La ripresa del conflitto sociale in Bolivia: cause storiche e prospettive

di Alessia Lartini
Le forti proteste popolari che hanno attraversato la Bolivia a partire dal maggio 2026 rappresentano l’ultimo capitolo di una lunga storia di conflitti politici, sociali ed economici che caratterizzano il paese sin dalla sua indipendenza. Ridurre tali mobilitazioni a un semplice antagonismo tra il nuovo governo e l’opposizione significherebbe trascurare la complessità di una società nella quale le fratture etniche, territoriali, economiche e istituzionali si sono da sempre intrecciate in modo profondo. Le manifestazioni degli ultimi mesi costituiscono infatti l’espressione di tensioni strutturali che affondano le proprie radici nella costruzione dello Stato boliviano, nel rapporto tra élite e popolazioni indigene, nella dipendenza dalle esportazioni di materie prime e nelle profonde trasformazioni politiche avviate negli ultimi vent’anni.
Uno Stato costruito sulle disuguaglianze ereditate dal colonialismo
La Bolivia ottenne l’indipendenza dalla Spagna nel 1825, ma il nuovo Stato ereditò gran parte delle strutture economiche e sociali dell’epoca coloniale. La ricchezza continuò a concentrarsi nelle mani di una ristretta élite creola e meticcia, mentre le popolazioni indigene – che costituivano la maggioranza della popolazione – rimasero sostanzialmente escluse dalla partecipazione politica e dall’accesso alla terra.
L’economia nazionale rimase fortemente dipendente dall’estrazione mineraria, dapprima dell’argento e successivamente dello stagno, configurando quello che numerosi studiosi latinoamericani definiscono un modello “estrattivista”: uno sviluppo economico fondato sull’esportazione di risorse naturali e caratterizzato da una limitata diversificazione produttiva. Questa dipendenza ha reso il paese particolarmente vulnerabile alle oscillazioni dei mercati internazionali.
Nel corso del Novecento la Bolivia ha conosciuto una marcata instabilità politica. Tra colpi di Stato, governi militari e brevi esperienze democratiche, le istituzioni hanno faticato a consolidarsi. Un momento di svolta fu rappresentato dalla Rivoluzione nazionale del 1952, guidata dal Movimiento Nacionalista Revolucionario (MNR), che introdusse il suffragio universale, avviò una riforma agraria e nazionalizzò le miniere di stagno. Sebbene tali riforme modificarono profondamente la struttura dello Stato, non riuscirono a eliminare le profonde disuguaglianze sociali e territoriali.
Le riforme neoliberali e la nascita dei nuovi movimenti sociali
All’inizio degli anni Ottanta il paese ha vissuto un passaggio storico cruciale con la crisi del debito, risultato congiunto dell’accumulazione massiccia di debito estero negli anni ’70 e del crollo dei prezzi delle materie prime: in pochi anni, la combinazione di shock esterni e iperinflazione aveva reso insostenibile il servizio del debito.
In questo contesto, nel 1985 il governo ha adottato un vasto programma di liberalizzazioni, privatizzazioni e contenimento della spesa pubblica ispirato alle politiche del cosiddetto Washington Consensus. Le riforme contribuirono a stabilizzare l’inflazione, ma provocarono anche la chiusura di numerose miniere statali, un aumento della disoccupazione e una crescente precarizzazione del lavoro.
Proprio in questa fase sono emersi nuovi soggetti politici e sindacali. Ex minatori, organizzazioni contadine, movimenti indigeni e sindacati dei coltivatori di coca iniziarono a costruire reti di mobilitazione sempre più estese. La difesa delle coltivazioni di coca – tradizionalmente utilizzate dalle comunità andine ma osteggiate dalle politiche antidroga sostenute dagli Stati Uniti – divenne uno dei principali elementi identitari di questi movimenti.
Tra i leader che acquisirono maggiore rilevanza emerse Evo Morales, dirigente sindacale cocalero destinato a diventare la figura politica più influente della Bolivia contemporanea.
L’ascesa del Movimiento al Socialismo
I primi anni Duemila sono stati caratterizzati da un’intensa conflittualità sociale. La cosiddetta “guerra dell’acqua” di Cochabamba nel 2000 e la “guerra del gas” del 2003 rappresentarono momenti di forte contestazione contro le privatizzazioni e la gestione delle risorse naturali. Le proteste portarono alle dimissioni del presidente Gonzalo Sánchez de Lozada e segnarono una profonda crisi del sistema politico tradizionale.
