Myanmar: verso le elezioni tra molte difficoltà

di Alberto Mariotti

 

A cinque anni dalla storica vittoria della National League For Democracy (NLD) il Myanmar si appresta a tornare alle urne il prossimo autunno. La commissione elettorale nazionale (UEC) ha infatti affermato lo scorso 4 giugno che le elezioni si terranno come da programma nel novembre 2020, smentendo così le voci di un possibile rinvio a causa della situazione pandemica mondiale. Se dunque l’emergenza sanitaria non sembra preoccupare i vertici del paese – il primo caso accertato è stato dichiarato solo il 23 marzo e ad oggi sono stati riportati solo 304 casi totali su una popolazione di oltre 53 milioni di persone – la tornata elettorale del prossimo novembre solleva comunque questioni importanti per il futuro del Myanmar. Non solo saranno le seconde elezioni libere consecutive nel paese in oltre 60 anni, ma rappresenteranno anche un chiaro indirizzo politico per il partito di governo.

Dopo cinque anni di governo, quale è la situazione interna ed internazionale del paese? Riuscirà Aung San Suu Kyi a replicare il successo ottenuto con la NLD nel 2015?


Aung San Suu Kyi e la National League for Democracy

Paladina dell’opposizione contro il regime militare a partire dal 1988, Aung San Suu Kyi (ASSK) ha impersonificato per anni le speranze della sua popolazione e del resto del mondo per un’apertura e una transizione del Myanmar verso la democrazia. Imprigionata per la sua attività politica a fine anni Ottanta, riceve il Nobel per la Pace nel 1991. Dopo un’inaspettata (ma pianificata) apertura unilaterale a elezioni democratiche da parte della giunta militare, Suu Kyi viene eletta in Parlamento alle elezioni suppletive del 2012, in cui la NLD ottiene 43 dei 45 seggi in palio. Tre anni dopo, con le prime elezioni (generali) democratiche, libere e non contestate dai militari, la NLD ottiene il 60% dei voti conquistando così la maggioranza assoluta in entrambe le Camere. Aung San Suu Kyi si trova pertanto alla guida del paese ricoprendo la carica di Consigliere di Stato, creata appositamente per lei dal momento che la costituzione del 2008 esclude dalla Presidenza coloro che abbiano genitori, coniugi, figli (o coniugi di questi) con cittadinanza straniera (art. 59 comma f).

La “favola birmana” – il passaggio da un repressivo regime militare isolato a livello internazionale e con gli indici di sviluppo e povertà più bassi al mondo, a libere elezioni per un governo civile, guidato per di più dalla stessa paladina delle opposizioni – ottenne subito grande notorietà, speranze e consensi. Specialmente in Occidente.

Governare non è mai impresa facile, tanto meno se si parla di un paese che è rimasto per decenni isolato internazionalmente e tra i meno sviluppati in Asia. Le speranze riposte nel 2015 dalla Comunità Internazionale e dal popolo birmano in Aung San Suu Kyi erano enormi. L’ampio programma di riforme da lei promesso e promosso, tanto sul piano economico quanto su quello politico-istituzionale, difficilmente poteva esser portata a termine in un mandato. Tuttavia, con il passare degli anni l’inasprirsi di alcune questioni e l’arenarsi di altre, il Myanmar di ASSK non sembra aver trovato ancora quell’equilibrio necessario per proseguire il proprio percorso di democratizzazione e pacificazione nazionale, ridestando addirittura alcuni timori per una regressione, se non un ritorno dei militari al potere. La situazione economica mondiale odierna si inserisce così in un clima di per sé incerto e dalle poche speranze di rilancio.

 

Tra Occidente e Oriente

Per quanto riguarda l’appoggio internazionale, la leader sembra essersi alienata buona parte della fiducia su lei riposta, a causa soprattutto della drammatica e spinosa questione della minoranza musulmana Rohingya. Questione che ha portato il paese di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) con un’accusa di genocidio. Accuse rigettate dalla stessa leader che, nel Dicembre 2019, si è presentata all’Aja come capo-delegazione per difendere il Myanmar.

