Il diritto di prendersi cura

di Chiara Magneschi

“Ti solleverò dai dolori e dagli sbalzi di umore, dalle ossessioni delle tue manie”, diceva, anzi dice, il compianto, immenso, Franco Battiato in una delle sue più celebri canzoni: “La cura”. Ivano Fossati ha da poco rivelato che non è dedicata ad una donna, ma alla stessa anima del cantante.

Prendersi cura di sé è importante tanto quanto prendersi cura degli altri. E pensando a questa attività, ci viene in mente un’immagine collocata fuori dal tempo e dallo spazio, completamente alternativa ai luoghi e ai modi del lavoro. Solo in seconda battuta, forse, il pensiero corre alla cura come lavoro.

Ma le due immagini sembrano stridere: come possono essere la stessa cosa, il dedicarsi agli altri gratuitamente, ed il farlo essendone retribuiti? Probabilmente non si tratta della identica “stessa cosa”, ma è importante affermare che entrambe le modalità appartengono all’universo della cura.

Più recentemente, alcune autrici hanno allargato il concetto, riferendolo a “tutto ciò che facciamo per mantenere, perpetuare e riparare il nostro mondo in modo da poterci vivere al meglio” (Tronto 2015, 3), non alle singole prestazioni, ma a “un sistema complesso di attività di manutenzione del vivente” (Serughetti 2020, 17): in questa chiave, vi rientrano tutte quelle attività che rispondono al bisogno di condurre una vita piena, dignitosa e realizzata.

In ogni caso, in qualsiasi accezione la si prenda, la cura è una delle “attività” più difficili e vitali che vi siano. Lo mette bene in luce il lavoro di Elena Pulcini (2009), recentemente scomparsa proprio a causa del Covid-19. Anche perché si aggancia strettamente al tema della vulnerabilità, come condizione universale e trasversale, che riguarda tanto chi cura quanto chi è curato/curata. Eppure, si tratta di attività estremamente sottovalutate.

La pandemia, come sappiamo, ha funzionato da cassa di risonanza per il tema in questione (Giolo 2020). Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, nel mondo vi sono 67 milioni di lavoratori domestici, di cui l’80% sono donne: solo con la pandemia, quando sono mancate le colf, le badanti, le baby sitter, ci siamo accorti di quanto siamo perduti senza quei preziosi apporti, e siamo corsi a classificarli quali “essenziali”.

Senza qualcuno che ci cura, è impossibile fare tutto il resto, svolgere qualsiasi altra attività, vivere.

Qualcuno ha avuto la possibilità di dedicarsi alla cura avendo sospeso il lavoro. Qualcuno vi si è dedicato avendo perso il lavoro. Qualcun altro ha praticato la cura insieme al lavoro “smart”.

In alcuni casi, si è goduto del poter finalmente seguire i figli, stare a casa a prendersi cura di sé, dedicarsi a buone letture, alla manutenzione personale… In latri casi si è sofferta la mancanza di spazi per sé, di sostegni nell’attività di accudimento. Si è verificata l’inconciliabilità del lavoro retribuito svolto in concomitanza (vale a dire negli stessi spazi e luoghi) con quello di accudimento.

Le lavoratrici che prestavano le cure, d’altra parte, sono state private della possibilità di curare e di guadagnare insieme, ma anche di usufruire di tutele, perché spessissimo lavoratrici “in nero”.

Nella maggioranza dei casi, sono state ancora le donne ad assumersi il maggior carico della cura. Ne è derivata una profondissima attenzione al tema, che si è tradotta, complice la sensibilizzazione raggiunta sul fronte delle questioni di genere, in un potente slancio a richiedere misure che rendano possibile sia il curare/curarsi che il lavorare guadagnando.

In qualche modo, però, l’espressione “lavoro di cura” continua a sembrare una contraddizione in termini. Sia perché è ancora piuttosto consolidata l’idea che la cura è ciò che le donne fanno per amore: se si è pagate per farlo, è come se quell’amore scomparisse. Sia perché ancora oggi le donne devono in realtà scegliere se curare o lavorare, e quelle che curano essendo retribuite sono le meno tutelate.

Uno stereotipo molto consolidato è quello della wonder-woman che è tale se capace di una brillante carriera senza per ciò trascurare i figli.

Eccettuate le supereroine, continua a riproporsi quel motivo che costituisce un vero e proprio “caso tragico”: la “scelta” tra accudirsi ed accudire i propri cari, rinunciando allo stipendio e all’indipendenza economica, o quella di lavorare, trascurando i familiari.