In questo clima è maturata la vittoria elettorale del Movimiento al Socialismo (MAS), che nel 2005 ha portato Evo Morales alla presidenza, primo capo dello Stato di origine indigena nella storia del paese. La sua elezione ha rappresentato un cambiamento politico e simbolico di straordinaria importanza, alimentando grandi speranze per il riscatto delle comunità indigene e di tutto il paese.
Durante i governi del MAS sono state adottate politiche redistributive, rese possibili dall’elevato prezzo internazionale degli idrocarburi e delle materie prime. L’aumento delle entrate pubbliche ha consentito di ampliare la spesa sociale, introducendo programmi di trasferimento monetario alle comunità vulnerabili e riducendo significativamente i livelli di povertà e disuguaglianza nel paese.
Parallelamente, la nuova Costituzione del 2009 ha ridefinito la Bolivia come “Stato Plurinazionale”, riconoscendo formalmente la pluralità delle nazionalità indigene, ampliando i diritti collettivi delle comunità tradizionali e attribuendo maggiore rilevanza ai principi dell’autonomia territoriale e della partecipazione comunitaria.
Nonostante la sua visione emancipativa, il governo del MAS guidato da Morales ha portato con sé anche elementi di crescente centralizzazione del potere, allontanandosi dalla propria base elettorale. Mentre le tensioni con l’opposizione si intensificavano, una parte dei movimenti sociali ha iniziato a criticare l’esecutivo per aver mantenuto una forte dipendenza del modello economico dall’estrazione di materia prime, come il gas naturale e il litio: il superamento del neoliberismo non era coinciso con un abbandono dell’estrattivismo, che era rimasto il principale motore delle finanze pubbliche.
Le comunità indigene hanno criticato il governo anche per l’intenzione di realizzare grandi opere, come una centrale idroelettrica e una strada di grande collegamento, in aree protette dalla Costituzione come proprietà demaniali a uso collettivo, le cosiddette Tierras Comunitarias de Orígen.
La crisi politica del 2019
Le elezioni presidenziali del 2019 hanno segnato uno spartiacque nella storia recente del paese. La candidatura di Morales a un quarto mandato, nonostante il referendum costituzionale del 2016 avesse respinto la possibilità di un’ulteriore rielezione, ha alimentato forti contestazioni. Dopo un controverso processo elettorale, caratterizzato da accuse di irregolarità, il paese è precipitato in una grave crisi istituzionale. Le dimissioni e l’abbandono del paese da parte di Morales, il governo ad interim della senatrice di opposizione Jeanine Áñez, le accuse di ingerenze da parte degli Stati Uniti e le violenze che hanno accompagnato questa fase, hanno accentuato ulteriormente la divisione nel paese.
Le elezioni del 2020 hanno riportato il MAS al governo con Luis Arce, ma il clima politico è rimasto profondamente segnato dalla contrapposizione tra sostenitori e oppositori del movimento. Il nuovo presidente ha gestito con efficacia il primo anno di pandemia, introducendo misure sociali come il Bono contra el Hambre, un sussidio straordinario per garantire l’accesso al cibo ai gruppi più vulnerabili, e restituendo un prestito al FMI ritenuto lesivo della sovranità nazionale. Parallelamente, ha promosso una riforma della giustizia e avviato procedimenti contro figure coinvolte nella crisi del 2019, tra cui la stessa Jeanine Áñez.
Dal 2023, tuttavia, il governo è stato segnato da una grave scarsità di riserve in valuta estera, dall’indebolimento del settore del gas e dall’inflazione, fattori che hanno alimentato una recessione e limitato la capacità di sostenere il modello redistributivo costruito nel decennio precedente, riducendo la popolarità del presidente. A ciò si è aggiunta la frattura interna al MAS, con il conflitto aperto tra Arce ed Evo Morales, che ha rallentato l’attività legislativa e frammentato il blocco politico progressista.
Le ultime elezioni politiche
Le ultime elezioni politiche in Bolivia si sono svolte il 17 agosto 2025 e hanno rappresentato una svolta inattesa: per la prima volta in vent’anni il MAS non è risultato forza dominante, crollando al 3,7% dei voti, mentre il Partido Demócrata Cristiano (PDC) è emerso come primo partito, senza però ottenere una maggioranza assoluta. Si è tratta di un voto altamente partecipato, ma con una quota insolitamente alta di voti nulli, quasi al 20%. Il ballottaggio tra i due candidati più votati si è tenuto il 19 ottobre 2025 ed è stato vinto da Rodrigo Paz del PDC, che ha assunto la presidenza l’8 novembre.
Sul fronte interno, il nuovo governo ha puntato a una stabilizzazione economica immediata, intervenendo sulla scarsità di valuta estera e sulla conseguente espansione del dollaro parallelo: un tasso di cambio più alto di quello ufficiale, fissato su un mercato informale.
