martedì, Settembre 15, 2026
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Il funerale di Mladić, condannato per genocidio, riapre il conflitto tra storia e memoria

di Chiara Nencioni

 

Le commemorazioni per Ratko Mladić riaprono il conflitto tra storia e memoria

C’è qualcosa di sconcertante nel fatto che, a trentun anni dal genocidio di Srebrenica, proprio nella città che lo ha subìto sia stato annunciato un raduno per commemorare Ratko Mladić: il comandante dell’esercito serbo-bosniaco condannato in via definitiva dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, morto il 27 agosto all’Aia dove stava scontando l’ergastolo.

A dare la notizia del raduno è stato l’Oslobođenje, uno dei più importanti e storicamente prestigiosi quotidiani della Bosnia-Erzegovina, fondato a Sarajevo nel 1943 e noto soprattutto per aver continuato le pubblicazioni durante il lungo assedio della città, durato dal 1992 al 1996. Il manifesto con cui è stata diffusa l’iniziativa ha invitato a dare un degno commiato al «nostro generale» e ha utilizzato l’espressione Srpska Srebrenica – «Srebrenica serba»: una formula dall’evidente peso simbolico, che richiama direttamente la retorica utilizzata da Mladić nel luglio 1995, dopo la conquista della città.

L’iniziativa, fissata per il 2 settembre scorso, è stata denunciata dalla stampa bosniaca e ha provocato l’immediata presa di posizione del Centro memoriale di Srebrenica-Potočari, che ha chiesto al Ministero dell’Interno della Republika Srpska e alla polizia locale di chiarire chi avesse organizzato il raduno, se questo fosse stato regolarmente autorizzato e quali misure fossero state adottate per garantirne la sicurezza. Il Centro memoriale ha domandato anche di accertare se esistessero profili di responsabilità penale o amministrativa e se fossero state informate le autorità giudiziarie. Ha, inoltre, richiamato l’obbligo di prevenire l’incitamento all’odio e all’intolleranza nazionale e religiosa, oltre all’eventuale uso di uniformi, insegne e simboli connessi a crimini di guerra e al genocidio.

Non si è trattato soltanto della celebrazione di un comandante militare fortemente controverso. La scelta di Srebrenica come luogo del raduno e il linguaggio utilizzato hanno trasformato la commemorazione in un gesto dal fortissimo significato politico e identitario. Srebrenica non è un luogo qualsiasi: è il luogo nel quale, nel luglio 1995, più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi sono stati uccisi; è il luogo che i tribunali internazionali hanno riconosciuto come teatro di un genocidio; è il luogo nel quale migliaia di famiglie continuano ancora oggi a cercare, identificare e seppellire i propri morti. Per questo è stato difficile non provare sconcerto e sdegno di fronte all’idea che, proprio lì, si potesse celebrare l’uomo che è stato uno dei principali responsabili delle operazioni militari che hanno portato alla caduta dell’enclave e ai crimini successivi.

Il dolore che sta dietro questa vicenda è stato restituito dalle parole di Nadja Mujčić, che vive in Italia dove è arrivata da Srebrenica come profuga di guerra con i figli piccoli, mentre Mladić con le sue truppe massacrava suo fratello e suo marito, interprete per i caschi blu olandesi a Potočari. Il corpo del marito è stato occultato talmente bene che, a trentuno anni di distanza, non se ne è trovato neppure un brandello. Immaginare una madre di Srebrenica che ha trascorso decenni alla ricerca dei resti di un figlio, di un padre, di un fratello, di un marito, e che guarda le immagini dell’annunciato funerale, significa confrontarsi con una contraddizione radicale: mentre ad est della Drina si preparano solenni onori a Ratko Mladić, ad ovest si continua a cercare ossa nelle fosse comuni, a ricomporre corpi, a identificare vittime, a dare un nome ai morti riconosciuti, mentre di un migliaio di altri non si è trovato ancora neppure un frammento.

È forse questa la più dolorosa delle ingiustizie: un uomo condannato per i gravissimi crimini di Srebrenica può essere celebrato e accompagnato alla tomba con gli onori delle autorità; molte delle sue vittime, invece, sono ancora private persino del diritto di avere una tomba. È qui che il funerale diventa una scena pubblica nella quale si misura una contraddizione terribile: da una parte la memoria delle vittime, dall’altra la celebrazione di chi è stato condannato per aver pianificato e perpetrato un genocidio.

