaa c. Italia . Condanna all’unanimità dei Giudici di Strasburgo ai danni dell’Italia proprio perchè erano state riportate le persone recuperate in acque internazionali in Libia, violando diversi articoli della Cedu (Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo): l’’Articolo 1 secondo cui le parti contraenti della Convenzione hanno l’obbligo di rispettare i diritti degli individui sotto la propria giurisdizione – cosa che l’Italia non ha fatto “accogliendo” i migranti a bordo delle proprie navi, che sono territorio italiano, per poi riportarli in Libia; l’’Articolo 3, secondo cui nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti inumani o degradanti – rischio che, secondo le analisi sui Paesi di origine dei cittadini eritrei e somali effettuati dalla Corte, avrebbero potuto correre se rimpatriati in Libia o nei rispettivi Paesi; l’Articolo 4 Protocollo 4, secondo cui le espulsioni collettive di stranieri sono vietate – respingimento che l’Italia ha effettuato riportando le persone che in quel momento erano sotto la propria giurisdizione in Libia; l’Articolo 13 secondo cui ogni individuo ha diritto a un ricorso effettivo se ha motivo di credere che i propri diritti siano stati violati – l’Italia non ha garantito questo diritto.

Come denuncia Oiza Q. Obasuyi sulle pagine di Open Migration

nonostante esistano queste norme vincolanti, gli Stati continuano a ignorarle e ad adottare politiche migratorie illegittime ma la cui legittimità deriva, paradossalmente, sia dalla creazione di questi accordi bilaterali che dal comportamento generale adottato dagli Stati europei stessi. In questo caso i così chiamati pushbacks (respingimenti) sono diventati la norma per contrastare le migrazioni – con oltre 2000 rifugiati deceduti nel Mediterraneo proprio per questa tecnica di deterrenza, secondo una recente analisi del Guardian – aggiungendo però un tassello ossia quello di delegare le operazioni di “ricerca e soccorso” a Paesi terzi (quali appunto la Libia). Più che di “ricerca e soccorso”, specie se si parla della cosiddetta Guardia Costiera Libica, si tratta di “intercettazione e cattura”. Le milizie libiche infatti hanno il dovere, sulla base degli accordi stipulati con l’Italia, di intercettare e fermare le imbarcazioni su cui viaggiano le persone che salpano dalle coste libiche, utilizzando ogni mezzo necessario – non sono mancati casi in cui le milizie libiche hanno provocato il naufragio delle imbarcazioni o in cui hanno iniziato a sparare contro i migranti.

Intanto, continua a non ricevere risposta l’interrogazione parlamentare alla Ministra dell’Interno e al Ministro degli Esteri presentata dall’Onorevole Erasmo Palazzotto lo scorso aprile e relativa alla completa assenza di trasparenza nei finanziamenti italiani alla Libia. Decine di milioni di euro in assenza di gare e di appalti conoscibili e con i quali si continuano a finanziare non soltanto la guardia costiera libica ma anche i famigerati centri di accoglienza libici dove donne e uomini migranti vengono sistematicamente e arbitrariamente rinchiusi fin quando le famiglie non pagano un riscatto e dove operano uomini delle varie milizie libiche i cui metodi si basano su torture, stupri e ogni altra sorta di abuso.

Ed intanto nei porti italiani continuano ad essere sottoposte a fermi amministrativi le navi umanitarie che tentano di arginare lo stillicidio e le stragi del Mediterraneo con pretestuose contestazioni di irregolarità amministrative.

Un disegno istituzionale complessivo, se non doloso almeno colpevole, che deve cessare prima possibile affinché l’Italia e l’Europa possano continuare ad essere considerate culla del diritto e terra di accoglienza e non più colluse con le milizie libiche.


 
Gennaro Santoro è avvocato e consulente legale CILD, membro del direttivo dell’Associazione Antigone e cultore della materia in Sociologia del Diritto all’Università Roma Tre.

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