Continua a vivere quell’antagonismo tra lavoro produttivo (modello che, in definitiva, assegna al mercato l’incontro tra bisogni di cura e loro soddisfazione), da un lato, e lavoro riproduttivo (come insieme di cure necessarie non solo per venire al mondo ma anche per sopravvivere e vivere), dall’altro lato (Fraser 2017).

Un paio di mesi fa, nell’ambito dei seminari della Rete delle Università per la Pace, Adriana Cavarero, co-autrice insieme a Judith Butler e Bonnie Honig di un recente volume intitolato Toward a Feminist Ethics of Nonviolence, è intervenuta proprio sul tema della cura. La cura, persino la carezza, può essere vista come momento iniziale della comunità politica, di una pace fondativa, in alternativa al modello hobbesiano, verticale ed individualista, della pace strumentale.

Adriana Cavarero ha proposto, in quella occasione, l’immagine di un dipinto di Leonardo da Vinci, dedicato a Sant’Anna, la Madonna e il bambino con l’agnello, dove le figure appaiono in ordine ognuna inclinata verso l’altra, a rappresentare anche simbolicamente una postura volta all’accudimento.

La cura come fondativa, dunque, come sinonimo di vita: è da quell’atto che prende avvio l’esistenza propriamente umana, e si sviluppa. Ma anche come scelta responsabile, che si fa carico di se stessi e degli altri.

Non da oggi, si cerca di valorizzare il lavoro di cura definendolo come un settore economico cruciale per il funzionamento delle nostre società, promuovendo il concetto di “cura come infrastruttura”.

Il legislatore, soprattutto a partire dal decreto “Cura Italia”, sembra andare sempre più nella direzione di offrire alle famiglie maggiori servizi sostitutivi della cura che si potrebbe in alternativa prestare personalmente ai propri cari.

C’è da chiedersi , tuttavia, non solo se ciò sia sufficiente, ma se addirittura il problema non sia (sempre più) mal posto. Infatti, da un lato si chiedono maggiori tutele per il lavoro di cura (già) retribuito, mentre si cerca di offrire alle aspiranti lavoratrici il lusso di poter lavorare, guadagnando, senza dover curare: così facendo, però, si rafforza quello stacco netto, quella divisione binaria, che pone lavoro e cura quali tragiche alternative.

In questa alternativa, peraltro, si privilegia sempre e comunque il lavoro retribuito. Qui sta l’aspetto più subdolo che accompagna la (apparente) risoluzione del problema. Della cura viene incoraggiato solo l’esercizio in quanto lavoro. Viene incoraggiato lo svolgimento professionale di tali mansioni. Che va benissimo. Ma rischia di dimenticare tutto quel bisogno di “prendersi cura” di coloro che svolgono un lavoro retribuito non di cura.

I vari interventi legislativi mostrano in effetti una crescente tendenza ad attrarre quest’ultima entro l’alveo del lavoro “produttivo”: in quanto essenziale, utile, è disciplinato e remunerato, con logiche proprie dell’economia di mercato. Ad esempio, il prolungamento degli orari di apertura dei nidi e delle scuole è auspicato per “preservare” il lavoro “altro” dei genitori e per creare nuovi posti di lavoro.

È importante, però, tenere presente che si tratta di una soluzione che va a vantaggio del lavoro retribuito dei genitori che così non devono assentarsi dal lavoro: di certo non va a beneficio della cura nel senso di un tempo di qualità da trascorrere con sé e con i propri cari.

Ne deriva che, chi vuole curare e curarsi è di nuovo, come prima, nella condizione di dover scegliere tra stipendio dignitoso e accudimento. La stessa logica interessa altre misure che si sono susseguite in questo periodo.

Si pensi al cosiddetto “smart working” (misura improvvisamente “opzionata” da molte aziende già restie a concederla), la cui ratio legis è “favorire la conciliazione dei tempi di vita con quelli di lavoro, nel contempo elevando la performance lavorativa”. Si sta chiaramente affermando che il fine ultimo è il guadagno di produttività, e non deve stupire se, specie nella fase emergenziale, ha avuto come effetto distorto, benché prevedibile, il disagio organizzativo del carico complessivo familiare, soprattutto per le donne. Una misura di conciliazione inserita in una logica produttivista conduce a contrapporre più che mai lavoro e cura, rendendoli concorrenti antagonisti.

Ancora, il “congedo Covid”: non garantendo al genitore che si asteneva dal lavoro per accudire i figli la retribuzione piena, imponeva alle donne (già interessate dal gap retributivo) di rinunciare a lavorare per poter curare.