La reazione nello spazio digitale ha confermato la delicatezza della situazione. Alcuni commenti comparsi sui social e sulle pagine delle testate che hanno riportato la notizia hanno mostrato un livello di odio e di contrapposizione etnica che sembrava appartenere al passato e che invece è riemerso con una violenza impressionante. In alcuni interventi sono comparse minacce esplicite, linguaggio celebrativo della violenza genocidaria e riferimenti a un ipotetico «secondo round». In altri, Srebrenica è stata rivendicata come parte della Republika Srpska e la figura di Mladić è stata associata alla glorificazione della «patria». Questa territorializzazione della memoria è stata uno degli elementi più preoccupanti della vicenda: la memoria del criminale di guerra è stata utilizzata per riaffermare una contrapposizione territoriale ed etnica, trasformando Srebrenica non nel luogo della memoria delle vittime, ma nel terreno sul quale riaffermare appartenenze antagonistiche.

Questa dinamica, negazionista e apologetica al tempo stesso, non si è fermata a questi episodi. Negli stessi giorni in cui si annunciavano cerimonie ufficiali è emerso il caso di Đoko Novaković, giovane chirurgo dell’Ospedale cantonale di Orašje, che sui social avrebbe espresso gratitudine nei confronti di Mladić, dichiarandosi «eternamente grato» all’ex comandante. La vicenda ha provocato la protesta dell’associazione dei veterani della polizia militare dell’HVO della Posavina bosniaca, che ha chiesto provvedimenti nei suoi confronti. Pochi giorni prima, un episodio analogo aveva riguardato una dottoressa del Centro sanitario di Tomislavgrad, accusata di avere elogiato pubblicamente Mladić. È particolarmente grave che siano stati proprio medici, vincolati dal Giuramento di Ippocrate alla tutela della vita e alla cura di ogni essere umano, a esprimere gratitudine verso chi è stato riconosciuto responsabile di un genocidio e di migliaia di uccisioni.

La morte di Mladić ha, dunque, riaperto una ferita che in Bosnia-Erzegovina non si è mai completamente rimarginata: quella della competizione fra memorie contrapposte, nella quale la vittima di una comunità può diventare il bersaglio della celebrazione dell’altra. È questo il punto sul quale avrebbe dovuto concentrarsi la preoccupazione delle istituzioni. Non si è trattato soltanto di stabilire se un raduno dovesse essere autorizzato o meno, ma di capire quali messaggi venissero trasmessi nello spazio pubblico e quali conseguenze potessero produrre, soprattutto in una città nella quale convivono ancora le memorie dolorose della guerra e nella quale la pace è inseparabile dal riconoscimento della verità sui crimini commessi. Ciò che è stato in gioco, a Srebrenica, non è stato soltanto il diritto di riunione, ma il delicatissimo confine tra libertà di espressione e glorificazione di coloro che sono stati condannati per crimini internazionali; tra memoria privata e celebrazione pubblica; tra diritto alla commemorazione e rispetto dovuto alle vittime.

Il funerale di Stato celebrato a Belgrado ha amplificato questa frattura. Le immagini diffuse dalla stampa internazionale hanno mostrato soldati in uniforme, onori militari, simboli dello Stato e una cerimonia solenne per l’uomo che i tribunali penali internazionali hanno indicato come responsabile di alcuni dei crimini più terribili commessi in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. La domanda che queste immagini hanno posto è semplice e terribile: che cosa dovrebbe pensare una madre di Srebrenica che guarda un funerale di Stato per Mladić? 

 

Il processo e la condanna di Mladić

Il processo a Ratko Mladić resta uno dei capitoli più complessi e istruttivi della giustizia penale internazionale contemporanea. Non si è trattato soltanto di giudicare un comandante militare, ma di ricostruire, con la massima precisione possibile, la catena di decisioni e responsabilità che ha portato ai crimini commessi in Bosnia-Erzegovina tra il 1992 e il 1995. La sua condanna definitiva per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra è l’esito di un percorso giudiziario lungo e accidentato, rallentato per anni dalla sua latitanza e dalla protezione di cui ha goduto in Serbia dopo la fine del conflitto.

