mercoledì, Agosto 12, 2026
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(Dis)armati: il rapporto di Save the Children sulla violenza giovanile in Italia

di Elisa Bontempo

 

Negli ultimi anni il tema della cosiddetta “violenza giovanile” ha assunto una crescente centralità nel dibattito pubblico italiano. Le cronache riportano con frequenza episodi di aggressioni, risse e rapine compiuti da adolescenti o giovanissimi, contribuendo alla diffusione di un forte allarme sociale. Espressioni come “baby gang” o “maranza” sono entrate nel lessico comune, spesso diventando categorie semplificate attraverso cui interpretare fenomeni molto più complessi.

Questa narrazione ha avuto delle ricadute concrete sul piano politico e normativo, orientando interventi prevalentemente securitari e repressivi, a discapito di approcci preventivi e socio-educativi. In questo contesto, il rapporto di Save the Children “(Dis)armati” si propone di superare la dimensione percepita della violenza minorile, offrendo un’analisi fondata su dati empirici, osservazioni territoriali e testimonianze dirette dei giovani coinvolti. 

La ricerca nasce dalla volontà di comprendere le trasformazioni della violenza giovanile contemporanea, indagandone le cause sociali, le traiettorie individuali e collettive, nonché il rapporto con il contesto economico, familiare e culturale. Per fare questo, Save the Children ha svolto un’indagine multidimensionale che combina diverse metodologie: analisi statistica dei dati ufficiali, revisione della letteratura scientifica e lavoro sul campo attraverso interviste. Particolare rilievo assume il lavoro territoriale condotto in cinque contesti urbani scelti per la loro eterogeneità sociale e geografica: Milano, Roma, Napoli, Bari e Terni. L’ascolto diretto dei giovani e degli adulti di riferimento, come educatori e operatori sociali, consente di descrivere i comportamenti devianti e di comprenderne le cause profonde.

Uno degli elementi centrali riguarda il crescente senso di insicurezza vissuto dagli adolescenti. Circa il 49% dei più giovani dichiara, infatti, di vivere in un contesto percepito come minaccioso e di avere paura di subire violenza da parte dei propri coetanei. Questo dato suggerisce che l’agito violento non può essere interpretato esclusivamente come espressione di aggressività, ma spesso è una risposta a un clima di insicurezza diffusa. Motivo per cui si spiega la crescente diffusione dell’uso di armi tra i minori, in particolare coltelli, che assumono una funzione ambivalente: strumenti di offesa ma, molto spesso, mezzi di autodifesa. Il rapporto stima che circa 87.000 studenti tra i 15 e i 19 anni, pari al 3,5% della popolazione studentesca, abbiano utilizzato un’arma. Ciò evidenzia un processo di normalizzazione della violenza, in cui il possesso di armi diventa parte delle strategie con cui difendersi quotidianamente.

L’analisi quantitativa dei reati conferma e rafforza queste tendenze, mostrando un’evoluzione significativa della criminalità minorile. In particolare, il porto abusivo di armi tra i più giovani rappresenta uno degli ambiti più critici, con un aumento dei casi nel tempo.

L’incremento registrato nel 2025, già nel primo semestre, segnala un’accelerazione del fenomeno. Al tempo stesso, il rapporto invita a evitare letture semplicistiche: l’idea di una diffusione capillare di “gang” strutturate non trova riscontro nei dati. I minori coinvolti in reati associativi risultano, infatti, relativamente pochi e in diminuzione rispetto al passato. Questo suggerisce che la violenza giovanile si manifesta più frequentemente in forme spontanee, fluide e non organizzate, piuttosto che attraverso strutture criminali gerarchiche.

Un ulteriore ambito di analisi riguarda la distribuzione territoriale dei reati. Le grandi aree urbane rappresentano contesti particolarmente esposti, in cui si concentrano diversi fattori di rischio. A Milano prevalgono fenomeni legati alle rapine e ai reati predatori. Napoli presenta una complessità più stratificata, con il rischio concreto che i gruppi giovanili vengano progressivamente assorbiti dalle strutture della criminalità organizzata: il rapporto documenta come l’estetica camorristica stia colonizzando l’identità di molti giovani. Roma mostra forti connessioni tra marginalità periferica e disagio giovanile, con numerosi conflitti per il controllo delle piazze di spaccio ed episodi in cui le armi da fuoco sono sempre più frequenti.

Il rapporto sottolinea, al tempo stesso, che il fenomeno non riguarda esclusivamente le grandi città o le periferie, ma attraversa contesti molto differenti, assumendo caratteristiche specifiche a seconda delle realtà locali.

Il rapporto dedica molta attenzione anche al coinvolgimento dei minori nelle reti della criminalità organizzata. Sebbene i numeri non siano elevati in termini assoluti, la loro persistenza nel tempo e i segnali di crescita nel 2025 indicano una vulnerabilità strutturale. In alcuni contesti territoriali, soprattutto quelli caratterizzati da marginalità socio-economica, i minori possono essere attratti in circuiti criminali, spesso attraverso percorsi graduali che iniziano con attività marginali e si consolidano nel tempo.

Un ruolo centrale è attribuito anche alla dimensione digitale. I social media rappresentano oggi uno spazio fondamentale nella costruzione dell’identità adolescenziale e influenzano profondamente le modalità attraverso cui la violenza viene rappresentata, condivisa e legittimata. Video di aggressioni, minacce e pestaggi vengono frequentemente pubblicati online, trasformando l’atto violento in una performance destinata a ottenere visibilità e consenso. In questo senso, la violenza assume una dimensione spettacolare e comunicativa: non riguarda più soltanto la vittima e l’aggressore, ma anche il pubblico virtuale che osserva e commenta.

Nell’analisi delle cause e dei fattori di rischio del fenomeno emergono la fragilità dei contesti familiari, la povertà educativa, la carenza di opportunità relazionali e lavorative, la debolezza dei presidi sociali e culturali territoriali, il rapporto problematico tra giovani e istituzioni. Dalle testimonianze appare una diffusa sfiducia nei confronti del mondo adulto, percepito spesso come distante e incapace di comprendere il disagio adolescenziale. Questa frattura intergenerazionale indebolisce il ruolo delle istituzioni educative e sociali, contribuendo ad aumentare un senso di isolamento tra i giovani.

A questi elementi si aggiunge la dimensione simbolica della violenza, che può essere legata a dinamiche di riconoscimento e costruzione dell’identità. In assenza di opportunità educative e relazionali, la violenza può assumere la funzione di linguaggio sociale, strumento di affermazione personale o modalità per conquistare rispetto.

Alla luce di questi dati, Save the Children critica gli approcci esclusivamente repressivi adottati negli ultimi anni. L’inasprimento delle pene e l’accento sulla sicurezza vengono considerati inadeguati, soprattutto se non accompagnati da politiche strutturali di prevenzione. L’assenza di strategie integrate rischia di produrre effetti limitati nel lungo periodo, non incidendo sulle cause profonde del fenomeno.

Il rapporto insiste sulla necessità di investire nella scuola, nei servizi territoriali, negli spazi educativi, nel sostegno psicologico e nell’educazione affettiva e relazionale: una prospettiva coerente con l’interpretazione della violenza giovanile non come semplice devianza individuale, ma come sintomo di fragilità sociali più profonde che richiedono interventi integrati e multidimensionali.

 

Elisa Bontempo è laureata in Scienze per la Pace all’Università di Pisa. Attualmente collabora col Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace e con “Scienza&Pace Magazine”.