Il problema è stato affrontato attraverso varie misure: ripristinando un flusso regolare di benzina e diesel dall’estero, in modo da ridurre la necessità delle imprese di procurarsi dollari sul mercato informale per importare carburanti, contraendo prestiti con l’Inter-American Development Bank, il Banco de Desarrollo de América Latina e il Fondo Monetario Internazionale così da garantire liquidità nel breve periodo, e annunciando un primo pacchetto di misure fiscali contenente l’abolizione di alcune imposte e soprattutto la riduzione del bilancio statale.
Le mobilitazioni popolari contro il nuovo governo
Le forti mobilitazioni popolari scoppiate a inizio maggio 2026, con lo sciopero a oltranza dichiarato da sindacati e movimenti contadini, hanno mostrato come la stabilità conseguita dal governo fosse più apparente che sostanziale e fosse stata ottenuta senza tenere conto delle reali condizioni di vita nel paese. Le proteste sono nate per chiedere l’abrogazione della Ley 1720. Approvata lo scorso aprile, la norma consentiva al titolare di una piccola proprietà agraria di convertirla in proprietà media e di utilizzarla come garanzia per prestiti bancari. I movimenti indigeni e contadini hanno contestato questo meccanismo, sostenendo che esponeva i piccoli produttori al rischio di indebitamento e di perdita delle terre a vantaggio della rendita fondiaria.
Nonostante l’abrogazione della contestata legge agraria, le mobilitazioni sono proseguite fino a chiedere le dimissioni del presidente. Le proteste sono state alimentate dalla perdita di potere d’acquisto dei salari a fronte di un’inflazione arrivata al 20% annuo. Insegnanti, trasportatori e minatori in particolare hanno chiesto adeguamenti salariali e il mantenimento dei sussidi pubblici tagliati dal governo nei primi mesi del suo insediamento.
Le manifestazioni hanno assunto dimensioni nazionali, con blocchi stradali, marce di contadini e minatori verso la capitale La Paz e scontri con le forze di sicurezza o, in alcuni casi, con l’esercito. Le interruzioni delle principali vie di comunicazione hanno provocato gravi difficoltà nell’approvvigionamento di beni essenziali, determinando carenze di cibo e carburante e un forte aumento dei prezzi in vari centri urbani.
Al 9 giugno, nel corso delle proteste risultano esserci stati 37 feriti e 365 arresti. Il 19 giugno è stato raggiunto un accordo tra il governo e la Central Obrera Boliviana, il sindacato che aveva iniziato le mobilitazioni all’inizio di maggio, ma è stato anche dichiarato uno stato di emergenza nazionale per 90 giorni. Il 23 giugno gli ultimi blocchi stradali sono stati rimossi.
Pur presentando rivendicazioni differenti, le proteste hanno condiviso un elemento comune: l’insoddisfazione verso misure economiche di mera stabilità, sganciate da politiche strutturali di riduzione delle storiche diseguaglianze. Le mobilitazioni hanno inoltre evidenziato come il repertorio della protesta – scioperi, marce e blocchi prolungati delle principali arterie stradali – continui a rappresentare uno degli strumenti privilegiati di partecipazione politica in Bolivia, riflettendo una lunga tradizione di organizzazione sindacale e comunitaria.
Una crisi profonda in attesa di soluzioni sostenibili
Interpretare gli eventi di protesta degli ultimi mesi come una crisi contingente, o come un tentativo del MAS di mettere in difficoltà il nuovo governo mobilitando la sua tradizionale base sociale, rischia di oscurarne le cause profonde. La Bolivia continua a confrontarsi con questioni irrisolte: la dipendenza dalle esportazioni di materie prime, la necessità di diversificare il sistema produttivo, le persistenti disuguaglianze territoriali e la costruzione di istituzioni capaci di mediare conflitti sociali sempre più stratificati e complessi.
In questo senso, le mobilitazioni di maggio e giugno 2026 mostrano come il rapporto tra Stato, movimenti sociali e risorse naturali continui a costituire il nodo centrale della politica del paese. Comprendere tali dinamiche significa riconoscere che la stabilità democratica boliviana non dipenderà soltanto dalla composizione delle maggioranze di governo o da misure di stabilizzazione economico-fiscale, ma anche dalla capacità delle istituzioni di costruire strumenti efficaci di inclusione politica, sviluppo economico sostenibile e dialogo sociale.
Alessia Lartini è laureanda in Scienze della Comunicazione all’Università di Pisa. Attualmente è tirocinante presso il Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace e “Scienza&Pace Magazine”.