Mladić è stato incriminato dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia già nel luglio 1995, pochi giorni dopo il massacro di Srebrenica. Per oltre quindici anni è riuscito a sottrarsi alla giustizia, vivendo in diverse località della Serbia protetto da reti che coinvolgevano settori dello Stato, dell’esercito e dei servizi di sicurezza. Le autorità di Belgrado hanno a lungo negato di sapere dove si trovasse; solo nel 2011, sotto la pressione internazionale legata ai negoziati per l’adesione all’Unione Europea, ne hanno annunciato l’arresto. Mladić è stato trovato in una casa di campagna a Lazarevo, nel nord della Serbia, in condizioni di salute precarie ma pienamente in grado di affrontare un processo. Il suo trasferimento all’Aia ha chiuso una delle latitanze più lunghe e controverse della storia giudiziaria europea recente.

Il processo, iniziato nel 2012, ha mobilitato una quantità straordinaria di prove: documenti, mappe operative, intercettazioni, ordini militari, rapporti di intelligence, testimonianze di sopravvissuti, soldati, ufficiali e osservatori internazionali. La ricostruzione degli eventi di Srebrenica ne ha costituito il nucleo centrale. Nella sentenza di primo grado del 2017, la Trial Chamber dell’ICTY ha attribuito a Mladić un ruolo determinante nell’attuazione del piano criminale, stabilendo che le operazioni condotte a Srebrenica facessero parte di una campagna sistematica diretta alla distruzione della popolazione bosgnacca. È la conclusione giuridica più rilevante dell’intero processo: il massacro non è stato un eccesso incontrollato sul campo, ma un’azione pianificata e coordinata ai vertici della catena di comando.

Il tribunale ha inoltre riconosciuto la responsabilità di Mladić nell’assedio di Sarajevo, qualificato come una campagna di terrore contro la popolazione civile. Le prove hanno mostrato che gli attacchi di artiglieria e i cecchinaggi non erano episodi isolati, ma parte di una strategia diretta a colpire deliberatamente civili, scuole, ospedali, mercati. La Corte ha concluso che Mladić esercitava un controllo effettivo sulle unità responsabili e che non ha adottato alcuna misura per prevenire o punire quei crimini.

L’ICTY, però, aveva un mandato a termine: ha chiuso i lavori nel dicembre 2017, dopo aver esaurito i procedimenti principali. Le funzioni giudiziarie residue, compresi gli appelli ancora pendenti, sono state trasferite a un nuovo organo istituito dalle Nazioni Unite, il Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali (IRMCT), che ha ereditato i compiti sia dell’ICTY sia del Tribunale per il Ruanda. È dunque la Appeals Chamber di questo Meccanismo, e non più quella dell’ICTY, a essersi pronunciata sull’appello di Mladić. Nel 2021 ha confermato integralmente la condanna all’ergastolo, respingendo tutti i motivi d’appello presentati dalla difesa e ribadendo che le prove dimostravano, oltre ogni ragionevole dubbio, il controllo effettivo esercitato da Mladić sulle forze responsabili delle esecuzioni. Va precisato che i giudici d’appello hanno respinto anche l’appello della Procura, che chiedeva di riconoscere il genocidio pure per le violenze compiute in altre municipalità bosniache nel 1992: la qualificazione di genocidio resta dunque circoscritta a Srebrenica, un limite tuttora oggetto di discussione tra giuristi e storici.

La condanna definitiva di Mladić ha un significato che va oltre la dimensione strettamente giudiziaria. Ha stabilito, con la forza del diritto internazionale, che gli eventi di Srebrenica costituiscono genocidio; che la distruzione del gruppo bosgnacco maschile in quel contesto non è stata un effetto collaterale della guerra, ma un obiettivo perseguito; che l’assedio di Sarajevo è stato una campagna di terrore contro i civili; che la presa di ostaggi delle Nazioni Unite è stata un atto deliberato per ottenere vantaggi militari. In questo senso, la sentenza non è soltanto un giudizio sul passato, ma un riferimento imprescindibile per la memoria collettiva della regione e per comprendere i meccanismi che hanno portato alla violenza. Mladić l’ha scontata all’Aia fino alla morte, sopraggiunta il 27 agosto 2026: è proprio quell’uomo, condannato definitivamente per genocidio, che la Serbia ha scelto di seppellire con gli onori militari dello Stato.