La grande riconsiderazione del lavoro di cura rischia allora, ancora una volta, di non trovare la giusta collocazione: da campo emarginato dall’economia, a parte fin troppo integrante di essa. In ogni caso, un risultato non sufficiente.

E torna lo spunto critico che ponevo all’inizio: lavoro di cura e lavoro retribuito devono per forza essere due tragiche alternative? Se no, come superare questa concezione binaria, bipolare e ossimorica, della cura?

Innanzitutto, il tema, prima ancora che economico, deve essere politico e sociale. Occorre continuare a parlare della cura come valore e come diritto. Recuperare il valore del lavoro riproduttivo e del lavoro di cura, remunerato e non. Educare ai valori della corresponsabilità.

Etica della cura significa innanzitutto interpretare quest’ultima come valore sociale, di cui si fa carico la società intera, non solo il partner. Un valore assunto dal patto costituzionale, che in questa direzione deve essere rinnovato. Di qui la cura come diritto soggettivo, in grado di attivare delle pretese, cui siano correlativi dei veri e propri obblighi.

È anche in questo senso che Tronto, e non solo, parla di “democratizzare la cura”: se si vuole una società egualitaria, come quella democratica dovrebbe essere, è basilare assumere la corresponsabilità come valore fondante.

Sul piano degli interventi, proviamo a proporre qualche suggestione. Occorre certamente implementare l’occupazione femminile, ma senza che ciò si traduca in una necessaria erosione degli spazi di cura: chi vuole, deve poter essere messo in condizione di lavorare e di curare.

Occorre, in altre parole, trovare il modo di bilanciare tutto: più lavoro, meglio retribuito, con più tempo per la cura di sé e delle persone care.

Recentemente si è riacceso, sia a livello europeo che italiano, il dibattito sulla possibilità di ridurre l’orario lavorativo settimanale a parità di salario: al già noto slogan (declinato ora al femminile) “lavorare meno, lavorare tutte”, potremmo aggiungere: “e curarsi e curare di più, tutte e tutti”.

Per quanto concerne il congedo parentale, un’iniziativa migliorativa potrebbe sicuramente consistere nel retribuirlo (molto) di più, nonché nel renderlo, in tutto o in parte, obbligatorio per i padri.

Ciò consentirebbe di passare da un modello di “finta conciliazione” a un modello in cui le donne non debbano essere le uniche che si assentano dal lavoro per l’accudimento, ma in cui gli uomini siano fortemente incentivati a dedicarsi a tale attività, per arrivare a renderla un’esperienza plurale, condivisa e improntata alla interscambiabilità dei ruoli.

Sono maturi i tempi per affrontare adeguatamente il dilemma casa/lavoro, mantenendo intatte le peculiarità della cura. Al contempo, le misure adottate non devono consentire soltanto che qualcun altro si prenda cura. Ciò che equivarrebbe a incoraggiare, paradossalmente, il diritto a non prendersi cura.

Occorre ancora camminare molto, per arrivare a far sì che nessuno si senta “esonerato” dalle responsabilità di cura. Arrivare a far sì che le ragioni dell’economia non siano poste in tragica alternativa con le ragioni della vita. Ciò che significa anche recuperare il senso di quelle democrazie nate – come osservava Hannah Arendt – per difendere il valore della vita umana, rispetto a regimi che ne avevano decretato la superfluità.

 

Riferimenti bibliografici

Cavarero, Adriana, Judith Butler, Bonnie Honig (2021), Toward a Feminist Ethics of Nonviolence, New York, Fordham University Press.

Giolo, Orsetta (2020), “Il virus, il genere, la cura: una rivoluzione ai tempi del Covid- 19?”, BioLaw Journal – Rivista di Biodiritto, 3, pp. 53-66.

Fraser, Nancy (2017), La fine della cura. Le contraddizioni sociali del capitalismo contemporaneo (trad. it. di L. Mazzone), Milano, Mimesis.

Pulcini, Elena (2009), La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale, Torino, Bollati Boringhieri.

Serughetti, Giorgia (2020), Democratizzare la cura / Curare la democrazia, Milano, nottetempo.

Tronto, Joan (2015), Who Cares? How to Reshape a Democratic Politics, Ithaca (NY), Cornell University Press.

 

Chiara Magneschi è avvocato e docente a contratto in Teorie giuridiche e politiche e diritti umani presso il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa. E-mail: chiaramagneschi@gmail.com

 

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