Aung San Suu Kyi si rivolge ai giudici della CIG

Nella sentenza preliminare del 23 gennaio scorso la Corte si è espressa a favore delle accuse sollevate dal Gambia nei confronti delle forze armate birmane (Tatmadaw), in attesa dell’inizio del vero e proprio processo che si svolgerà tra il luglio 2020 (audizione del Gambia, paese promotore dell’accusa di fronte alla Corte) e il gennaio 2021 (audizione del Myamar). Nel frattempo, solo recentemente si è avuto notizia di tre soldati dell’esercito birmani processati e condannati per uno dei massacri verificatosi nello stato di Rakhine nel 2017. Tuttavia, tale processo, istituito da una corte marziale interna al Tatmadaw, si è svolto in totale segretezza, senza rendere neanche noti i nomi degli indiziati/condannati. Questo caso segue quello del marzo 2018 in cui 4 ufficiali e 3 soldati vennero condannati a 10 anni per il massacro nel villaggio di Inn Din (sempre nello stato di Rakhine) del settembre 2017. Ai militari venne poi concessa la grazia.

Questi sviluppi sembrano suggerire un (maldestro) tentativo di maquillage da parte delle autorità militari e civili birmane che, in una situazione di difficoltà politico-economica a livello internazionale, non possono permettersi di rischiare potenziali sanzioni, adesso ‘giustificate’ dalla sentenza della CIG. Condizioni che hanno costretto il governo, nonostante le riserve e la cautela mostrata a Naypyidaw, ad approfondire le relazioni con la Cina. Quasi contemporaneamente alla sentenza preliminare della CIG, infatti, i due paesi hanno firmato una serie di accordi che rientrano all’interno del tanto immane quanto discusso progetto della Belt and Road Initiative (BRI). I rapporti con la Cina sono sempre stati altalenanti, data la diffidenza mostrata sia dai militari che dalle autorità civili birmane verso l’ingombrante vicino. Tuttavia, così come la giunta militare isolata internazionalmente negli anni Novanta trovò in Pechino uno dei pochi partner disposti a ignorare le condizioni interne al paese per fare affari, allo stesso modo oggi ASSK, di fronte alle montanti critiche internazionali per la questione Rohingya e le difficoltà nel reperire investimenti esteri, si trova costretta a guardare a Est.

 

Situazione interna

Sul piano interno sicuramente Suu Kyi gode ancora di ampio supporto, sebbene sia possibile riconoscere un’erosione di consensi nei centri urbani, dove le aspettative di un miglioramento della qualità della vita erano maggiori, e ancor di più nelle aree dove le minoranze etniche sono più consistenti. Il paese, da sempre caratterizzato e afflitto da una forte frammentazione regionale ed etnica, nell’ultimo decennio ha sperimentato un crescente nazionalismo etnico-religioso che ha acuito i contrasti tra la maggioranza Bamar buddista e le numerose minoranze – 135 quelle riconosciute dalla Legge sulla cittadinanza del 1982, che esclude invece i Rohingya rendendoli di fatto apolidi.

Le relazioni tra il governo e i gruppi etnici minoritari sono andate deteriorandosi parallelamente allo stallo nel processo di riconciliazione nazionale e decentralizzazione.

A condizionare in maniera rilevante tale processo politico è l’ancora influente potere militare rappresentato dal Tatmadaw. Quest’ultimo infatti, con un’abile manovra, già nel 2003 stilò una “Road Map” di 7 punti che, attraverso la convocazione di una Convenzione Nazionale e l’adozione di una nuova Costituzione, mirava alla costruzione di uno “stato democratico moderno e sviluppato”. La nuova Costituzione, redatta senza l’appoggio delle opposizioni che ne boicottarono i lavori, ma approvata per referendum nel 2008, assicurò così un rafforzamento del dominio militare sullo Stato mascherandolo, ed in parte legittimandolo, all’interno di una cornice democratica.

Oltre al tradizionale controllo sull’economia, le forze armate si videro garantite dalla nuova costituzione una serie di privilegi, tra cui il controllo di ministeri chiave (Difesa e Affari di Frontiera) e il 25% dei seggi parlamentari delle due Camere, detenendo in questo modo un potere di veto su ogni tentativo di modifica costituzionale. Ciò risulta oggi fondamentale per comprendere le difficoltà cui si trova di fronte il governo nel perseguire riforme politico-istituzionali, quali la decentralizzazione e il rafforzamento delle istituzioni civili.