La scelta fra due idee alternative di società

Non è soltanto una questione di memoria contesa: è una questione di giustizia, di responsabilità, è una domanda sull’idea di Serbia che si vuole costruire. La Serbia non è un paese qualsiasi. È uno Stato europeo candidato all’Unione europea, è parte di una regione nella quale la memoria delle guerre degli anni Novanta continua a essere una questione politica, diplomatica e sociale.

Per questo la domanda che Belgrado dovrebbe porsi non è soltanto come salutare Mladić. Dovrebbe chiedersi che società vuole essere. Uno Stato che riconosce le proprie vittime, accetta le sentenze dei tribunali internazionali e considera la memoria dei crimini commessi in suo nome una parte della propria responsabilità storica e democratica, oppure uno Stato disposto a trasformare un uomo condannato per genocidio in un simbolo nazionale?

La domanda, a questo punto, va ben oltre il funerale di Stato di Ratko Mladić. Riguarda la direzione stessa che la Serbia sembra aver scelto di imboccare. Il problema, infatti, non nasce oggi. Da anni il rapporto con le guerre degli anni Novanta costituisce uno dei terreni sui quali si misura l’arretramento democratico del paese: il ridimensionamento o la negazione delle responsabilità per i crimini di guerra, la persistenza di narrazioni nazionaliste che trasformano gli aggressori in vittime e le vittime in elementi marginali della memoria pubblica, la difficoltà di accettare pienamente le sentenze dei tribunali internazionali.

A questo si aggiunge una politica estera che mantiene un rapporto privilegiato con Mosca. La Serbia continua a non aderire alle sanzioni europee contro la Russia e Aleksandar Vučić ha ribadito la volontà di preservare la cooperazione con Vladimir Putin. Non si tratta, evidentemente, di sostenere che la sola vicinanza alla Russia renda uno Stato non democratico; ma, inserita insieme agli altri elementi, questa scelta contribuisce a delineare una politica sempre più distante dai valori e dagli standard che l’Unione Europea richiede ai paesi candidati.

Le pulsioni negazioniste e nazionaliste accompagnano una politica interna sempre più autoritaria. Dal movimento studentesco nato dopo il crollo della stazione ferroviaria di Novi Sad del novembre 2024, le proteste contro la corruzione e il governo Vučić sono diventate una delle più grandi mobilitazioni della storia recente della Serbia. Contro queste mobilitazioni sono state documentate intimidazioni, pressioni e un crescente uso della forza: nell’agosto 2025 l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva già denunciato l’escalation della repressione delle proteste pacifiche.

È la convergenza di questi fenomeni a rendere il funerale di Mladić politicamente significativo. Il problema non è soltanto chi è stato sepolto con gli onori, ma quale idea di Stato e di società quegli onori intendano rappresentare. Se un paese relativizza i crimini del proprio passato, celebra i responsabili, reprime chi chiede trasparenza e responsabilità e contemporaneamente mantiene una posizione di sostanziale prossimità politica a un regime autocratico come quello russo, allora il funerale di un condannato per genocidio non è più soltanto una questione di memoria: diventa il simbolo di una scelta politica.

L’alternativa è chiara. Da una parte, una Serbia capace di guardare il proprio passato, riconoscere le vittime, rispettare le sentenze internazionali e difendere il diritto dei cittadini a protestare e a chiedere conto al potere; dall’altra, una Serbia nella quale la memoria viene selezionata secondo la convenienza politica, i crimini vengono relativizzati, i condannati possono essere trasformati in eroi e il dissenso viene trattato come una minaccia.

È questa, in fondo, la domanda che il funerale di Mladić lascia aperta: non soltanto quale memoria della guerra voglia conservare la Serbia, ma quale tipo di democrazia voglia essere. La risposta non riguarda soltanto una cerimonia: riguarda l’uso pubblico della storia, la costruzione della memoria, la giustizia. E riguarda soprattutto le vittime. Perché alla fine, davanti a un funerale già celebrato, non sono soltanto i morti a essere giudicati. Sono i vivi che scelgono che cosa ricordare, che cosa onorare e che cosa non devono più glorificare.

 

Chiara Nencioni, già dottore di ricerca in filologia greca, sta per conseguire un secondo dottorato in Storia presso l’Università di Pisa. Collabora con l’Università di Firenze e con la rete degli Istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea. Ha pubblicato numerosi saggi sulla Shoah, sul confine europeo orientale e sul genocidio di Srebrenica.