Il Tatmadaw, ergendosi da sempre a difensore dell’unità della nazione e dell’identità buddista birmana, ha posto come precondizione per ogni riforma costituzionale la risoluzione dei numerosi conflitti interni. Più di una volta esponenti delle Forze Armate hanno minacciato più o meno velatamente di intervenire direttamente nell’agone politico qualora il governo decidesse di emendare la costituzione pregiudicando il loro potere.

Anche per questo motivo fin dal 2015 la NLD inserì i negoziati di pace come priorità del proprio programma. Attraverso questi ASSK pensava, infatti, di poter raggiungere una larga intesa tra i vari attori coinvolti (militari, partiti e gruppi armati) verso una forma federale che avrebbe richiesto una modifica alla Costituzione del 2008 disegnata dai militari. Opportunità che, nella visione originaria della NLD, avrebbe offerto la possibilità di ridurre parallelamente i poteri costituzionali del Tatmadaw. Tuttavia, la precondizione di un disarmo dei gruppi ribelli richiesta dai militari si è rivelata inconciliabile con la diffidenza di questi ultimi verso gli stessi militari, ma anche verso il partito di governo. Entrambi vengono visti, infatti, come rappresentanti degli interessi della maggioranza birmana buddista e indisponibili a fare reali concessioni ai gruppi etnici minoritari.

Con il passare del tempo e lo stallo nei negoziati – in concomitanza alle azioni intraprese nel 2017 dal Tatmadaw nello Stato di Rakhine contro la minoranza Rohingya – la NLD ha spostato quindi la sua attività di governo verso altri temi di natura più economica, con il fine di puntellare il supporto politico fornito dalla maggioranza bamar. Questa sempre maggiore “identificazione” della NLD con la maggioranza bamar buddista rischia di pregiudicare le già deboli negoziazioni in corso. E, tuttavia, va compresa all’interno del complesso quadro in cui il governo si trova stretto tra il bisogno di portare a compimento le riforme promesse e la necessaria cautela per non provocare un sempre possibile colpo di mano dei militari, che della frattura etnico-religiosa ne hanno fatto sempre più motivo di legittimazione.

Questa sembra essere la pena da scontare per la politica birmana, in un paese in cui la transizione democratica più che un successo popolare è stata preparata e gestita dai militari, con l’intento di conservarsi al potere e legittimare il proprio ruolo nel paese.

 

Elezioni 2020

Le sfide che si trova di fronte il Myanmar vanno ben oltre i risultati elettorali di novembre. Al di là degli assetti futuri, comunque, le elezioni di novembre possono segnare una tappa importante per la democratizzazione del paese. In primis sarà necessario garantire una tornata elettorale in un clima pacificato su tutto il territorio nazionale. In questo senso va anche la recente decisione di far siglare ai partiti in competizione un codice di condotta che, sebbene non legalmente vincolante, richiama i partiti al rispetto dei risultati e ad evitare l’utilizzo in campagna elettorale di messaggi discriminatori verso gruppi religiosi o etnici. Anche solo il rispetto di queste piccole misure potrebbe essere un grande passo per la società civile birmana, visti gli episodi degli ultimi anni in cui Facebook – principale (e a volte unico) mezzo di informazione della popolazione – è stato veicolo di false notizie volte ad alimentare le frizioni tra gruppi etnici, portando anche a vere e proprie azioni violente. Secondo un’inchiesta del New York Times, dietro quella che si è configurata come una vera e propria propaganda on-line anti-Rohingya, sembrerebbe esserci stato, ancora una volta, il Tatmadaw. Account legati alle forze armate avrebbero infatti generato notizie false e “immagini shock” di uccisioni brutali, stupri e attentati volte a screditare le organizzazioni di gruppi etnici minoritari; notizie create appositamente per alimentare un senso di vulnerabilità già ampiamente presente all’interno della comunità buddista theravada.

Quali che siano gli esiti elettorali, risulta ancora impellente la necessità per il paese di ridimensionare l’influenza dei militari all’interno della società. La NLD, se confermata a governare, dovrà riprendere in maniera più convinta ed energica, cambiando approccio, le due grandi promesse mancate del 2015: negoziati di pace e riforma costituzionale. Solo in questo modo la difficile transizione democratica potrà continuare.

 

Alberto Mariotti è laureando magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna, Campus di Forlì. Si occupa in particolare di relazioni internazionali e sicurezza in Medio Oriente e nel Mediterraneo allargato. Email: alberto.mariotti3@studio.unibo.it

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